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martedì 22 febbraio 2011

Compagni di viaggio - racconto di Enza Li Gioi

Uscita dallo studio associato dove aveva sostenuto l’ennesimo breve quanto inutile colloquio e aver lasciato il suo dettagliato quanto inutile curriculum e aver sentito il breve quanto insincero commiato – Grazie, le faremo sapere – Ingrid si piazzò alla fermata del bus numero tre davanti alla Sala Troisi. Ne lasciò passare un paio, sovraccarichi fino all’incredibile. Data la lunghezza del percorso che l’attendeva non le andava di stare in piedi e di farsi spintonare rischiando magari che le scippassero la borsa con gli ultimi otto euro rimasti dal mensile che i suoi le davano sempre più malvolentieri ma anche con sempre maggiore difficoltà vista la situazione di tracollo economico del Paese. Ma soprattutto non vedeva l’ora di riprendere in mano gli appunti che aveva messo giù per il romanzo che voleva scrivere e che era fermo da mesi. Scrivere era l’unica cosa che la consolava in quella ricerca infruttuosa di un lavoro ma tutto quello che riusciva a buttare giù erano brevi racconti di cui non era mai del tutto soddisfatta. Ma il giorno prima le era sembrato di aver avuto l’idea vincente, la trama che stava nell’ombra da anni, la ripetizione forse più matura del successo di un suo breve romanzo che le era valso il primo premio  in un concorso letterario giovanile di quattro anni prima. Quattro anni a corto di idee erano troppi per una giovane scrittrice, ma nel frattempo si era laureata e si era davvero impegnata a cercarsi un’occupazione. Decise in quel preciso istante che avrebbe accettato di badare ai bambini di sua sorella in attesa che qualcosa di grande accadesse nella sua vita. Ma sì, basta con quegli studi associati del cavolo, con quegli avvocatucci atticciati e presuntuosetti a farsi accomiatare con aria di sufficienza da una segretarietta un po’ coatta che si sentiva una privilegiata perché guadagnava uno stipendio da fame e lei no! Il Tre arrivò questa volta con dei posti liberi. Obliterò il biglietto che aveva in tasca da giorni solo perché le parve che due persone in piedi davanti alla porta centrale avessero l’aspetto e i colori di due controllori dell’Atac. Ma i due scesero subito e Ingrid si domandò, e lo scrisse sul suo quaderno appena si fu seduta, come mai tanta gente sceglie di vestirsi in grigio con camicie azzurre e porta borse a tracolla. Possibile che vogliano sembrare dei controllori dell’Atac? Per darsi un tono, forse? Per sentirsi importanti? Come s’era abbassato il livello delle ambizioni in quegli ultimi anni! Come anche i matti mitomani avevano rinunciato a sentirsi Napoleone Bonaparte o la Regina Elisabetta per sembrare controllori dell’Atac o uscieri di ministeri! Tutto si era abbassato, sogni inclusi.
La invidio.” Disse accanto a lei una voce facendola sobbalzare. A parlare era stato l’anziano signore che le sedeva accanto e di cui non si era neppure accorta.
Mi invidia? E perché?” Chiese Ingrid sperando che lui non si dilungasse nella risposta con la consueta prolissità degli anziani, che stanno un’ora a cercare le parole.
Perché anche a me piaceva molto scrivere un tempo, ma adesso… con questi occhi…”
Beh, certo…” Rispose evasivamente Ingrid avvicinando maggiormente il quaderno per fargli capire che voleva scrivere in pace e non fare conversazione. Il vecchio tacque per un po’ poi chiese: “Dove se ne va di bello?”
Ma che cavolo te ne frega, pensò Ingrid, ma gli rispose: “Dalle parti del Museo d’Arte Moderna.”
Un bel giro.”
Eh già.” Ingrid chiuse il quaderno tenendo un dito infilato tra le pagine e lo guardò con un sorriso standard. Era un uomo molto anziano ma gradevole e pulito, vestito con una certa eleganza, che le rivolgeva un sorriso aperto come quello di un bambino. Questo vuole fare conversazione, pensò rassegnata. E’ un signore anziano e solo, perché non ascoltarlo in fondo? Perché comportarsi come tutti i giovani, ubriachi solo della propria giovinezza, che parlano solo con i giovani, frequentano solo giovani, hanno problematiche giovani e hanno finito per diventare quella massa indeterminata, omogenea, scontata, strumentalizzata politicamente, destinataria di mille promesse mai mantenute che viene genericamente definita ‘I Giovani’.
Ingrid decise di rendersi moderatamente disponibile al bisogno di comunicazione dell’uomo e gli chiese: “E lei? Dove va?”
Oh io… boh, da nessuna parte per la verità.”
Come? Non...?”
No io… prendo gli autobus così, sa com’è… per passare il tempo, per… per socializzare… stare in mezzo alla gente. Io sono… sono rimasto solo al mondo. Mia moglie poverina è… è morta.” L’uomo aveva un po’ esitato prima di usare quell’ultima espressione. Forse avrebbe voluto dire deceduta o scomparsa ma probabilmente questi termini gli erano parsi un po’ eufemistici o burocratici o… ma insomma, la morte è morte.
Oh mi… mi dispiace davvero.”
Grazie.” Disse l’uomo inspirando poi dal naso con forza come se gli mancasse l’aria. No, non metterti a piangere adesso, ti prego! Supplicò dentro di sé Ingrid e chiese senza un vero interesse: “E’… è successo di recente?”
Un mese fa purtroppo, ma… era molto malata poverina.”
Capisco.” Bene. Fine della conversazione. Che altro c’era da aggiungere? La sua opera buona l’aveva fatta per quella mattina, no? Così Ingrid riaprì il quaderno con ostentazione, fece scattare la biro ma l’uomo parlò di nuovo. “La curavo io, sa? Non ho mai permesso che la tenessero all’ospedale.”
Rassegnata Ingrid infilò la penna tra le pagine del quaderno e lo chiuse. “Non… non era seguita da un medico?” Chiese.
Sì ma… i medici vanno presi in considerazione fino a un certo punto. Oh, mi scusi, siamo solo a un terzo del percorso e il traffico è lento. Tanto vale presentasi, no? Io mi chiamo Alfonso, e lei?”
Mio Dio, pensò Ingrid, questo intende restare con me fino a Valle Giulia, ma che cazzo vuole da me? “Ingrid” rispose comunque.
E’ straniera?”
No… ah, per via del nome, dice? No, mia madre da piccola aveva un’amichetta che si chiamava così e…”
Era straniera?”
Chi?”
L’amichetta di sua madre.”
Oh beh… boh? Sa che non lo so?” Ingrid ridacchiò e cercò di riaprire il quaderno ma inutilmente.
Lei non è curiosa, come tutti i giovani d’oggi. Io a mia madre l’avrei chiesto. Ma… dove eravamo rimasti? Oh sì! Ai medici. No no, che il Signore ce ne scampi! No no no, la mia signora l’ho curata io.”
E infatti bella fine che le hai fatto fare, pensò Ingrid che incominciava a spazientirsi un po’ e che non aveva gradito quell’osservazione fatta sui giovani. Non le andava di essere omologata agli altri anche se un po’ era vero. Perché non aveva mai chiesto a sua madre come mai la sua amichetta aveva quel nome straniero?
L’autobus era praticamente fermo da dieci minuti perché qualcuno aveva parcheggiato un furgone quasi interamente sulla carreggiata e l’autista clacsonava disperato accompagnato da un coro di proteste dei numerosi passeggeri che nel frattempo erano saliti. Improperi romaneschi e maledizioni in varie lingue e dialetti si mescolavano tra di loro in un frastuono indicibile. Ingrid trovò divertente quella bagarre e si mise a ridere ma il signor Alfonso sembrava non accorgersene nemmeno e la guardava serio, come aspettandosi da lei qualche altra domanda. Oh Dio, pensò Ingrid, ma cosa vuole da me questo tizio?
Sono stato bravo, sa?”
Bravo? A far cosa? Oh sì, mi scusi… a curare sua moglie, vero?”
Finalmente l’autobus ce la fece a proseguire e il chiasso si trasformò in un chiacchiericcio  decrescente prima di spegnersi del tutto. Alfonso la guardava gravemente facendo dei cenni affermativi con la testa. Siccome non smetteva, Ingrid si domandò cosa doveva dirgli adesso, anche perché sembrava che si fosse incantato su quel movimento e il suo sguardo così fisso su di lei la metteva a disagio.
Proprio così – disse finalmente – bravissimo.”
Ma… - fece Ingrid alla disperata – cos’aveva sua moglie se… se posso chiederglielo.”
Certo, certo che può chiedermelo cara signorina. Mia moglie aveva un brutto male. Molto, molto brutto.”
Vabbè, non me lo dirà mai ma in fondo che me ne importa? Che differenza fa se me lo dice o no?
Ma io la curavo con pazienza e ostinazione – riprese l’anziano – Con pazienza e ostinazione. Curare significa purificare, sa? Togliere di mezzo il male attraverso la purificazione, questo significa.”
Oh… e… quali erano le sue cure? A quel punto Ingrid incominciava a essere un po’ curiosa.
Enteroclismi e lavande.” Disse l’uomo con grande enfasi.
Che cosa?”
Clisteri. Clisteri e irrigazioni vaginali. Sa di cosa parlo, no? Li avrà fatti anche lei.” Lo sguardo del vecchio le sfiorò l’inguine coperto dal quaderno e c’era nei suoi occhi, che subito si distolsero, un guizzo malizioso. O no?
Ma… veramente no. Io non…” Ingrid si sentiva a disagio ora, e avrebbe voluto interrompere immediatamente quel dialogo.
E’ arrossita! – Esclamò il vecchio puntandole contro un dito indice incurvato dall’artrite – Ah, ma allora le ragazze  di oggi arrossiscono ancora! Questo è consolante ma… non deve sentirsi imbarazzata per certi discorsi, sa?”
No io… - Ma perché non scendeva semplicemente da quel cavolo di autobus e non ne aspettava un altro? Beh, ormai gli aveva detto che… Ma che te ne frega? Scendi immediatamente e basta!
Si, è imbarazzata invece. Si vede che è una ragazza timida. Però mi dia retta: per gli enteroclismi e le lavande non è mai troppo presto. Specie per le lavande. Conosce Céline?”
Chi?”
Céline… Louis Ferdinand Céline…”
Ah sì… quello del ‘Viaggio al Termine della N…”
Brava! Bravissima. Proprio quello. Sa cosa diceva lui? Diceva che le donne hanno sempre l’utero occupato da qualcosa… o un seme che si sviluppa o qualche orribile malattia.”
Carino.” Che stronzo quel Céline! Se non ricordava male gli piaceva Hitler.
Non sarà carino ma è vero.”
Adesso dico a questo vecchiaccio che vorrei continuare a fare i cazzi miei e non mi va di fare conversazione!
Le donne – Riprese l’uomo ignaro dei suoi pensieri – non sono mai abbastanza pulite, poverette.” E scosse il capo con fare sconsolato.
Scusi ma non mi trovo affatto d’accordo con lei, anzi, a questo punto sarebbe il caso di…”
Sa come è fatto un apparecchio per i clisteri e le lavande?” La interruppe lui dandole sulla voce.
Oh Dio Cristo! Non rispondergli! Assumi un’aria seccata, vedrai che la smette.
No, se è vero che non li ha mai fatti, non può saperlo.” Si rispose da solo l’uomo. Ingrid non disse nulla.
E’ un dispositivo di una semplicità disarmante: un contenitore in vetro o in plastica della capacità di un paio di litri, munito di un manico per cui lo si può appendere in alto e… ma è sicura di non averne mai visto uno? So che quasi tutte le donne ce l’hanno in casa. Sua madre l’avrà di sicuro. Magari l’avrà visto chissà quante volte… un modello in plastica ripiegato in qualche mobiletto del bagno o…”
Che palle questo! Ma che razza di argomento di conversazione sarebbe? Non dire niente, non rispondergli più!
Senza fare alcun caso al suo silenzio l’uomo proseguì: “Da questo contenitore si diparte una cannula di plastica trasparente collegata a un… come dire? – Il vecchio aspirò attraverso i denti, o forse la dentiera,  in cerca del termine adatto. -  Un… beh chiamiamolo uno strumento di penetrazione… non mi viene in mente niente di meglio ma so che c’è un termine tecnico. Forse… forse becco? Ma no… che orrore, no! Uff, la vecchiaia! Questo… strumento insomma… uhm… della lunghezza all’incirca di un pene eretto di medie dimensioni…”
Oh Cristo! Alzati subito! Non starlo ad ascoltare!
Questo strumento le dicevo… Oh, in realtà sono due… ma mi segue lei?”
Preferirei che lei la smettesse. Non mi interessano le sue spiegazioni.”
Ragazza mia! Ma come? Si imbarazza per così poco? Si vergogna davanti a un povero vecchio che ha solo voglia di parlare un po’ con qualcuno? E’ di questo che dovrebbe vergognarsi invece, perché quello che le sto dicendo le potrà servire nella vita, sa?”
Ingrid lo guardò meglio. Aveva sopracciglia cespugliose, occhi molto annacquati, un colorito terreo con diverse venuzze rotte sul naso e una bocca stranamente rosea e umida. Le fece schifo e pena al tempo stesso in uno di quei sentimenti misti e confusi che le capitava spesso di provare in varie situazioni.
Ma sì, fallo parlare, tanto che male ti può fare ascoltare i vaneggiamenti di un vecchio che non rivedrai mai più? “Vabbé, vabbé, mi scusi.” Disse tra i denti.
Ma si figuri, di ché? Le dicevo che gli strumenti di penetrazione – ma come diavolo si chiamano? Ce l’ho qui sulla punta della lingua… ah, niente! – Insomma, sono due, uno per l’ano, che ha un solo foro di uscita e uno per la vagina che ha tanti forellini in modo da spruzzare il liquido lungo le pareti e pulire bene tutte le schifezze che si trovano là dentro. L’ano è più stretto e meno elastico della vagina, lo sa no? Lo sa?” Il vecchio si sporgeva verso di lei che guardava ostinatamente davanti a sé.
S…sì lo so.” Ma cosa caz...?
Bene. Vedo che qualcosa sa. Comunque voglio esprimerle una mia considerazione in merito. Trovo che per l’operazione anale si sia scelto un nome un po’… un po’ bruttino, non trova lei? Eh? Non trova?”
Come? Oh sì, certo, certo.”
Eh, mammamia! Più brutto di così! Enteroclisma o peggio ancora clistere! E’ orribile. Sono i difetti della lingua italiana, sa? Che sa essere soltanto scientifica o volgare, non le pare?”
Hmm, ah sì? Non ci avevo mai pensato… comunque non mi pare. E’ una lingua molto poetica invece.”
Hmm sì, forse in alcuni casi… infatti per l’operazione specificatamente femminile il termine lavanda lo trovo stupendo. Lavanda! Non lo trova bellissimo? Non lo trova musicale? Soprattutto pensando all’operazione rivoltante a cui si riferisce. Una… una specie di disgorgo, di… bonifica di un’area infetta, di…”
Sta calma, sta calma, sta calma. Questo viaggio non durerà in eterno. E poi, chi ti costringe a stare qui?
Del resto – proseguì l’uomo – la medicina è sempre stata molto delicata con voi donne e con le vostre ripugnanti magagne. Non sono forse belli i nomi delle vostre infezioni? Eh?”
Sono… belli? Non so, io…” Ingrid era annichilita sul sedile. Il fianco di una donna bassa e corpulenta le stava premendo una spalla e l’autobus era affollatissimo e caldo.
Ma lei non sa niente! Vorrebbe dire che è brutto Monilia? Monilia…” – ripetè  rapito facendo un largo gesto ad arco con la mano come se descrivesse l’Universo. – E’ stupendo, sublime! E… e Candida Albicans? Non è una meraviglia? Sembrano nomi di fate… verrebbe quasi voglia di infettarsi.”
Senta non… non me le enumeri tutte per piacere.” Disse debolmente Ingrid che si sentiva imbarazzata dallo sguardo curioso della donna che le gravava addosso e che ogni secondo la spintonava a sua volta spintonata da altri passeggeri che scendevano alle varie fermate.
No, beh… forse Trichomonas Vaginalis non è un granché, però ha quel ché di autorevole, di… di…”
Senta, adesso mi sono ricordata che qui c’è un forno che fa il pane preferito da mia madre, perciò io… “ Ingrid fece per alzarsi ma l’uomo la trattenne tirandola per la manica. “Di che pane si tratta?” Le chiese stringendo gli occhi.
Ma che te ne frega a te, vecchio stronzo! Avrebbe voluto dirgli. “Il… il pane mantovano.” Improvvisò invece.
Oh mammamia, non andrà a comperarlo da questo zozzone, spero! Non si impressioni ma a volte, quando torno a casa a tarda sera, da quel negozio escono topi grossi come gatti. Una volta ne ho visti due in vetrina che si contendevano un pezzo di pizza rossa. Ma dico io, non si pulisce la vetrina prima di chiudere? No, guardi, vada da uno che le indicherò io. E’ proprio a due passi dalla sua fermata. Può dirgli che ce l’ho mandata io… vedrà che trattamento! E che pane mantovano! Così almeno possiamo stare assieme ancora un po’, no?
Quel viaggio non finiva mai e Ingrid maledisse  l’annuncio sul giornale che l’aveva portata in quel cavolo di studio associato a Trastevere, maledisse il traffico di Roma e la società intera responsabile della solitudine degli anziani. Adesso gli dico che i suoi discorsi mi danno fastidio e me ne vado. Adesso glielo dico. Uno, due…
Mia moglie ha avuto il trichomonas per tre volte nella sua vita. Si faceva certe lavande! Con prodotti profumatissimi che si chiamavano… me ne ricordo uno solo: Tricorosas. Bel nome, eh? Si metteva in bagno, seduta sopra il bidet dopo aver appeso il contenitore con l’acqua e il farmaco a un gancio che serviva per appendere gli accappatoi. Tutto attorno si spandeva il profumo delle rose. Io accendevo la radio su un programma di musica classica. Le sembrerà strano e incongruo ma una donna che si lava sul bidet con una sostanza dal profumo di rose e un brano di musica classica sono… come dire? Complementari forse?”
Ma cosa diavolo sta dicendo? Perché non..?” La donna sopra di lei la guardava fisso. Aveva occhi leggermente a mandorla e Ingrid sperò che fosse straniera e non capisse un’acca.
Lei non ci badava se entravo e la guardavo mentre si infilava quel coso…”
Ma la smetta per piacere!Perché mi racconta queste cose? Io non le voglio sentire, ha capito? Se continua alla prossima fermata scendo!” Ingrid sentiva di essere tutta rossa per l’ira.
Oh, mi scusi se l’ho messa a disagio, chiedo venia. Però… per essere una giovane moderna ha molte inibizioni, sa? In fondo lei legge dei romanzetti dell’orrore inventati da qualche oscuro scrittorucolo americano che non la porteranno da nessuna parte mentre io le sto raccontando delle cose vere.”
Ingrid si avvide che la sua capace borsa di stoffa era aperta e lasciava intravedere parte della copertina di un mediocre thriller che stava leggendo in quei giorni. Non sfuggiva niente a quel vecchiaccio. Ma quelle parole la allertarono. Era in crisi con i suoi racconti e il suo romanzo era immobile come un pezzo di marmo. Non aveva spunti originali, questa era la verità.
Potevano le chiacchiere morbose di quel vecchio, essere considerate materiale letterario? E poteva un’aspirante scrittrice permettersi di essere schizzinosa e comportarsi come una viola mammola? No, una scrittrice doveva guardare in faccia la realtà in tutte le sue strampalate forme. Guardare tutto senza distogliere lo sguardo, E tenere le orecchie appizzate.
Sì, ha ragione, mi scusi, sono nervosa per tutto questo traffico e la lentezza di questo mezzo. Io…”
Ha fretta?”
Sì, un po”.
Respiri a fondo allora, con la pancia, e si rilassi contro lo schienale. Va  meglio? Eh lo so. Sono un esperto e il mio desiderio maggiore è di far star bene le donne. Meglio? Bene.”
Quelle attenzioni del vecchio e quella voce suadente le facevano schifo, come se si fosse instaurata  tra di loro un’oscena intimità. Guardò la donna che le incombeva addosso e le sembrò di vederle negli occhi un’espressione maliziosa.
Come le dicevo – riprese l’uomo – mi infilavo nel bagno e la guardavo. Ma pur non essendo ancora un esperto a quei tempi… oh, le sto parlando di… beh, almeno trent’anni fa, forse più. Lei aveva cinquant’anni ed era bellissima… non smetteva mai di essere bella quella donna nonostante il tempo che passava.
Io a quell’epoca, benché fossimo quasi coetanei, sembravo suo padre. Ma forse ero io che la vedevo così perché ne ero troppo innamorato. Ci si sente sempre inferiori a chi si ama, sa? E’ questa la fregatura dell’amore.”
Ingrid lo guardò e le parve che una lacrima gli tremolasse nell’occhio. Si rese conto che l’uomo adesso parlava senza guardarla, fissando un punto davanti a sé come se stesse parlando da solo, rievocando il passato a uso e consumo di se stesso e basta.
Si domandò se non avrebbe avuto con chiunque quella mattina la stessa necessità di parlare. Se avrebbe parlato anche a una sedia vuota. Comunque  era decisa ad ascoltarlo ormai,  un po’ rassegnata ma anche un po’ avvinta dalla morbosità di quel racconto e dall’antiquata eleganza con cui alcuni concetti venivano espressi. Non voleva sprecare quello spunto letterario.
Se ne stava là – riprese l’uomo – seduta su quel sanitario, con la vestaglia trasparente allargata attorno a lei, in silenzio. Una scena… graziosa a suo modo. L’acqua gorgogliava e scendeva copiosa, le entrava dentro per poi uscire subito, con il sentore celestiale e risanatore delle rose e quello terrigno e malato del muschio…
Fu allora che capii una cosa…”
Poiché l’uomo tacque a lungo e ormai erano a metà del viaggio Ingrid suo malgrado gli domandò: “Cosa? Cosa capì?”
Capii… capii che quella non è un’operazione che la donna può fare da sola sul bidet. Per via della posizione, capisce? In quella posizione l’acqua scende subito e rimane dentro per un tempo insufficiente a lavare via la schifezza…” E l’uomo la guardò con un’espressione provocatoria.
Ma perché parla di schifezza, scusi? Magari quella era una normale operazione di igiene preventiva…”
L’uomo alzò la voce con un tono rabbioso: “Lei che ne sa? Fino adesso ha fatto l’ingenua! Mi ha preso in giro allora!” Adesso la guardava minacciosamente, con occhi annacquati e arrossati che un tempo dovevano essere stati intensi e belli ma ora sembravano due biglie grigiastre immerse in uno sciroppo di amarena.
Ma no, io…lei parla delle donne come se… anche quello che ha detto di quello scrittore… Cèline… che le donne hanno…”
Proprio cosi! Le donne hanno! Comunque se vuole ascoltare continuo, sennò… amen.”
D’un tratto era diventato antipatico e ostile e il suo corpo, cosa che non aveva notato prima, emanava un odore strano e nauseante, con un fondo di grasso, come di un balsamo da massaggio che probabilmente si stava liberando perché l’uomo si era agitato. Vabbé, si disse Ingrid, adesso lo mando a cagare e me ne vado, quale occasione migliore? Aspetterò dieci minuti un altro autobus oppure proseguirò a piedi. Tra l’altro mi sta già frullando per la testa il soggetto per un racconto e di materiale ne ho abbastanza. Non ho bisogno di sentire altro da questa vecchia cariatide.
Sta pensando di scendere, vero?” Le chiese l’uomo con la voce nuovamente pacata.
Sì.”
Prima che arriviamo alla fermata le dirò quello che ho pensato. Tanto so che le interessa parecchio. Ho pensato che le donne non possono farsi le lavande da sole. Gliele deve fare qualcun altro.” Lo disse come se avesse scoperto la scissione dell’atomo.
E perché?” Che stronzate vecchio porco! Maniaco del cazzo!
Perché si devono stendere e l’acqua deve rimanere in sito per un certo tempo per… per poter meglio rimuovere le porcherie.”
Ingrid si morse il labbro e fece per alzarsi ma l’uomo la tirò nuovamente per la manica e la fece sedere con una certa violenza. Oh Dio, ma cosa stava succedendo? Cosa le stava capitando quella mattina? Che diavolo di giornata era, quella?
Tentò di rivolgergli uno sguardo pieno di collera ma l’uomo la ignorò e proseguì: “Cercherò di arrivare al punto per un problema di tempo. Cercherò di essere breve. Ci tengo a raccontarle tutta la storia.” La sua voce aveva assunto un tono veramente autorevole.
Non la voglio sentire! La smetta! Lei offende le donne con i suoi stupidi pregiudizi. Uomini come lei hanno distrutto la vita di milioni di povere disgraziate. Mi sono laureata con una tesi sulla violenza psicologica alle donne e sul disprezzo degli uomini per il genere femminile. Mi dispiace solo di non averla incontrata prima per poterla citare come esempio calzante di odio verso le donne spinto fino alla ripugnanza fisica ma con una componente di morbosa attrazione. Lei è un pervertito e la sua vicinanza mi fa orrore. Non le do una borsata in testa solo perché è un vecchio, ma si vergogni!”
Ehi, ehi! L’avevo sottovalutata sa? Ha carattere! Perbacco se ne ha. E che parlantina.  Complimenti! Ma non sa cogliere le occasioni e, come le ho già detto, non è curiosa. Un difetto che condivide con molti giovani d’oggi. Forse per questo non nasce niente di nuovo e di buono in quest’epoca. Senza curiosità come fanno a germogliare le idee? Eh? Io le consiglierei di ascoltare il seguito ma se non vuole… vada pure. E’ libera, sa?”
Cosa mi deve dire ancora questo viscido verme? Ingrid schiumava dalla rabbia ma soprattutto per quel senso di impotenza che la voce di quell’uomo le metteva addosso. Lei voleva, voleva andarsene ma qualcosa, qualcosa di malsano e viziato la inchiodava là. Pensò a quanti libri aveva chiuso con rabbia quando ne aveva percepito la banalità, l’irrealtà, la letterarietà fine a se stessa, domandandosi chi diavolo mandava in stampa quelle porcherie portando in auge scrittorucoli da strapazzo, capaci solo di inventare storielle del cavolo per poter veicolare sesso e violenza. Quella che aveva al fianco era una fonte di ispirazione o no? E chi ha detto che le fonti di ispirazioni devono essere gradevoli? Mise il broncio, che tentò di rafforzare incrociando le braccia sul petto in segno di rifiuto, ma rimase seduta.
Glielo dissi a mia moglie – riprese il vecchio come se niente fosse accaduto – Le dissi che farsi le irrigazioni a quel modo era inutile. E mi offrii di fargliele io.”
Ingrid lo guardò disgustata ma lui aveva di nuovo lo sguardo fisso davanti a sé come se lei non esistesse.
Lei mi rise in faccia. Mi disse… mi pare ancora di sentirla… mi disse: ‘Ma come ti sei ridotto? Sei patetico.’ E rideva… rideva…“
L’autobus si fermò e molta gente scese compresa la donna corpulenta, che prima di andarsene le scoccò un’occhiataccia. Erano al cimitero del Verano.
Lei non è sepolta qui – disse il vecchio guardando fuori dal finestrino - E’ al Paese.” Ingrid non disse nulla. Quell’uomo ormai non le suscitava alcuna tenerezza. Solo una morbosa curiosità mista a ripugnanza.
Era una ragazza semplice, di paese. Ma fece presto a diventare una viziata donna di mondo. Comunque da quel giorno, da quando le feci quella proposta, non mi permise più di entrare nella stanza da bagno mentre si faceva le lavande. Si chiudeva dentro a chiave. E ne faceva tante, sa? Ne aveva di robaccia la lavare.”
Ingrid si controllò nel nome della letteratura.
Io rimanevo fuori  ad ascoltare il gorgogliare dell’acqua e quando lei finiva entravo per annusare quel profumo intenso che era eccitante e ripugnante al tempo stesso, un misto di pulizia e sporcizia, di peccato e redenzione.”
Calma Ingrid. Tra un po’ è finita. E comunque mi pare chiaro che la signora se la faceva con qualcun altro che le doveva procurare qualche problema ginecologico.
Andò avanti così per anni. Poi a un certo punto smise di farsi le irrigazioni. E cadde in un profondo stato depressivo. Assieme alle irrigazioni smise anche di andare dal parrucchiere, di andare dal dentista, di uscire a fare shopping, di incontrarsi con le amiche per giocare a Canasta, di fare volontariato in parrocchia, di andare a far la spesa al mattino, di andare al cinema, di leggere… smise tutto.”
Ingrid suo malgrado era rapita. Da quel racconto stava uscendo una trama lenta ma raffinata, sofisticata, insolita. Adesso non aveva più voglia di scendere e pendeva dalle labbra di quel vecchio. Il quale stava ora in un silenzio assorto come se stesse rivivendo quel triste periodo. Stavano ormai salendo lungo il viale del Policlinico e pur essendo ancora lontani e il traffico lento, la meta si avvicinava. Avrebbe voluto chiedergli di andare avanti ma per orgoglio non lo fece.
L’uomo riprese: “Passò in quello stato diversi anni. Molti, molti anni. Poi si ammalò di quella terribile malattia.”
Che malattia era?” Chiese nuovamente Ingrid ma questa volta con un vero interesse.
Un brutto male… molto, molto brutto.”
Okay, non me lo vuole dire. Si vede che per lui non ha importanza. Lascialo proseguire.
Trascorse un periodo all’ospedale senza trarne alcun miglioramento. Poi un giorno mi chiese di essere portata a casa. Ne fui felice, sa? Fui felice che lei me lo chiedesse, che volesse esser curata da me. Almeno avremmo trascorso ancora qualche tempo assieme, sotto lo stesso tetto. Ormai eravamo due vecchi entrambi anche se lei… nonostante l’età e la malattia, conservava ancora quell’aspetto da bambina fragile e vulnerabile che era una componente del suo fascino. Aveva i capelli bianchi perché non se li tingeva più ma le stavano bene… eh sì… le illuminavano il viso, e le mettevano in risalto quegli occhioni neri che mi avevano rubato il cuore.” L’uomo sorrideva dolcemente ora, con quelle sue rosee, tremende labbra umide. Nonostante ciò Ingrid provò una scintilla di tenerezza a quella frase antiquata, ma rimase silenziosa.
Insomma la portai a casa e per prima cosa lei mi disse di buttare via tutte quelle medicine. Non servono a niente, mi disse, non mi fanno star bene. Preferisco che mi curi tu. Tu sai come fare. Lì per lì  non capii quello che voleva dire. Lei sorrideva maliziosamente, quasi deduttivamente se è possibile che una donna di ottantatre anni possa   essere considerata seduttiva. Ma l’amore non tiene conto dei cedimenti del corpo. ‘Tu sai come fare, pensaci - continuava a ripetere. - E’ una cosa che ti devo. Te la devo da tanto tempo.’ Io continuavo a non capire e nelle prime due settimane, senza cure di sorta, lei incominciò a deperire sempre più. La malattia la stava divorando. Non capivo perché non mi diceva semplicemente cosa voleva da me ma lei non era mai stata una donna esplicita. Come molte donne belle lei aveva pudore, capisce?”
Sì.” Rispose Ingrid guardando fuori sul viale Regina Margherita. L’autobus si stava ora mangiando il percorso cercando di recuperare il tempo perduto. Vieni al punto, dai!
Una sera, quando sembrava ormai vicinissima alla fine e io mi ero deciso a riportarla all’ospedale temendo il peggio, lei si alzò debolmente dai cuscini e mi indicò il mobiletto dove teneva le sue cose. I cosmetici ormai secchi, vecchi assorbenti, qualche molletta arrugginita per i capelli, un piegaciglia e… l’apparecchio per le irrigazioni. Le lavande.” Nel dire quest’ultima parola rifece quel gesto ampio e circolare  con la mano sfiorandole un orecchio. “La guardai e lei mi sorrise annuendo. Allora capii che cosa voleva da me. Come voleva sdebitarsi con me. Come voleva guarire. Liberarsi dal male.
Vuole dire che…?”
Ssssst! Silenzio! Mi faccia parlare!” Esclamò il vecchio guardando fisso davanti a sé e facendo un gesto con la mano verso di lei come per scacciare un insetto molesto. Ingrid non se la prese. Era come inchiodata al sedile. Fuori l’autobus aveva raggiunto l’incrocio con la via Salaria.
Eccitato come un bambino corsi in farmacia e chiesi il Tricorosas. Il farmacista, che era vecchio come me mi guardò come se fossi matto. ‘Ma lo sa che quel prodotto è fuori commercio da vent’anni?’ Mi disse. Io gli chiesi allora una cosa analoga e quello: ‘A cosa le serve?’ E mi guardava con sospetto. Non gli risposi e tornai a casa. Sapevo cosa fare e al diavolo medici e farmacisti.”
E allora?”
A casa feci bollire dell’acqua e poi la lasciai raffreddare fino a trentasei gradi, poi ci misi del sapone intimo al profumo di rose. Quello per il bidet, sa? E andai in camera. Lei aveva un sorriso rilassato e un’aria di aspettativa. Appesi il contenitore di plastica a fiorellini rosa, una cosa vecchia e ormai ingiallita, all’attaccapanni e le chiesi: ‘Lavanda o enteroclisma?’ Non so perché le feci quella domanda che sulle prime sembrò imbarazzarla. Lei non si faceva mai dei clisteri, capisce? Ma mi avevano confuso i due affari… quei cosi là… quei…”
Sì sì, ho capito. Vada avanti.” All’incrocio c’era un vigile che dirigeva il traffico facendo il contrario di quello che indicava il semaforo. Si formò una fila di auto che suonavano il clacson bellicose.
Alla fine, con le guance un po’ arrossate dalla timidezza, disse che lasciava a me la decisione. Che potevo fare quello che volevo. Così incominciai dall’enteroclisma. Ammetto che in fondo al mio animo sonnecchiava da tempo il desiderio represso di umiliarla in qualche modo. Quel primo enteroclisma la spossò. Rimase quasi svenuta sulla padella piena di… oh, lei è ancora una ragazza e non mi va di descriverle cosa può uscire da un corpo umano…”
Beh, non mi pare che finora mi abbia risparmiato qualcosa…” Non potè fare a meno di dire Ingrid.
Quando si riprese aveva anche ripreso colore. Certo, vedendomi con la padella a esaminare quella roba… si vergognava, poverina. Lei era sempre stata così riservata, sa? Le belle donne – si ripeté – hanno spesso più pudore di quelle brutte..”
Ingrid, pur presa da quel grottesco racconto, non aveva il coraggio di guardarlo.
Poi le feci la lavanda. -  Di nuovo quel gesto circolare e questa volta un bottone della manica le si impigliò tra i capelli. Ma lui non ci fece caso. – Questo la rimise al mondo. Mentre gliela facevo le vedevo passare sul volto espressioni di piacere misto a nostalgia e a qualcos’altro… a sollievo forse. Il sollievo che ha un debitore che sta saldando il suo debito.
Al mattino le facevo l’enteroclisma e la sera la lavanda. Le piaceva che la sua giornata dondolasse tra quelle due scadenze. Non aveva altro da fare del resto. Sembrava spossata ma le piaceva, lo so. Non voleva più mangiare niente e l’acqua dell’enteroclisma usciva ormai pulita e quasi profumata.”
Ingrid era sopraffatta dall’orrore e dallo schifo ma al tempo stesso era affascinata da quella storia tremenda. Avrebbe voluto chiedergli perché aveva fatto morire di fame sua moglie e perché le aveva sottratto tutte le sue povere energie residue  con quegli immondi lavaggi, perché non l’aveva riportata all’ospedale e affanculo il debito che aveva con lui. Ma non voleva perdere tempo. Voleva sentire soltanto quella voce lenta e nauseante continuare il suo racconto.
Lei giaceva nel letto immobile, con un’espressione soddisfatta. – Continuò l’uomo. – Non mi rispondeva più da un pezzo. Lasciava entrare dentro di sé quel liquido caldo e lo faceva uscire in fiotti irregolari, senza più farci neppure caso. Sapevo che le faceva piacere ma vederla così apatica non mi dava alcuna soddisfazione. Incominciai ad aggiungere all’acqua delle sostanze che avrebbero potuto scuoterla… pepe, cannella, noce moscata, essenza di Pachouli che le piaceva tanto… niente. Una mattina mi accorsi che era diventata fredda come il marmo. La scossi, le gridai di smetterla di fare la scena, che se voleva proprio saperlo non si era ancora purificata del tutto e… non aveva ancora saldato il suo debito con me. Ma niente da fare. Se n’era andata.”
Era… era morta?” Le braccia di Ingrid erano percorse da brividi. Il banale vecchio che le stava seduto accanto in una banale mattinata su un banale autobus, aveva ucciso sua moglie. L’aveva fatta morire di fame e le aveva dato una serie di colpi di grazia a suon di clisteri e lavande. Che storia! Chi le avrebbe creduto se l’avesse raccontata? Nessuno. Doveva scriverla. Doveva correre a casa a scrivere, subito, prima che l’emozione sfumasse.
L’autobus stava avvicinandosi rapidamente alla sua fermata. Bene.
Stiamo per lasciarci a quanto pare.” Disse il vecchio.
Sì, io… sono praticamente arrivata.”
Bene, mi permetta allora di darle il mio biglietto da visita. Magari non se ne farà niente… cosa può farsene una ragazza giovane e carina del biglietto da visita di un vecchio...? Ma non si sa mai, no?”
Ingrid aveva una certa riluttanza a toccare qualunque cosa che appartenesse a quell’uomo, tuttavia, sempre per amore della letteratura, prese il biglietto e lo guardò. Era un cartoncino antiquato con molto oro e blu. Al centro in alto c’era un elaborato stemma gentilizio sotto il quale c’era scritto: Alfonso Rigoberto  De Riva Pergolesi di Roccasolferina - Enteroclismi e Lavande – per morire di piacere.

                                                                                                     Enza Li Gioi

2 commenti:

  1. Certo che prende , e parecchio 'sto racconto . E mi sono trovato a condividere il fascino e l'orrore , a sentirlo io stesso . Mammamia Enza ma dove li prendi sti soggetti . Comunque vedrai che troverai sicuramente qualcuno che griderà allo schifo purtroppo .
    p.s. per giocare un pò -
    per morire di piacere Enza Li Gioi
    non è male come accostamento

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  2. Enzina , devi andare sulle impostazioni e sitemare il fuso orario . Sei su quello della California credo .
    Se vuoi ti mando il path (niente di complicato , quando lo vedi capisci subito)

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