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lunedì 28 marzo 2011

Delle benedizioni e delle maledizioni - di Enza Li Gioi

Oggi è il primo giorno di primavera. Da circa una settimana giù in portineria è stato affisso il cartello che avvisa gli inquilini della benedizione pasquale delle case.
Così, mentre sonnecchio davanti a un noioso film pomeridiano, sento squillare il campanello e, aperta la porta, mi trovo davanti un prete e un allampanato signore che conosco di vista e che so essere il sacrestano della parrocchia di San Francesco.
Li faccio entrare e accetto la benedizione di buon grado perché con tutte le maledizioni che affliggono questo mondo mi pare che una benedizione sia già qualcosa di positivo. E poi io sono credente anche se molto dissidente nei confronti della Chiesa e di alcune sue ingerenze nelle scelte dei poveri animali umani già abbastanza prigionieri delle loro corazze e delle loro catene.
Se anche però fossi stata materialista e atea non avrei fatto come il signore (o la signora) che abita di fronte a me sullo stesso pianerottolo e che, in vista dell’annunciata benedizione pasquale, deve aver passato un bel po’ di tempo al computer per creare un capolavoro di cartello con caratteri monumentali stile Twentieth Century Fox recante la simpatica scritta “Preti, fatevi i cazzi vostri!”
Devo dire la verità, la cosa mi ha colpito. E parecchio.
Ma non è per la volgarità della frase (anche se io per esempio avrei pensato che dei bambini avrebbero potuto leggerla) ma piuttosto per quel senso di chiusura e di non confronto che sempre più spesso caratterizzano i rapporti tra umani.
Ho immaginato l’ignoto (o ignota non so, abito qui da poco) che da giorni medita quel colpaccio nel chiuso del suo appartamento, rinserrato come un topo nella tana, a frapporre tra lui e chi ha un’opinione e un approccio diverso alla vita, una porta chiusa e un cartello maleducato e volgare.
Okay, non sei credente, provi un’avversione per la Chiesa, pensi tutto il male del mondo dei preti. Padronissimo.
Ma mettici la tua faccia almeno.
Apri la porta e dì a quel prete che tu non credi in Dio e che non desideri la benedizione pasquale. Perché non lo fai? Paura?
E se proprio sei uno o una che si caga sotto di fronte alla possibilità di esprimere un’opinione, almeno esponi un cartello educato, tipo “Grazie lo stesso ma non siamo credenti”.
Ma tu non hai neanche il coraggio delle tue opinioni e neppure di essere apertamente maleducato, vero?
Eh sì. Temo che la vigliaccheria sia ormai la dominante di questi tempi bui. Il Paese che ha cacciato via il Fascismo con la Resistenza, è ridotto a una massa di debosciati nascosti dentro alle loro casette con i loro computer e i loro apparecchi tivù, ormai incapaci di rapportarsi agli altri in modo umano.
Tu sei simile a quello che mi ha fatto andare in tribunale per una causa penale con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica. Sì, ci trovo molte analogie tra te e lui.
E’ una cosa recente che ancora mi brucia.
Il mio locale, il Lettere Caffè di Trastevere, si trova in via San Francesco a Ripa da ben undici anni.
E da undici anni tutte le sere offre concerti, serate di poesia, intrattenimenti vari fino alle due di notte. Tutto regolarmente concesso da una autorizzazione del Comune.
In questi undici anni decine di inquilini si sono succeduti nel palazzo che ospita il Lettere Caffè, tutti ben consci di andare ad abitare, primo, nel quartiere più rumoroso di Roma, secondo, sopra uno dei locali più rumorosi di Trastevere.
Che cosa ti ha indotto dunque, misterioso vicino, se volevi andare a dormire alle undici di sera, a prendere un appartamento in questo posto?
Tiro a indovinare?
Trastevere è trendy, non è vero? E’per questo che sei qui ma siccome sei stupido come tutti quelli che seguono la corrente, non hai pensato che Trastevere è
trendy proprio perché ci sono i locali e la gente che schiamazza per la strada fino a tardi. E’ questo che rende trendy Trastevere, sai? Perché senza questa atmosfera festaiola e viva, e solo con personaggi come te a dormire alle undici, questo quartiere sarebbe un mortorio come Monteverde o Montesacro o i Parioli.
Ma con molti topi in più.
Perché qui a Trastevere ci sono molti topi, sai? E se tu andassi in giro dopo la mezzanotte invece di dormire, avresti la possibilità di vederli, i simpatici animaletti, razzolare allegramente anche tra la spazzatura che tu civilmente separi e l’Ama butta invece senza troppi complimenti in un unico furgone.
Questo te lo dico solo per darti fastidio, lo ammetto.
Dunque, cosa ti è preso quella sera? Posso immaginarlo, sconosciuto vigliacchetto.
Hai guardato l’orologio, hai visto che - orrore! - erano le ventitré e trenta e l’indomani rischiavi di andare in ufficio con le occhiaie, hai preso il telefono e hai chiamato la Polizia. Non sei sceso tu ad affrontare quelle note pericolose energumene che conducono il locale, no no no, quello mai. C’è il telefono e ci sono le forze dell’ordine, perché scomodarsi?
Poi cos’è successo? L’indomani mattina ti sei recato al commissariato che ci sta proprio di fronte e hai insistito per una denuncia penale, vero? Eh, sì, dev’essere andata proprio così e io, che sono un po’ sprovveduta, non ci ho visto una grande differenza tra il penale e il civile perché sono anni che mi arrivano esposti di tutti i tipi.
La differenza mi è stata chiara il giorno dell’udienza, quando ho visto il mio avvocato
paludato con la toga e i cordoni dorati. “Che succede?” gli ho chiesto perché avevo visto quella roba solo al cinema e nelle serie tivù. “Beh, è un tribunale penale, mica è uno scherzo.” Mi ha risposto.
Mi sono un po’ allarmata devo dire ma niente in confronto a come mi sono allarmata quando per la prima volta in vita mia mi sono sentita chiamare ‘imputata’. E niente in confronto a quello che ho provato quando ho sentito che il reato di cui ero colpevole era punibile con un minimo di un mese e un massimo di tre mesi di reclusione.
E tu? Tu eri la ‘parte lesa’. Ma non eri lì naturalmente. Eri puntuale nel tuo ufficio come tutte le mattine e io non saprò mai quale delle facce che incontro ogni giorno quando apro il locale ti appartenga. Non saprò mai a chi devo un’esperienza spiacevole come questa perché sai, io sono una signora, anche se faccio tardi la notte e alle signore, in un mondo decente, dovrebbero essere risparmiate certe sgradevolezze.
Ma non vorrei imbarcarmi in un discorso sulla cavalleria e sui motivi per cui tu sei un uomo (se lo sei) e io una donna, discorso che in una società come questa cadrebbe come un masso in una piscina vuota.
Casomai mi domando se continuando a fare concerti fino a tardi (cosa che intendo fare) non collezionerò altre denunce penali e non finirò per diventare una criminale recidiva.
Non me ne intendo molto di queste cose ma tempo fa, chiacchierando così, del più e del meno,un mio amico mi ha raccontato di aver vissuto in un quartiere di Roma popolato da molti delinquenti recidivi e che questi hanno il famigerato Articolo Uno, di cui si servono spavaldamente per mettere in guardia eventuali rompiscatole. Quindi l’Articolo Uno, mi pare di intuire, è un efficace deterrente per far capire che è meglio stare alla larga sennò sono cazzi.
Così, siccome sono un’inguaribile sognatrice, e nei miei sogni a occhi aperti mi capita di utilizzare tutto il materiale informativo che mi proviene da qualsiasi fonte, ultimamente mi succede di immaginare che uno come te, ignota parte lesa, mi si pari dinnanzi e mi palesi la sua ostilità verso tutto ciò che rende viva la gente (e che il mio locale offre tutte le sere in varie forme). E sai che faccio io? Come una novella Calamity Jane mi metto le mani sui fianchi e gli dico: “E’ meglio che stai in campana amico, ché io ciò l’Articolo Uno. Chiaro?”
Ma è solo un sogno. Probabilmente il disturbo alla quiete pubblica altrimenti detto schiamazzo notturno non porterà mai all’Articolo Uno.
Peccato, accidenti!

Enza Li Gioi

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