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martedì 30 ottobre 2012

I FURBONI, I LADRI...Se si ripercorre la storia... sono quelli...



Van Gogh- campo di grano con corvi


sono quelli che a tutti i livelli hanno innescato la crisi e tutti i guai nei quali si dibatte mezzo mondo, se non tutto. 

Se si ripercorre la storia della crisi dalle origini e degli attori che si sono succeduti sul palco della grandiosa squallida farsa (Lehman Br., J.P.Morgan,A.I.G.,e in Europa la Royal Bank of Scotland e le banche greche irlandesi islandesi belghe e poi spagnole e portoghesi con le rispettive "crisi del debito sovrano"); se la si accosta alle schifezze nostrane degli ultimi anni, più "piccole" in volume ma non meno squallide, si coglie qualche scia sulfurea che collega un po' tutto.

C'è già un filone di gente che ormai da anni definisce questa una crisi morale, o etica, prima che economica, e non c'è dubbio che lo sia. La cosa più allarmante che ne è venuta fuori da un po' di tempo è che chi ruba si sente orgoglioso, lo rivendica.
Qui c'entra molto tutto il lavoro di certa "cultura" americana sulla glorificazione dell'avidità come motore dell'umano progresso. Una monnezza che continuerà a portare guai a tutti finché non morirà, e non morirà di morte naturale purtroppo.

Perché c'è qualche problemino "collaterale". Primo: il problema morale è di fatto ormai palesemente un problema economico, intendo dire "tecnicamente" un problema soprattutto della finanza. Per noi ingenui contestatori del capitalismo non c'è niente di sorprendente, sapevamo benissimo che un'economia basata sulla rapina reciproca è autodistruttiva; i detentori della finanza galattica hanno semplicemente teorizzato e messo in pratica, fino alle logiche conseguenze, le pulsioni al guadagno senza ritegno, che sono sempre state sottostanti ai comportamenti più o meno periodicamente regolamentati dagli stati. E stanno dimostrando de factis che non può reggere. Come non può reggere l'uso senza regole di finanziamenti creati per usi legittimi, semplicemente perché crolla, ovvero fallisce.


Secondo: facendo attenzione a quello che succede nelle piazze di tutto il mondo, a quello che scorre in tutti i media, pare che l'incazzatura non accenni a diminuire. Molto generica e senza obbiettivi, per ora, però sentendo la gente sulla rete sembra crescere la consapevolezza che a tutti i livelli, dal locale in su, il problema è,  sono, I LADRI. 

Se nessuno, qualunque forza abbia, fa nulla per cambiare le tendenze in atto, non vedo prospettive rasserenanti. Per me il rischio vero è il caos, non mi interessa vedere qualche ladro appeso per le palle, se oltre non c'è niente di costruttivo. Direi di cominciare innanzitutto con lo smettere di ammirare i LADRI. Non segano solo il ramo sul quale siedono, ma l'albero sul quale siamo tutti

Giorgio Goragh Spignese



martedì 4 settembre 2012

AOH MAKOME PARLI !? la povertà lessicale dei ragazzi


   

 Le generazioni che stanno crescendo in questi anni dovrebbero porre qualche preoccupazione a tutti quelli che sono interessati allo  sviluppo armonico di tutte le loro potenzialità. Mi rendo conto di avere una spcie di fissazione su questa cosa e di avere una tendenza a rompere il grappolo a tutti. Anche nell'associazione in cui faccio volontariato ho spinto e collaborato alla stesura di un progetto sul recupero linguistico dei ragazzi, che non ho potuto più seguire, perché troppo occupato in varie cose.

      Ci sono dei vuoti nella crescita dei nostri ragazzi/e.  Non parlo naturalmente di casi personali, ma di un calo diffuso della cultura, o, meglio, di tanti punti di riferimento nelle storie, o nella storia, che erano comuni, condivisi. Criteri, miti, senso comune, racconti, perfino modi di dire, che fanno parte delle radici di una comunità. Sulle quali poi crescono naturalmente le differenze. Tutto questo sembra sciolto, fuso, vaporizzato.

      E' troppo spesso difficile, parlare ai ragazzi con un linguaggio proprio, in una lingua che dovrebbe essere quella comune; l'impoverimento linguistico è allarmante, o almeno, a me allarma, ma dovrebbe allarmare tutti credo, se si pensa a quanti effetti nefasti può avere.

      Per capirci: nel secolo scorso, mentre ero studente di Economia, ho aiutato episodicamente nello studio due studentesse di medicina, non per amore della medicina, ma per "amore" loro. Mi sono accorto che avevano qualche difficoltà a capire bene quello che leggevano, e mi sono allarmato naturalmente. Ma la distanza da una lingua corretta è diventata abissale rispetto quella delle due belle del secolo scorso, e non è il caso di sottovalutare; qualunque "carriera" i ragazzi/e decidano di percorrere. Perché anche non riuscire a leggere un romanzo, una poesia, un articolo d'un giornale o le istruzioni d'una macchina, è una sciagura.

      Devo dire anche che l'impoverimento linguistico non è solo dei ragazzi, per loro è esagerato, ma coinvolge tutti, anche quelli per cui la parola è professione; educatori, giornalisti, televisione, perfino teatro e cinema, della rete meglio tacere. E non parlo di una lingua aulica, non amo affatto una lingua immobile nel tempo; certe anticaglie, che qualcuno ancora spaccia per lingua colta, è meglio lasciarle ai loro tempi e usare i costrutti attuali, consolidati naturalmente.

      Qui il discorso s'allarga e tocca forzatamente accennare a vari argomenti correlati. Primo: se tutto questo fosse dovuto a una crisi evolutiva del linguaggio, come solo in parte è, il problema sarebbe diverso. Perché insieme alla gran monnezza e storpiature ci sarebbe anche abbondanza di neologismi belli ed efficaci, che invece sono molto rari, dei quali, quando li becco, io mi approprio con gusto. Mi diverto anche ad inventarne ogni tanto. Ma invece questo è soprattutto un restringimento, un perdere peso e pezzi, un impoverimento appunto. Ho già detto che questa lingua è ridotta a venti parole più un'altra decina di mozziconi, niente di più purtroppo.

      Secondo: c'e una caratteristica di qualsiasi linguaggio articolato che è un problema e allo stesso tempo un'estrema bellezza. Non so come la chiamino "quelli kanno studiato", per me è la ridondanza semantica, il potere meraviglioso che hanno le parole e le frasi di evocare tanti altri sensi oltre a quello entro cui deve imprigionarle un discorso se vuole essere univoco. Un discorso univoco deve mettere robuste e ben tirate briglie alla "bestia". Un discorso che vuole essere poetico invece deve allentare le metaforiche briglie e consentire ai sensi ridondanti di fare la loro danza. Io credo che non bisognerebbe mai lasciare sciolte del tutto le briglie, bisogna dirigerla 'sta danza o c'è il rischio di ottenere l'effetto naka.kata, ma questa è solo una mia opinione.

      Tornando al problema della povertà lessicale, nel caso dei ragazzi da 20 parole+mozziconi, si può parlare al massimo di stitichezza semantica, non certo di ridondanza, ed è una gran tristezza. Avevo già scritto di questo argomento QUI, e ogni volta che attacco le mie geremiadi sulle generazioni a cui manca solo la parola, la scarsezza delle reazioni di chi mi ascolta o mi legge mi scoraggia.

       La maggioranza sembra proprio tiepida, mentre per me ci vorrebbero progetti almeno regionali, coinvolgimento di insegnanti e genitori, trasmissioni televisive coinvolgenti per gli adolescenti "SMS,TVB", recupero dei classici e quantaltro. Ma forse è troppo pretenderlo da ministeri e governi che, ognuno in maniera diversa per carità, hanno permesso che la scuola, negli ultimi decenni, andasse a ramengo.

Giorgio Spignese






sabato 1 settembre 2012

Scusate avete visto una pantera? di Giuseppe Cataldi


Atto primo
Scusate avete visto una pantera?  nera? non so, sta misurando i passi, ha vie diverse forse non passano di qua....ve la ricordo non è mica un felino qualunque, ha grandi occhi e vive di notte non bada alle ciancie, lei stessa ha un manto solo e sempre nero, si confonde nella notte. Scusate avete visto una pantera? ma si proprio quella, quella che misura i passi con ritmo lento, e devi stare attento che può balzare, mostrarsi arrendevole conviene per evitar zampate! ma mai accondiscendere se hai altro da dire ti sgama subito che vuoi imbrogliare! L'ultima volta m'ha detto c’ho da fare, io lo so cosa fanno le panterevivono piegando le cose al loro volere ma prima o poi si dovranno riposare! 
Scusate, avete visto una pantera?.L’ultima volta dicevo,  ne sono uscito male pensavo di sapere tutto e conoscere ogni suo più segreto anfratto dove si nasconde ed invece me l’ha fatta sotto gli occhi e quando mi sembrava tutto a posto che lei non avrebbe resistito al mio savoir faire ecco, balzare via e nemmeno uno sberleffo ,almeno quello, una complicità! No niente anzi mi è sembrata compassionevole, mi ha anche fatto l’inchino….a debita distanza badate bene, ed è andata via. Ed io non so nemmmeno essere infelice …finchè c’è domani c’è ancora una possibilità….
 Scusate alla buonora ma avete visto una pantera? Lo so son petulante ma è la domanda della sera è una domanda come un rituale mi guardo intorno e cerco di corgliela mentre mi fa male…si si perché fa male la pantera e non usa artigli blocca come ganasce i pensieri li assoggetta  li assottiglia e piano li fa scomparire e rimane Lei …..la pantera.
Altro che tigre o leone è lei la regina si muove se le va si ferma e ti fa sentire perfetto per lei per tutti e per il tuo diletto, concede senza storie il tempo la memoria e pensi che potresti chiederle di tutto il pudore la vergogna con lei non hanno paese sono tutte cose buone e saporose e non hanno altre facce o pretese! Ve lo devo dì la pantera, mi pensaaltrimenti mi sentirei senza il mio appeal però dice che le faccio vedere il diverso un giullare insomma, le faccio passare il tempo a sta pantera, ma vorrei passarlo io sto intruso, a filo, con un ferro affilato lo vorrei mio schiavo e che mi dicesse cosa farà di me e se sta pantera riuscirò a vederla mentre strofina il suo vello dolcissimo sul palmo della mia mano e beve la mia sete alla mia bocca.. 
Scusate avete visto una pantera? E non mi rispondete che so stanco di sognare..ah aha sta pantera..sembra che so io che la cerco e forse è vero ma pure Lei mi stuzzica passa mi fa sognare e poi scompare e rimane sempre sospeso in me un fare e non fare un licitare sensuale un disegno incompiuto uno scalpello che scolpisce , chissà che verrà fuori? perchè lo so qualcosa sta cambiando, la pantera è la mia occasione ma non la prego mi faccio soltanto vedere...occhio sono presente!
Atto secondo
Se fosse impura puttana dentro ovvero che non si concede per atteggiamento sperando di trovarne un rientro, beh allora sarei più sicuro l'avrei messa fra quelle che vogliono il loro tornaconto , ed invece no, sta pantera mi ama a suo modo e non si sa perchè e nemmeno di che tipo d'amore. Io che ne conosco di cotte e di crude e di opache e di rilucenti di splendore, faccio il saccente paziente : dai non ti preoccupare è tutto buono è una cosa bella lasciati andare non contare sempre i passi su questi pavimenti sconnessi non puoi nemmeno pattinare! Ci sono molti intoppi, aggrappati a me che so volare e nel frattempo magari dimmi che sono maestro di corteggiamento, che in fondo solo quello voglio fare non penterare nel tuo piu segreto sospendere il moto per poi affondare dentro la tua bellezza interiore  e dentro il mondo umido quel brodo primordiale da cui nacque il primo essere mortale e che morendo diede vita  ad una genia di pantere. Magari non ne sarò capace, mettimi alla prova, ci metterò tutte le arti riunite che il mondo conosce, se una non ti piace un'altra scomoderò dal letargo perchè sono in letargo questo è il vero mistero. Potresti dirmi ma che ne sai di me? che ne sai che sono così precisa? ieri mi ha detto che ha due lauree ed io ho due castelli ed un tandem: non mi dispiace, pedalerò le due leve, poi mi hai detto che c'avevi tanto da fare ma che volevi sapere...di me delizia e balsamo di un osservatore di ansie locomotorie! E misuri ancora i passi, le distanze, le età, i sogni, le spemi ma dove sono io felino nero, che posto posso avero vicino al tuo sentiero?  Pantera pantera pantera pantera pantera......
Ispirato da Te....ho depistato un po' altrimenti diveniva personale ed avresti detto ma che so io pantera? ah ah ah ah sono un pendolo che fa sempre lo stesso gioco e non si annoia mai perchè alla base ha un motore grintoso fatto di denti e scatti d'amore di tenere occasioni bruciate ticchettando ma che alla fine misurano il cogitar del mondo. sta poesia mi si accavalla e scompensa i miei pensieri, ieri, ieri si, il poetry si rinnova sempre, terra di nessuno e terra di tutti : e invece si forse sei tu.....nuove facce nuove occasioni poesie strampalate, falsamente ingenue, sciroccate, appassionate, amanti, volti che nel mucchio inneggiano al piacere giovani età di adesso e qualcuna di prima, baci finiti quando si va ad incominciare, quel divano ne ha visto delle belle chissà da quale alcova malcelata proviene comunque è comodo e si fa gradire.

La sera della pantera si scioglie e s’innamora ancora non c'è posto ma il posto si trova o meglio è lui che trova te qualcuno fa come in treno lascia una cosa sopra e va a fumare chiaccherando in attesa che anche stasera si rinnovi il patto, poi ritorna e mi dice lo so che non si fa ma siamo in cinque questo posto che hai preso ci serve, occupo uno sgabello, avrei potuto anche uno scalino o o meglio un muretto perchè il passo per saltar su, ha misure da stadio..poi Claudia: lo spicher Ufficiale della passione ridanciana per la trasgressione sensuale, che ci sta così bene che me ne approprio ogni volta, perdo la mia identità e divento oggetto di tripudio ovvero di osanne alle franche offerte di colline sensibili alla luce di bocca distesa sempre pronta a rapire nell'aprirsi al mondo , non mi sento oppresso dalla rete tornita che svela il senso della minigonna da tennista pronta a svolazzare in pista, anzi ne sono compiacente e non c'è desiderio coscente, forse latente, è un passpartou per la libertà, puoi far quello che ti pare, o forse solo a te è concesso? e solo Tu lo senti così adesso? domanda grave che distolgo non produce che grane..alla mia pazienza tenace che continua a vivere come una prece al sangue alla carne ed allo spirito tenace.
L'atmosfera è libera e l'imbonitore di giovani leve poetiche esprime sempre il suo accento simil passione adulante cuore amore donna simbolo uomini coglioni spesso violenti e cafoni...non andare via non andare via inizia con l'incipit di breil per poi dileguarsi in smutandate vergognose alla bellezza e probità delle donne ecc.ecc tutto questo prima fuori della vetrina del locale e poi dentro in gara magari accennando un motivo con accento pseudonapoletano, al meglio riconosciuto ma non passa quasi mai il turno troppo rispetto e troppa gigioneria qualcuno c'abbocca però di questi giovani ma non per troppo il tempo dim capire che è un flash un sistema collaudato ha imparato la dolcezza della parola, la usa ne abusa e rimane solo.
Claudia ha una tenerezza martire della vita ne esce bene e presenta il suo mistero fatto di domande e di carezze perché Lei è fatta per queste, la sua pelle le traspira e Lei ne ride apparentemente, ma sento che è una donna da scegliere per molto tempo di seguirti e tampinarti quando smollicci il vento della tua distanza dal mondo, a pelo cavalca sorpassa s’agita ti sconquassa ti fa vedere la pace dopo l’amplesso, forse è quel che cerchi la soddisfazione d’esser stato portatore sano di felicità finalmente  rimessa …agli occhi e che lascia lo strapotere del cielo, che opprime si opprime sempre e raramente, se ne libera, lo sento latente..


Atto terzo
Sappiate, che ho trovato la pantera! eccccccccc…..

mercoledì 18 luglio 2012

NASCITA DI UN IO NARRANTE ___________ "esercizietto" di giorgio spignese

<<PippoPippoPippo!>>. . . sembra invasa da un vecchio tormentone televisivo Lella, lei che non ama affatto quel coso che manda immagini in continuazione. Pippo sarei io, fa così ogni volta che arrivo sul terrazzo, poi di solito aggiunge, <<Paassero !>>. Ora, io ormai lo so che per gli umani sono, appunto, un passero, ma lei lo dice con un tono che mi fa sentire. . . . tanto bene. 
          Mi piace tornare ad avvicinarla, per me è stato il primo umano che non emana minaccia, ma una curiosità tranquilla, sa di buono, spesso la seguo senza farmi notare dagli altri umani che incontra.  
          Giulio s'avvicina, mamma quanto è grande, ma non mette paura, dice qualcosa riguardo a due passere e Lella ribatte un po' puntuta, lui la guarda, interrogativo, poi sorride e non dice altro. 
           Li percepisco come stessi nella loro testa 'sti due, siamo tre passeri e un'anima. Entriamo tutti in casa, si mangia. 
         Appena oltre la soglia "la stronzetta" mi punta un attimo e mi viene un brivido, poi ricomincia e leccarsi tutta intenta zampe e muso. E' strana sta gatta, probabilmente è satolla, io comunque la curo, Lella la apostrofa <<Nessie, non ti piace Pippo ?>>, lei la guarda e socchiude gli occhi come fosse rapita da quella voce, mah, valli a capire questi,   io comunque preferisco non piacerle troppo. . . . 


giovedì 19 aprile 2012

Riflessioni

Del coraggio e della paura

Lo Spread. La sinistra parolina passa scoppiettante di bocca in bocca. Come molti termini dell’economia, quasi tutti in inglese, pochi la capiscono veramente ma tutti almeno una volta al giorno ne parlano. Ne parlano con rispetto perché è il presidente del Consiglio che la nomina di continuo, e se la nomina lui è addirittura inutile per i mortali capire cos’è. Perché lui, con il suo abito grigio, l’austero loden, i capelli candidi, la faccia seria, assomiglia al nostro più temibile professore del Liceo. Temibile e stimabile in quanto inesorabile, perché non aveva preferenze, lui, e chi doveva pagare, perlamadonna, pagava. E a gente così non si chiedono troppe spiegazioni.
Ci basti sapere che lo Spread è una cosa spaventosa, che è la causa di tutti i nostri guai, che ci mette in subordine rispetto a tutti gli altri stati di quel covo di serpi che è la cosiddetta ‘Unione Europea’. Ci basti sapere che a causa dello spread l’Europa potrebbe perfino ‘rifiutarci’ e che rischiamo di essere come la Grecia, spregevole e velleitaria nazione che osa ambire alla schizzinosa Unione pur essendo - orrore! - piena di debiti, e avendo in comune con noi perfino quell’imbarazzante ‘una faccia una razza’ con cui gli allegri ellenici ci accolgono quando - spregevoli e velleitari anche noi con i nostri lussi – ci permettiamo una settimana di vacanza nelle loro isole.
Complimenti tra miserabili straccioni ‘vogliomanonposso’, tra mandolini e sirtaki, tra spaghetti e moussaka. Non tra popoli con una storia e una cultura che le altre nazioni neppure se le sognano. In decadenza, certamente. Ma esiste forse la decadenza per chi non è grande?
Il significato di Spread, nella sua attuale, strombazzata accezione, non è sui dizionari di inglese se non appena accennato come ‘allargamento degli interessi’. Per il resto è un termine che riguarda il burro spalmato su una fetta di pane, formaggi molli e anche quelli spalmabili, diffusioni di microbi ed epidemie in generale e persino la pancetta della mezza età (middle-age spread).
Ma dobbiamo abituarci: in inglese le parole fanno più paura. E incutere paura, si sa, è il modo più sicuro per governare.
In una trasmissione delle Iene alcuni parlamentari fermati mentre entravano a Montecitorio, interrogati in merito al significato dello Spread hanno onestamente ammesso di non conoscerlo. E c’è chi ha apprezzato questa piccola onestà, perché in fondo il parlamentare deve rappresentare i cittadini, no? Non può mica metterli in soggezione con la sua cultura, che cavolo.
Io personalmente ci ho messo un po’informandomi di qua e di là e alla fine ho capito che l’Italia non è molto attendibile riguardo l’emissione dei titoli di stato (che sono un prestito chiesto ai cittadini) al contrario della Germania che lo è parecchio e per questo motivo può fare il bello e il cattivo tempo in Europa anche se in tempi non molto lontani ha sterminato sei milioni di ebrei e non so quanti zingari e omosessuali. Lo so che è assurdo e anche un po’ puerile passare così dall’economia alla storia ma io ho una mente femminile e ancora non capisco (e qualcuno me lo spieghi se può) come mai la Germania, con tutte le nefandezze che ha compiuto, invece di essere povera e squalificata come nazione, già pochi anni dopo la guerra era una superpotenza e gli Italiani ci andavano a lavorare come emigranti e venivano pure trattati a pesci in faccia. Boh? Non avevano perso la guerra tutte e due, la Germania e l’Italia? Non erano alleate?
Ma non è di questo che voglio parlare perché l’argomento avrebbe bisogno di approfondimenti vertiginosi e lo ‘spread’ sinceramente mi annoia molto, così come mi annoiano l’economia e la finanza con il loro quotidiano, grigio e totalizzante protagonismo.
Voglio invece parlare dell’uomo cosiddetto ‘comune’. Di colui che ogni giorno, a tutte le ore, viene accusato di essere l’unico generatore del disastro dell’economia. Di colui che, in primis, accetta senza protestare di essere definito ‘comune’ da gente che lui stesso mantiene in Parlamento con costi incommensurabili e la cui unica prerogativa è quella di essere esattamente come lui.
E cioè comune. E cioè inerte. E cioè privo di coraggio. Asservito a poteri occulti o palesi in cambio di privilegi. E cioè avido. Annichilito davanti alla dea Finanza e al mito del Mercato i cui meccanismi non capisce neppure del tutto. E cioè ignorante. E cioè anche un po’ disonesto in quanto occupante di uno scranno indegnamente assegnatogli.
Non importa che l’uomo che si fa chiamare ‘comune’ non sappia cos’è lo spread, basta che abbia chiarezza su un fatto: che è tutta colpa sua.
Basta che gli uomini comuni che stanno in Parlamento glielo ricordino in continuazione. Perché costoro, conoscendo bene se stessi conoscono bene tutti gli altri. E quando quelli che stanno sopra di loro - e solo un gradino al di sotto di Dio - glielo ordinano, loro sanno come dirglielo. Come dire all’uomo che si fa chiamare ‘comune’ che è lui il responsabile di tutto ciò che accade nella politica e nella finanza. Perché quando le cose vanno bene spende e spande oltre le sue possibilità, il libertino. Fa la cicala come se fosse sempre estate e non pensa ai tempi difficili, all’inverno, non pensa al domani. Non pensa alle povere banche che poi sono costrette a umiliarsi pubblicamente per essere risarcite dei danni di tanta spensieratezza
E per questo adesso deve pagare.
Per questo vengono gli uomini grigi con il loden e le donne rinsecchite con il foulard che piangono prima di mangiare le proprie vittime invece che dopo, per differenziarsi dai coccodrilli.
Povero uomo comune. A volte sull’altare e quasi sempre nella polvere.
Ma come non dare ragione ai mostriciattoli del potere che si nutrono della sua credulità? E della sua disponibilità e sottomissione generata dall’atavica paura dei potenti respirata in famiglia dove mai, tra l’inutile e vischioso ciarpame educativo, fa capolino anche per un solo istante il concetto di coraggio?
E’ lui che si fa di buon grado rapinare sistematicamente dando ragione ai potenti illudendosi di riceverne in cambio amicizia e protezione. E a volte accontentandosi come un cane di un loro sorriso o di una pacca sulla spalla in una manifestazione pubblica o di una coccola ai suoi bambini, che filmerà con il cellulare e mostrerà per sempre ad amici e conoscenti.
Come ha potuto - mi domando - l’uomo che senza mai un moto di orgoglio si fa chiamare ‘comune’ (a volte si fa chiamare anche ‘uomo della strada’ forse in una premonizione di quella che sarà evidentemente la sua sistemazione definitiva), farsi allettare da tutte le sirene del consumismo fino a rendersi responsabile dell’orrendo impoverimento di cui oggi viene sfrontatamente accusato da chi si è arricchito e ha costruito il proprio potere sulla sua bovina disponibilità a indebitarsi per riempirsi la casa di stronzate inutili e gli armadi di abiti inguardabili, ideati su modelli improponibili e ritoccati con il Photoshop?
Come ha potuto accettare di farsi espellere dalla propria casa dove la sua famiglia numerosa viveva da generazioni pagando un affitto e godendo di spazi umani per finire ‘proprietario’ di una casa di quaranta metri quadri in periferia, dove è persino impensabile l’idea di generare un figlio o immaginare di vederci invecchiare e morire i propri genitori come un tempo era semplicemente normale. E in cambio di questo loculo farsi gravare di un mutuo insostenibile mentre gli viene tolta ogni speranza di sopravvivenza?
E come ha potuto accettare che i centri cittadini, un tempo popolati di gente vera, portatrice di vere tradizioni popolari, animati da canti e profumi di buona cucina, venissero evacuati per fare spazio a miliardari stranieri, giornalisti d’accatto, prostitute di regime, politici unticci e panzoni, oscuri faccendieri di recente e facile ricchezza, che chissà perché si ritengono in diritto di aprire le loro finestre sui monumenti che testimoniano una grandezza passata di cui molto spesso non sanno nulla?
Come ha potuto farsi inebetire da programmi televisivi demenziali interrotti da continui spot pubblicitari ancora più idioti e farsi convincere ad assumere idee e comportamenti mai avuti prima scambiandoli per modernità, fino ad arrivare a eleggere in Parlamento il portatore di tutta quella spazzatura culturale?
Come ha potuto scambiare per libertà sessuale la pornografia gratuita offerta a piene mani dopo secoli di repressione sessuale quando il potere, gratuitamente, non ti dà nient’altro che quello e anzi, appena può, ti leva anche diritti acquisiti con anni di lotte durissime e senza quartiere?
E ancora, come ha potuto farsi convincere ad appestare l’aria destinata anche ai suoi figli e ai suoi nipoti con gli scappamenti delle auto comperate con dissennatezza arricchendo chi non ha esitato un momento ad andare a investire poi all’estero dove la manodopera costa meno, privandolo dei mezzi per vivere pur non rinunciando alla riscossione delle rate restanti?
E come ha potuto permettere ai propri figli, nati nel paese dove si mangia meglio al mondo, di andare ad abbuffarsi di hamburger al McDonald’s votandosi all’obesità ed esponendosi a malattie di ogni genere?
E come può, ogni giorno, salire sull’autobus o sul treno facendosi assordare dall’I-pod infilato nelle orecchie fissando il cellulare come se fosse un’immagine divina? Come può vivere senza ascoltare né guardare il mondo che lo circonda? Senza comunicare con il suo vicino? Isolandosi dalla realtà? Come può non leggere mai un libro, non sfogliare mai un giornale che non sia quella porcheria inguardabile della stampa free press con le sue notizie di seconda mano e tutta quella nauseante pubblicità?
Come può prendersela con il suo vicino per ogni rumore, per ogni briciola caduta dalla sua finestra sul suo balcone, invece di arrabbiarsi con chi lo deruba dei suoi diritti e delle sue conquiste sociali e ha l’improntitudine di sfrecciargli davanti nell’auto blu pagata da lui?
Ma come può? Come può?
E si potrebbe continuare a infierire all’infinito perché troppo insopportabile è in questi giorni amari la tiepidezza con cui gli uomini che si fanno chiamare ‘comuni’ assistono alle sfrontate iniziative dei nuovi potenti che hanno rovesciato la padella e ci fanno ora assaggiare la brace.
Perché tanta rassegnazione, perché così poca indignazione, perché così poca rabbia?
E’ per l’addestramento all’obbedienza e alla sottomissione respirata in famiglia? O a scuola, dove l’istruzione obbligatoria ha ottenuto perlopiù replicanti diplomati e laureati che non si ricordano neanche un verso della ‘Cavallina Storna’? Per me questo è un grande mistero che forse soltanto una più approfondita ricerca sul fenomeno della reincarnazione potrà spiegarmi.
Una cosa è certa, quarant’anni fa si è creduto, per quello che nella Storia è da considerarsi una frazione di secondo, che la gente si fosse svegliata e avesse rinunciato alla cieca obbedienza e alla sottomissione. E abbiamo visto come è finita.
Intanto l’austero Monti con quel suo ghignetto sornione è andato in America a stringere la mano al presidente che solo quattro anni fa ci ha fatto illudere che qualcosa stava cambiando sotto il sole ma che già ha le ore contate. Ha stretto la mano a un democratico di colore preparandosi senza batter ciglio a stringerla a un repubblicano bianco e reazionario. Sa bene il professor Monti che non ci saranno altri uomini di colore alla presidenza degli Stati Uniti, né neri, né gialli, né rossi. E niente donne. E niente omosessuali. Con Obama gli Usa hanno già sfoggiato tutta la loro grande e strombazzata democrazia. Ma per Monti, il tecnico che fa regali alle banche e depreda i lavoratori e i pensionati, che differenza fa? Lui deve svolgere il suo mandato.
E l’uomo che si fa chiamare ‘comune’, dal suo sofà davanti allo schermo a cristalli liquidi, lo ammira. E’ uno che sa il fatto suo, un esperto, un competente, un professore. Uno che insegna ma sa anche obbedire. E si vede. Da uno come lui le sberle si accettano di buon grado.
Ed ecco Monti, instancabile giramondo secondo solo al Papa, che va in Cina a vendere il nostro Paese e stringe mani e sorride mesto e modesto come sa fare solo lui. E si abbottona la giacca per fare le foto ufficiali imitato da quelli che posano con lui, in quel gesto virile che è tutto ciò che resta della gestualità dei grandi condottieri (tutti gli uomini di stato, quando posano per i fotografi, si abbottonano la giacca, l’avete notato?). Gli uomini a cui stringe le mani forse non lo fanno personalmente ma sanno e tollerano che in alcune regioni del loro grande paese quando nasce una femmina è peggio di una morte in famiglia e non è raro che la neonata venga uccisa alla nascita e gettata chissà dove. Neppure Mao è riuscito a rimuovere questa simpatica consuetudine o forse non ci ha neanche provato. E sanno anche, gli uomini che si abbottonano la giacca con Monti in quel gesto così corale e unificante (globalizzato, direi) che le merci che già invadono il nostro Paese e che lo seppelliranno da questo momento in poi, vengono prodotte in orridi sottoscala, da bambini in età scolare, da donne sottopagate e denutrite, con materie prime scadenti e nocive, con le pelli di milioni di animaletti innocenti come ornamento. E anche Monti lo sa. Sa anche che i prezzi assurdi con cui si possono comperare le merci cinesi sulle bancarelle trovano solo in questo la loro giustificazione.
E’ di Adam Smith, non di Karl Marx, la frase “I padroni dell’umanità applicano sempre la loro ‘vile massima’: tutto per noi e niente per gli altri.
Ma il nostro uomo, che permette di buon grado a questa gente di chiamarlo ‘comune’, dal suo divano Ikea approva ammirato. Anche se da poco è diventato magari buddhista e invece di pregare il severo e burocratico Dio cristiano per far trovare un lavoro ai suoi figli, si è messo a recitare ‘nammioorenghechiò’ tutti i giorni per mezz’ora perché pare che acceleri le pratiche.
E il Tibet? Beh, sì, vabbè… solo gli stupidi sono coerenti, no? Non l’ha detto anche coso, lì… come si chiama?
Eh sì, è inutile negarlo, ciò che si ha è ciò che si merita. E la maggioranza tace e acconsente.
Chi non è ‘comune’ - o crede di non esserlo - si sfoga scrivendo, dipingendo, cantando la propria disapprovazione. Si sfoga non comprando merci inutili, rifiutando le lusinghe del capitalismo (forma di sfruttamento ancora umana, sostituita ormai dall’aliena Finanza), non mangiando animali, pregando, facendo manifestazioni, attentati, rapinando banche, drogandosi, protestando nelle piazze, gettandosi dalla finestra. Facendo il baratto. Comprando solo merci a chilometro zero.
Arrampicandosi su una torre per protesta. Aprendo blog.
E l’industria dell’informazione, cibo quotidiano dell’uomo che si fa chiamare ‘comune’, trova la giusta casella per ogni fenomeno, per ogni peculiarità. Promuove statistiche, inventa nuovi format televisivi, organizza forum dove una serie di sfigati falliti che passano per esperti di qualunque cosa e che vivono di questo presenzialismo mediatico aprono la bocca e le danno fiato.
E incassa contratti pubblicitari che gonfiano le vele di tutta questa follia e ne garantiscono la continuità. Per la triste gioia quotidiana dell’uomo che chiamano ‘comune’.
Amen.

martedì 3 aprile 2012

Whisky bar - poesia di Giuseppe Cataldi


Tutta vita stasera, ar whisky bar, gnente me lo leva dalla testa ,
tre vorte j’ha cambiato nome ma per me, sempre quello resta.
Oggi ha cambiato la vecchia pelle marmi neri ma la stessa disposizione
e sur bancone, bignè e dorci fini. La ggente ch’è venuta nun è la stessa
anche l’amici non sembreno quelli de sempre tutti eleganti e cor collo dritto.

E poi c’è stato un viavai de poliziotti perché un bar che se rispetti
tanti ne deve avè de quell’amici pe’ nun fa li botti.
Mamme fratelli bambini tutt’a vedè lustrini ed un faro alogeno che illumina li vini,
ogni tanto qualche turista se ferma se fa la solita sciroppata de gelati da cartellone
nun decide gnente e capisce che stasera nun è cosa loro è na cosa familiare
fra molti intimi, tutti invitati.

Fori timorosa la storpietta che poiè n’omo e manco checca
dice a tutti “ se vedemo da Gennaro!” sbaciucchia le femmine che je passeno a tiro,
s’arrabatta e s’enchioda sulla transenna che la strada na vorta
era percossa dall’auti tutti de corsa. Se vedemo da Gennaro! poi s’allontana.
Tre bulli je dicono “a storpia!” lei se ggira e sorridendo:
siete tutti stronzi e più stronzo è quello ch’ha parlato”, se vedemo da Gennaro,
mo’ nonc’ho più fiato. E quando esce la padrona dar whisky bar, Sora Rosa der bar affianco je fa l’occhietto nun so’ invidiosi, c’è posto per tutti nun so permalosi. Sora Rosa se mette in pizzo alle sedie ammontate sgambetta e sorride a ciascheduno anche Lei c’ha l’amici in polizia tutto tranquillo e così sia.
Ormai è sera e la ggiornata è stata certamente bene inaugurata
bella ggente, qualche mignotta ma nun se vedeva gnente.
Tanti pischelli, a qualcheduno che scherzava colle mano er padrone oggi
s’è concesso un po’ de meno j’ha detto oggi è l’inaugurazione
nun me vojo sporcà e giù un pizzone.

Nun scenne mai la notte a whisky bar ah se chiama Rizzo che razza de nome
a’n bar de rispetto!
Fori non c’è più nisuno solo le macchine e contro la transenna
le fije della padrona e’ na mora cor bimbo in braccio ma dorme ancora.

Bacetti ar pupo,! A quer comanno tutti a cerca’ la guancetta tonda,
la mamma che lo tiene se becca anche lei qualche strusciata,
ma tutto è a posto, semo in famija, è l’innocenza de li cervelli semplici
il sesso, i figli so la stessa cosa, nun fanno pensà……. sempre alla spesa!



domenica 12 febbraio 2012

Blues di Costantino Cittadini


Indosso una camicia da lavoro smaccatamente americana, un gilet e una borsa da medico di plastica che contiene il microfono e le armoniche. Sto andando in treno a Porta Portese, a suonare nella mia scuola di musica.
Il treno che prendo alla stazione sotto casa è un treno anni '70 risistemato di fresco e dipinto di un blu acceso e commovente.
Inforco un paio di ray ban wayfarer che sono uno schermo, un nascondiglio e una carnevalata perché sento tra me e la gente una tensione ostile, della quale non sono colpevole.
Al sottopassaggio della stazione tiburtina un busker sta suonando e cantando «The house of the risin' sun». Mi avvicino per mettere qualche spiccio nella custodia della stratocaster finta. Fra me e il busker si crea un'aura.
Due signore americane passano e si godono la scena e ridono grassamente. Io sono troppo stravolto per ricambiare con un sorriso ma non abbastanza da non ridere della situazione dentro di me: un impiccio di meridiani.
Il Diavolo ha preparato questa messinscena e mentre mi allontano verso il primo binario si gusta il suo sorso d'acqua fresca.