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martedì 22 febbraio 2011

L'appuntamento

La segretaria di Giulio Andreotti mi telefona in redazione a seguito di un mio fax e mi da appuntamento per l’indomani a piazza in Lucina presso lo studio del Senatore.
Sì sì sì, il Senatore è incuriosito, sì sì sì, il Senatore la riceverà volentieri, sì sì sì, alle dieci puntuale, eh?”
Ci vado con un mio amico e collega che non si voleva perdere questa esperienza e che qui menzionerò solo con le iniziali F.M. (capirete poi perché).
Arriviamo allo studio puntualissimi e l’anziana segretaria (che dopo qualche mese morirà, poveretta, gettando il grand’uomo nello sconforto) ci fa accomodare dicendo che l’Onorevole non tarderà. E infatti arriva che la donna non ha nemmeno finito la frase. Inaspettatamente alto, indossa pantaloni grigi e un cardigan blu. Si scusa per il disordine (c’è una penna di traverso su tavolo lucidissimo in un ambiente che pare disabitato per l’ordine assoluto che vi regna). Alle pareti innumerevoli fotografie di lui con vari ‘grandi della Terra’ e papi, Ci fa accomodare in un salottino appartato e ci chiede informazioni su questa nuova curiosa rivista. E’ colpito dall’editore, che è un’antica casa fiorentina produttrice di carte pregiate (Pineider) e fornitrice persino della Casa Reale britannica. E naturalmente anche ‘sua’ fornitrice. Ci informa che Oscar Wilde scriveva le sue lettere su carta Pineider, e anche Shelley e oggi anche Elizabeth Taylor. Ci mostriamo stupiti ma naturalmente lo sapevamo già. E’ casa nostra. Ci chiede cosa può fare per noi  e io timidamente e con un certo batticuore gli dico: “Senatore, lei certo non è all’oscuro del fatto che spesso la sua figura viene accostata a quella del Maligno, vero?”
Mi guarda con occhi immoti e scoraggianti ma io continuo con una determinazione che non mi conosco e che sembra infischiarsene di avere di fronte alcuni decenni di storia d’Italia. E che storia!
Insomma – gli faccio – Per farla breve, scriverebbe per noi una lettera la Diavolo?”
Di colpo gli occhi, ben lungi dall’essere immoti, mi fulminano per un istante e il mio amico F.M. si schiarisce la gola rumorosamente in un improvviso attacco di raucedine. Mentre già mi vedo accompagnata alla porta forse anche poco cortesemente, un sorriso da gatto del Cheshire gli illumina la faccia sorniona e la vocetta querula mi fa: “Siiiiì… sì sì… E’ un’idea divertente. Sì sì, la scriverò. Per quando le serve?”
Oh, beh… tra dieci… quindici giorni,  Va bene?”
L’atmosfera si distende e dopo un po’ eccoci lì ad ascoltare dalla sua viva voce inediti aspetti del processo per  collusione con la Mafia di cui è protagonista in quei giorni, con l’imitazione, da cabarettista consumato, di testimoni e magistrati, accento siciliano incluso.
Usciti di lì ci avviamo per via del Leoncino, in una splendida mattinata di aprile, senza una meta precisa. Il mio amico (un compagno che è stato presidente di una radio molto di Sinistra) è stranamente silenzioso. E ha uno sguardo assente. “Che hai?” gli chiedo preoccupata.
Mi sa che quell’uomo è innocente.” Mi risponde come  in una specie di trance.
Per scuoterlo e risvegliarlo dall’incantamento, dal quale io stessa non sono stata immune (ma si sa che le donne si svegliano prima degli uomini),  lo sospingo verso la libreria del Manifesto in via Tomacelli (nei cui locali c’è ora una show room della Ferrari, a riprova della velocità con cui stiamo precipitando tutti verso l’Abisso) e lo costringo a comprarsi una biografia di Che Guevara. E che cavolo!

P.S. La lettera di Giulio Andreotti  arrivò l’indomani in tarda mattinata recapitata da un messo del Senato. Era dattilografata con una vecchia macchina da scrivere e aveva la sua firma autografa. Non era rivolta a un diavolo qualunque ma nientemeno che al Diavolo Capo. Beh, noblesse oblige.
Dopo quella vistosa e teatrale consegna ottenemmo il rispetto ossequioso del portiere del palazzo ai Parioli  in cui aveva sede la nostra redazione il quale, forse a causa dei capelli e della barba di Riccardo Mannelli, fino a quel momento pensava probabilmente che fossimo dei cospiratori intenti a redigere qualche fanzina sovversiva invece che dei fighi incredibili intenti a realizzare la più bella rivista letteraria mai vista.

P.P.S. Per qualche tempo a Pasqua e a Natale  mi arrivarono i suoi auguri autografati a mano. Mi faceva un certo effetto immaginare quella mailing list in cui il mio nome compariva magari vicino a qualche capo di stato o a qualche re. Io, così piccola, e fragile, e indifesa.
Scherzo naturalmente, in realtà ho due palle così e certe storielle non me le bevo, neanche se raccontate da compiti gentiluomini d’altri tempi dotati per di più di una innegabile seppure sulfurea simpatia personale.


Ecco la lettera:

Signor Diavolo Capo,
mi devo scusare con Lei, ora per allora,  con settanta anni di ritardo. Era il cruccio della nostra indimenticabile maestra, a metà degli anni venti, nella scuola di via della Palombella a due passi dal Senato (ma non si dava a questa ubicazione alcuna importanza. Esigeva che perdessimo l’abitudine tutta romana di  mandare ‘a morì ammazzato’ un soggetto al quale volevamo manifestare la nostra antipatia, stabile o occasionale. E suggeriva di sostituire l’invettiva con un deciso imperativo di ‘andare al diavolo’.
Così anche io Le inviai molti dei miei piccoli antagonisti. Ma era solo un modo di dire. Non so cosa inventerebbe oggi la signora Orsola Bruscani di venerata memoria, per togliere via certi insulti imperniati su sconci riferimenti al fondo schiena o su intimazioni a non rompere e così via.
Ma anche per Lei, signor Diavolo capo, le cose non vanno troppo lisce. Per tanti secoli ha potuto divertirsi sentendo teologi e filologi disputare se fosse più esatto chiamarLa ‘Beelzebub’ o ‘Beelzebal’. Il suo rango di principe non veniva comunque messo in discussione; con la sola variante quantitativa sul numero delle creature angeliche che l’avevano seguita nella ribellione, cambiando definitivamente colore. Senza dire degli apporti successivi alla ‘legione’ le iscrizioni alla quale sono sempre aperte.
Immagino quanto abbia riso attorno alle esercitazioni di raffinati studiosi circa il cattivo re di Israele Ochuz – a Lei devotissimo – che quasi tremila anni fa si alleò con il re ‘buono’ di Giudea Giosafat, in una comune febbre dell’oro che finì con l’affondamento delle flotte di ambedue i sovrani.
Veda, nella Bibbia Dio è definito ‘lento nell’ira’ ma a grande o piccola velocità, le infedeltà si pagavano tutte.
Il Nuovo Testamento, con l’avvento della misericordia divina, Le ha sottratto molta clientela.
Immagino che a Lei non abbia fatto né caldo né freddo – si fa per dire – la controversia sul predicato di Signore delle mosche. Con una buona dose di cattiveria i Suoi nemici alteravano il significato di protettore dei Filistei contro l’aggressività di questi insetti a massimo rappresentante gerarchico dei noiosi volatili.
Ma il vero colpo Le è venuto da certi cultori della nuova teologia assertori dell’inesistenza dell’Inferno. Capisce? Il Suo potere di nemico di Dio (chiamato così per trentanove volte nella Sacra Scrittura) è considerato invenzione di predicatori lugubri e piagnoni. Ed è sotto esame anche la sussistenza del Purgatorio (da ultimo avrà però sentito il laico ministro Ciampi citarlo come fase di rodaggio per la moneta unica europea). Non è detto che con un ulteriore piccolo sforzo dottrinale degli ultramoderni anche la seconda cantica dantesca venga dichiarata decaduta.
Lo so. Sembro un ingenuo pensando che lei abbia problemi di disoccupazione e di pensionamento, magari in attesa di assumere il ruolo di ‘calunniatore’ cioè di pubblico accusatore calunnioso nel giudizio finale del tribunale di Dio.
E’ più probabile che sia stato proprio Lei ad aver messo in testa  ai nuovisti queste teorie dissacranti e abbia in mente altri scherzucci del genere. Non se la prenda. Il mondo contemporaneo è pieno di contraddizioni. Abbiamo avuto il tremendo massacro degli Ebrei ma nello stesso tempo vi sono movimenti per abolire l’ergastolo e mitigare sempre più le pene temporali. Se poi, non si offenda, si arrivasse a concludere che davvero Lei è un’invenzione, ne riporterei personalmente un beneficio. Taluni miei avversari – pubblici o privati – la smetterebbero di chiamarmi ‘Beelzebub’, magari tale a tempo non pieno.
Riceva intanto i sensi di tutta la considerazione che merita. Molta, poca o nulla, io non so.
                                                                                           Giulio Andreotti

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