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lunedì 28 marzo 2011

Gambe - racconto di Enza LI Gioi

 L’uomo dell’agenzia e un altro tizio più basso lo aspettavano davanti al massiccio palazzo sul Lungotevere. Era una di quelle costruzioni imponenti e squadrate nello stile monumentale che imperava durante il Ventennio fascista. Un’iscrizione sopra il portone informava infatti che lo stabile era stato costruito nel 1939. Giusto in tempo.
Il signor Spoletini dell’agenzia Case & Case gli presentò il proprietario dell’appartamento seminterrato di metri quadri ottanta che aveva colpito la sua attenzione e lo aveva indotto a rispondere all’annuncio. Si trattava dell’ingegner Pizzuti, che aveva deciso, dopo anni di affitti a vacillanti aziende di vario tipo che diventavano insolvibili dopo un paio di mesi, di ristrutturarlo accuratamente, arredarlo e destinarlo a uso abitativo.
Entrati nel palazzo, che aveva un elegante ingresso e odorava di scale appena lavate, i tre scesero una breve rampa ben illuminata da un’enorme finestra che dava su un giardino e l’ingegner Pizzuti aprì con sussiego la porta dell’appartamento 1/A.
L’ambiente era inaspettatamente luminoso perché, come gli fu spiegato da Spoletini, era esposto a Nord e le finestre erano grandi benché la loro base toccasse il livello del marciapiedi. C’era un soggiorno, una stanza da pranzo con svariati divani e poltrone, una camera da letto, una cucina e un bagno. Il tutto era arredato con un certo gusto, perfettamente ristrutturato, pavimentato con un parquet lucidissimo, porte nuove di zecca e un odore di vernice, coppale e detergenti vari. Un giovane rumeno arrampicato su una scala stava avvitando delle lampadine a un complesso lampadario al centro del soggiorno.
Dopo un breve giro distratto Rienzi si diresse verso la camera da letto non molto grande che conteneva un armadio guardaroba, un cassettone e un letto matrimoniale di quelli cosiddetti alla francese, ossia un po’ più piccoli del normale. Qui, incurante della presenza dei due uomini, si distese sul materasso coperto di plastica, incrociò le braccia dietro la testa e si mise a fissare la finestra di fronte, attraverso la quale si potevano vedere a figura intera e da un’insolita prospettiva i passanti che transitavano sul marciapiedi.
Spoletini e Pizzuti si guardarono perplessi poiché l’uomo non aveva ancora proferito parola e quel silenzio rendeva ancora più lunghi i minuti che stava passando in quella posizione, tanto da far pensare che si fosse addormentato. Alla fine decisero quasi all’unisono di schiarirsi la gola ed emettere alcuni significativi colpetti di tosse. L’uomo sul letto aprì gli occhi e si levò a sedere. Si passò una mano tra i capelli che gli erano rimasti un po’ sollevati sul dietro, cosa che non dona mai un’espressione molto intelligente alle persone, si alzò e, lisciandosi la giacca del bel vestito grigio antracite che indossava disse conciso: “Va bene. Lo prendo.”
D’accordo .” Replicò Spoletini soddisfatto della rapidità della cosa poiché non amava perdere troppo tempo con le case in affitto. Ecco un uomo dalle decisioni rapide, pensò. “Dovrà passare in agenzia per la firma del contratto.” Disse.
Si capisce. Quando?” Chiese Rienzi.
Ma… non vuole sapere quanto… quanto chiediamo di affitto?” Intervenne Pizzuti quasi timidamente.
Ah sì, certo. Quanto?”
Sono… sa? l’appartamento è tutto rinnovato e… i mobili sono praticamente nuovi. Cioè… non nuovi nel senso di moderni ma comprati apposta… capisce? Io e mia moglie volevamo…”
Quanto?” La voce di Rienzi aveva sempre lo stesso tono. Un po’ irritante a dire il vero.
Beh, ha visto questo? E’ un tavolo dell’Ottocento, sa? E quel cassettone…”
Quanto? Ripetè ancora l’uomo con quella voce monocorde senza però mostrarsi spazientito.
Milletrecento euro. Sparò Pizzuti – Sa… qui lei è praticamente in centro, e… e proprio lì di fronte c’è l’Isola Tiberina. E’ uno dei posti più belli di Roma, lo sa no?”
Bene.” Disse Rienzi senza troppi fronzoli.
Bene.” Disse Pizzuti spiazzato dalla scarsa loquacità del suo futuro conduttore. Che razza di tipo!
Bene.” Disse anche Spoletini contento della facile trattativa. “Può venire in agenzia domattina alle dieci e trenta per il contratto?”
Sì.” Proprio un tipo di poche parole pensarono entrambi.
E lei ingegnere?”
Certo, certo, come no?”Rispose Pizzuti e intanto si stava domandando se non sarebbe stato il caso di chiederne millecinquecento per rifarsi almeno in parte di tutti gli affitti non pagati da quella sedicente produzione cinematografica che gli aveva dato tanto filo da torcere. Avrebbe potuto cambiare idea adesso? Avrebbe potuto fare quel piccolo ritocco vista l’apparente indifferenza del suo nuovo inquilino al fattore economico? Decise di sparare la nuova richiesta l’indomani facendo finta di niente e se Rienzi avesse protestato, mostrandosi più sveglio di quanto sembrasse, avrebbe detto di essersi sbagliato il giorno prima. In fondo a cosa poteva servire quell’appartamento a quel taciturno personaggio? Era evidente no? Un danaroso maiale di mezza età, certamente sposato e con figli, che voleva infilarci dentro qualche spilungona bielorussa o semplicemente usarlo come scannatoio. Al diavolo la modestia, si disse Pizzuti, con tutto quello che ho speso qua dentro.
L’indomani a mezzogiorno Rienzi uscì dall’agenzia Case &Case in una traversa di viale Trastevere facendo tintinnare le cinque chiavi che aveva in tasca: portone, porta a vetri dell’androne, porta dell’appartamento, porta della cucina che dava sul giardino (“un bello sfogo”, l’aveva definita Pizzuti come se quella porticina giustificasse duecento euro di aumento) e quella della cassetta della posta.
Si liberò della cartella con il contratto d’affitto gettandola sul sedile posteriore dell’auto che aveva parcheggiato sul Lungotevere e si diresse verso il suo nuovo appartamento. Scacciò con fastidio dalla mente il sorriso untuoso dell’ingegner Pizzuti che pretendeva di aver fatto già il giorno prima la richiesta di millecinquecento euro mensili e l’aria sorpresa ma subito complice di Spoletini che aveva visto alzarsi di qualche decina di euro la sua provvigione.
Non molto tempo prima li avrebbe fatti a pezzi quei due tipetti ma ora tutto era cambiato e una sola cosa contava veramente per lui. Del resto in quel momento era quasi felice. Da molto tempo non prendeva iniziative e si lasciava vivere senza metterci alcun impegno. Da troppo tempo non faceva più progetti, sebbene ‘questo’ progetto non somigliasse in alcun modo a quelli che aveva portato avanti nella sua vita.
Di buon passo arrivò davanti al pesante portone. La mattinata era fredda ma limpida dopo le piogge degli ultimi giorni. Un traffico fluido e costante scivolava sul Lungotevere verso Porta Portese con un monotono ronzio. A sinistra l’isola Tiberina si pavoneggiava in mezzo al fiume come un’enorme zattera incagliata. Di fronte a lui, dall’altra parte del fiume, si vedevano gli alberi dell’Aventino.
Respirò a fondo come non faceva da tempo e l’aria fredda gli invase i polmoni dandogli una specie di capogiro. La chiave girò e il portone si aprì senza rumore accogliendolo in un’atmosfera tiepida e gradevole che sapeva di manutenzione accurata e costante.
Nell’appartamento si guardò attorno per qualche minuto. Il mobilio, elegante e ben disposto, era stato spolverato quella mattina stessa. Erano anche stati stesi dei tappeti sul parquet e sotto una finestra c’era persino un vecchio pianoforte verticale, di quelli con i candelieri, che il giorno prima non aveva notato. Alzò il coperchio e schiacciò alcuni tasti che risuonarono con un certo vigore.
Dalla finestra della stanza da pranzo alcuni raggi di sole si erano infilati tra le veneziane e scendevano sul pavimento lucido formando una rampa luminosa e formicolante di pulviscolo.
Non era male quel posto tutto sommato ma non era certo per la sua gradevolezza che si trovava là.
Andò in bagno e si sciacquò le mani prima di urinare come faceva sempre, e subito andò a stendersi sul letto ancora ricoperto di plastica dove prese a osservare il passaggio sporadico e lento dei passanti. Calcolò che grosso modo ne passavano uno o due al minuto ma andava bene così. In quell’angolo che dal lungotevere scendeva giù verso i vicoletti di Trastevere, la gente sembrava prendersela comoda, passeggiava con i cani, andava a fare la spesa con tranquillità e il loro transito nello spazio dell’ampia finestra era sufficientemente lungo da poterne cogliere alcuni particolari.
Rimase disteso per circa un’ora e vide passare in totale cinquantotto persone, di cui quasi la metà erano uomini perlopiù anzianotti, alcuni con i cani al guinzaglio, altri con bastoni da passeggio, il resto erano donne di età e corporature varie.
Ma non c’era fretta. Ora che aveva trovato quel posto di osservazione comodo e segreto da cui guardare fuori senza essere visto dall’esterno, non c’era davvero alcuna fretta.
Decise che avrebbe incominciato a lavorare seriamente al suo progetto tra alcuni giorni, quando si sarebbe trasferito là con alcune coperte, un po’ di biancheria da bagno e da letto, qualche indumento e il baule di ciliegio intarsiato che conteneva tutto ciò che contava veramente per lui.
Alle undici e trenta del primo giovedì di marzo, ora e data importante e rituale per lui, Rienzi si sistemò nell’appartamento sul Lungotevere. La giornata era un po’ grigia e il fiume aveva un brutto colore fangoso. Ma niente contava se non che la sua ricerca stava per avere inizio.
Appena entrato sistemò il baule sopra una madia valdostana che faceva bella mostra di sé nella stanza da pranzo. Il legno rosso scuro s’intonava con i motivi floreali del vecchio mobile color crema graziosamente scrostato. Bene. L’avrebbe tenuto là sopra finché… finché tutto fosse andato a posto.
Fece il letto in modo approssimativo non essendo abituato a tale incombenza e, senza perdere altro tempo, vi si distese e incominciò a fissare la finestra di fronte.
Chiudere l’appartamento di via Vittoria Colonna e andarsene non era stato un problema. Da molto tempo non era stato più felice là dentro. Aveva chiesto alla signora Gruppuso, la portinaia del palazzo a fianco, se di quando in quando poteva andare a dare una pulita. Lui sarebbe passato una volta al mese a darle il dovuto e a ritirare la posta. La donna gli aveva chiesto se partiva e lui le aveva detto che andava a stare per un certo periodo con sua figlia a Londra. Lei lo aveva guardato allontanarsi con un certo rammarico. Bell’uomo, anche se poco comunicativo. Le sarebbe mancato il suo saluto cortese tutte le mattine e quel mezzo sorriso affascinante da divo del cinema. Non c’erano molti uomini così in giro, quello era poco ma sicuro. Autorevole, elegante senza ostentazione, pieno di classe. Lo aveva visto caricare sul taxi una specie di piccolo baule e una vecchia valigia Louis Vuitton chiaramente autentica. Le aveva fatto un misurato gesto di saluto dall’auto che era partita svoltando a destra prima del ponte Cavour.

-Uomo… uff!
-Donna anziana… hmmm!
-Donna giovane con pantaloni.
-Uomo decrepito e zoppicante.
-Giovanotto con valigetta ventiquattrore.
-Uomo in pantaloni kaki.
-Ragazzi con jeans a cavallo basso.
-Ragazza in minigonna con gambe grosse.
-Ragazza con gonna a pieghe e stivali.
Il quadernone si riempiva di note su ogni singolo passante. Scrivere qualche cenno su ogni persona che passava davanti alla sua finestra gli faceva scorrere meglio il tempo e gli dava la sensazione di stare veramente compiendo un’operazione di ricerca accurata e meticolosa. Com’era sua abitudine del resto. Niente doveva essere lasciato al caso nella vita e le parole d’ordine dovevano essere organizzazione e rigore.
Era un progetto ambizioso il suo, questo lo sapeva bene, un’impresa che richiedeva molto tempo, pazienza e dedizione. Ma era avvezzo alle imprese difficili e questa non lo spaventava di certo.
La prima notte in quell’appartamento dormì per quasi otto ore di seguito, cosa che non gli capitava più da molto tempo. Era il sonno del giusto, si disse vedendo che il suo nuovo cellulare segnava le nove meno venti. Il sonno di chi ha preso la giusta decisione. La giusta direzione. Quel sonno naturale e ristoratore gli confermò che doveva andare avanti nel suo proposito.
Nei giorni successivi, nelle settimane e nei due primi mesi non accadde nulla di particolare sebbene lui dedicasse alla sua osservazione quasi tutta la giornata fino all’imbrunire e avesse ormai riempito sei quaderni di brevi note con le date dei giorni in questione. Usciva pochissimo, sempre a ore diverse e, passando davanti alle sue finestre, si soffermava per accertarsi che davvero dall’esterno non si vedesse nulla dell’appartamento. Di sera, con le veneziane chiuse, solo un vago chiarore traspariva ma dell’interno non si indovinava niente. Bene, bene, bene.
In quelle brevi sortite si recava da un disordinato ed esoso negozio di alimentari che in quella zona godeva di un regime di monopolio e comperava a prezzi maggiorati latte, yoghurt, surgelati, piatti precotti, pane, pizza rossa e frutta. A volte qualche birra che beveva davanti alla televisione o leggendo i giornali che riservava per la sera.
Solo raramente in quei mesi la sua impresa gli era apparsa impossibile e in un caso addirittura folle. A volte lo coglieva un’improvvisa e irrazionale ansia e si chiedeva cosa avrebbe fatto se tutto a un tratto l’oggetto della sua ricerca si fosse materializzato davanti ai suoi occhi. Se l’avesse visto lassù, inquadrato nella finestra per quel brevissimo tempo necessario a percorrerne la larghezza. Cosa avrebbe fatto?
Avrebbe dovuto precipitarsi verso la porta, salire la rampa di scale, spingere la vetrata, tirare verso di sé il pesante portone, uscire correndo, girare l’angolo e cercare di raggiungere l’oggetto che sicuramente avrebbe avuto un certo vantaggio su di lui, sperando che non si fosse già infilato in uno dei vicoletti e non fosse entrato in qualche portone, in qualche negozio, in qualche bar, in qualche libreria.
Assalito da questi dubbi, una mattina immaginò di veder passare all’improvviso quello che cercava e, senza por tempo in mezzo, organizzò una prova generale.
Si precipitò fuori dalla porta ma, nell’uscire, andò a sbattere contro un’anziana signora che stava scendendo le scale. Immaginò che dovesse essere l’inquilina dell’appartamento di fronte al suo. Magra e pallida, vestita in modo piuttosto stravagante per quell’ora del mattino, la donna lo aggredì verbalmente con un forte accento tedesco e fisicamente con una spinta che lo mandò a sbattere contro la parete. Poi, con autorevolezza teutonica gli ordinò di guardare dove andava. Era ubriaco per caso?
Lui si scusò bofonchiando qualcosa e sotto lo sguardo implacabile dell’anziana donna rientrò nell’appartamento la cui porta era rimasta fortunatamente aperta. Infatti, nella foga di quella disgraziata prova generale si era dimenticato di prendere le chiavi con sé. Non era da lui quest’improvvisazione. Che cavolo gli era preso?
Chiuse il battente e vi si appoggiò contro vergognandosi come un cane mentre la donna si avviava verso il suo appartamento brontolando “Tanta fretta ti uscire e poi torna tentro. Ah, stupiti Italiani!”
Beh, ogni esperienza ti insegna qualcosa, si disse Rienzi quando si riprese dall’imbarazzante figura. Ora sapeva che nell’eventualità in cui la cosa fosse accaduta, avrebbe dovuto essere sempre pronto, vestito di tutto punto e con le chiavi e il portafogli a portata di mano. Anzi, meglio in tasca.
Dopo un paio di birre doppio malto lo scontro con la vecchia tedesca e il suo infantile imbarazzo gli parvero una cosa talmente inverosimile, talmente lontana dalla sua abituale sicurezza, pacatezza e compostezza e forse anche altezzosità, che incominciò a ridere come non gli capitava da decenni. Compostezza? Pacatezza? Eleganza di gesti? E giù a ridere. Tutto ciarpame, tutta corazza e dentro niente più di uno sputacchio tremolante. Ecco cos’era lui in realtà, uno sputacchio tremolante. E ridendo si batteva le ginocchia seduto sul bordo di una sedia, simile alla vecchia fruttivendola dove lo portava sua madre quando era piccolo prima di accompagnarlo a scuola per comperargli la solita nauseante banana. Quanto rideva quella cicciona e quanto si batteva le mani sulle ginocchia.
Intanto dal gran ridere, lacrime brucianti e abbondanti incominciarono a uscirgli dagli occhi e a rigargli le guance. Sorpreso, le lasciò fluire e scendere lungo il collo, infilarsi nella camicia, smarrirsi e raffreddarsi tra i peli del torace, facendogli pizzicare la pelle.
Lacrime? E chi se ne ricordava più? Sapeva che a volte, per il gran ridere, poteva accadere che gli occhi si irritassero e si incominciasse a lacrimare. L’aveva visto, o forse era accaduto anche a lui, da ragazzo, magari quando in classe il divieto di ridere ti faceva venire quelle crisi compulsive e irrefrenabili che avevano l’esito di farti buttare fuori assieme al compagno che le aveva provocate.
Ma ora, sentire quel liquido bruciante sgorgare così copiosamente dai suoi occhi gli sembrò veramente piacevole, liberatorio, catartico, e ben presto il manager scafato e consumato che sopravviveva in lui pensò di farne una piccola speculazione, di deviare in pratica quelle lacrime dal loro movente comico e amarognolo e di prestarle al suo cocente, insopprimibile, asciutto dolore. A quel mattone di sofferenza, duro e compatto, che gli stava inamovibile in mezzo al petto. Per ammorbidirlo, e ammansirlo, e renderlo più sopportabile.
Certo che poteva fare così. Eccome se poteva. E detto fatto, deviò le lacrime in quella direzione come avrebbe spostato un investimento da un progetto economico a un altro. E funzionò, poiché una forte, potente commozione, lo sopraffece, e le lacrime del riso si trasformarono in un pianto dirotto, abbondante, soddisfacente come un coito.
Si abbatté sul divano e dormì per nove ore senza sognare nulla.

Agli inizi di maggio, in una mattinata finalmente serena dopo una primavera piovosa e triste, Rienzi tentò nuovamente una prova generale. Adesso non era più sprovveduto e stava sempre sul letto vestito di tutto punto, con le chiavi in una tasca, il portafogli e il cellulare in un’altra e un piccolo accendino Dupont d’oro stretto in una mano.
Anche se in quei mesi nulla che somigliasse neppure lontanamente all’oggetto della sua ricerca era mai apparso davanti ai suoi occhi, quella mattina decise che la prova sarebbe stata fatta comunque perché ora, organizzato com’era, si trattava soltanto di misurare i tempi, di economizzare i movimenti, di prevedere ogni possibile ostacolo e di superarlo. L’operazione sembrava semplice ma non lo era affatto. Qualunque cosa avrebbe potuto ritardare di qualche prezioso secondo l’operazione. Un cane o un bambino in mezzo al marciapiedi, un mendicante che lo tirava per la manica, uno scivolone, qualcuno che gli chiedeva un’informazione. Ma scacciò queste ipotesi negative e si sintonizzò sul successo. Tutto sarebbe filato liscio come l’olio. Bisognava calcolare i movimenti e i tempi. Stabilì di scattare alle 11.30 alla vista di un qualunque passante, tanto non era che una finta. Ed ecco comparire una donna giovane con pantaloni e stivali. Okay, via! Giù dal letto, di corsa verso la porta, chiudere, correre su per le scale, aprire la vetrata, precipitarsi verso il portone, tirare il pesantissimo battente (ma quanto cavolo pesava?), correre verso l’angolo e… Sbam! Subito dietro l’angolo Rienzi fu investito da qualcosa di duro e vibrante che nello scontro cacciò un urlo disumano e l’impatto fu così forte e improvviso che rimase per un lungo istante quasi tramortito. Quando si riprese vide con sgomento che a terra, con le magre gambette scoperte e le calze trattenute da due giarrettiere nere, la vecchia tedesca sedeva sprizzando odio, tra alcuni carciofi, numerose zucchine e due cespi di lattuga. E imprecando in tedesco e in italiano lo colpiva forsennatamente sulle scarpe con due grosse mele renette.
Ancora lei?” Fece Rienzi appena fu in grado di dire qualcosa.
Ti nuovo lei?” Fece la vecchia riconoscendolo e fulminandolo con due occhi cerulei ulteriormente scoloriti dalle cataratte. E così dicendo gli scagliò addosso una delle due mele che lui fece in tempo a scansare piegando la testa di lato. Dovette controllarsi per non darle un calcio e invece le tese cavallerescamente la mano per aiutarla ad alzarsi visto che tutto l’orgoglio teutonico che la donna stava chiamando a raccolta non riusciva ad avere la meglio sull’artrite. Raccolse poi tutta la frutta e la verdura da terra, la rimise nel sacchetto e glielo porse. La vecchia gli rivolse uno sguardo pieno di disprezzo e gli disse: “Ma tove corre sempre lei, itiota!”
Lui non le rispose. La depressione per il secondo fallimento della sua prova generale stava strisciando subdolamente in lui e avrebbe voluto davvero torcere il collo a quella insopportabile megera che adesso si avviava veloce verso il portone con la colonna vertebrale raddrizzata dall’ira.

L’insuccesso lo depresse per giorni e infatti pur continuando a fissare la finestra non prese nota di nulla. Non aveva voglia di scrivere né di fare alcunché. A tratti pensava che se quello che aspettava si fosse realizzato, sarebbe stata un’occasione unica e non poteva certo permettersi di andare a sbattere contro vecchie rompiballe o di incontrare altri stupidi imprevisti.
Oziosamente pensò che forse la cosa migliore sarebbe stata di non correre sul marciapiedi ma sulla strada, rasentando le auto parcheggiate e sperando di non venire travolto da qualche automezzo in gran corsa poiché aveva notato che in quel punto veniva spontaneo a tutti di accelerare.
Comunque sì, quella poteva essere un’idea. Avrebbe dovuto fare una prova ma, subito, gli venne in mente la vecchia tedesca. Quella donna doveva significare qualcosa in tutta quella faccenda. Lei era… era l’ostacolo al suo progetto. Quello era. Era l’imprevisto. E poi… non c’è due senza tre, no? Rienzi non era mai stato superstizioso ma molte cose si stavano suo malgrado modificando in lui in seguito agli ultimi eventi della sua vita. Per prima cosa ora sapeva di non essere onnipotente, il ché non era stato facile da digerire, e sapeva anche di essere fragile e insicuro, e soggetto ai capricci del fato. Quindi qualcos’altro doveva senz’altro accadere per la regola del tutto irrazionale del ‘non c’è due senza tre’.
Perciò, meglio consumare quella terza volta durante una prova anziché il giorno, che sarebbe certamente arrivato, in cui l’oggetto della sua ricerca gli si fosse parato dinnanzi.
Immaginò sé stesso correre rasentando le auto parcheggiate e la vecchia tedesca che, proprio in quel momento, usciva da un taxi e gli sbatteva la portiera in faccia.
Un po’ per caso e un po’ per cattiveria.
Oppure che anche lei avesse deciso come lui, al ritorno dalla spesa mattutina, di rasentare le auto ma nella direzione opposta alla sua, proprio per evitare un eventuale, possibilissimo scontro con lui, quell’idiota di italiano che correva sempre da qualche parte come un ossesso. E poi… sbam!
Quelle immagini gli provocarono nuovamente un accesso di riso con bruciore agli occhi e abbondante lacrimazione. Ne approfittò per rifare l’operazione speculativa della volta precedente, deviò le lacrime verso il dolore che gli opprimeva il petto e pianse a dirotto per dieci minuti. Dopodiché si sentì meglio e riprese il suo posto di osservazione sul letto con il quadernone sulle ginocchia e una birra doppio malto sul comodino.
In tutto questo svolgersi del tempo e delle cose si ricordò di andare due volte dalla signora Gruppuso a darle le sue spettanze e a ritirare la posta. “La trovo benissimo” le disse in entrambe le occasioni la donna. Ed era vero. Quella sedentarietà gli aveva fatto prendere un paio di chili che gli avevano rimpolpato le guance un po’ scavate dandogli un aspetto più giovanile e anche quelle sue sporadiche risate con successivo abbandono al pianto avevano allentato un po’ la stretta d’acciaio che la sofferenza gli procurava attorno al cuore. “Piove a Londra?” gli aveva chiesto la donna.
Beh, sì, cosa vuole aspettarsi da un clima come quello?”
E sua figlia? Qualche progresso?”
Benone, benone. Tutto a posto.”

I giorni e le settimane passavano in una ovattata atmosfera di attesa che ormai lo appagava in quanto tale. Ogni tanto si faceva due risate immaginando scontri sempre più rocamboleschi con la vecchia tedesca che ormai, quando sporadicamente lo incontrava per le scale, si addossava al muro tremante e al tempo stesso sprezzante e vi si appiattiva contro come se temesse anche soltanto uno sfioramento da parte di quell’inqualificabile individuo.
Un qualsiasi miglioramento del rapporto tra quei due era evidentemente impossibile.
Ormai l’abitudine di trasformare in pianto le sue risate era diventata una terapia e le birre doppio malto da due al giorno erano diventate tre e poi quattro. Anche cinque a volte.
Adesso mangiava molti dolci che il pizzicagnolo monopolista gli ficcava in borsa a forza approfittando della sua sprovvedutezza negli acquisti e masticava continuamente chewing gum. Per qualche ragione doveva avere sempre qualcosa in bocca. Alcune volte si era visto costretto a slacciare la cintura mentre stava disteso sul letto. Ma non gli dispiaceva quel suo abbandonarsi, quel perdere progressivamente la sua rigidità e la sua compostezza. E vivere in un piano basso gli dava l’impressione, davvero non spiacevole, di cedere al proprio peso, alla forza di gravità, di lasciarsi semplicemente andare.
Dopo ogni sua breve uscita l’appartamento, silenzioso e profondo, appiccicato alla terra, lo accoglieva come una culla, senza alcuno sforzo da parte sua, e a volte aveva l’impressione che lo ninnasse amorevolmente come una madre protettiva, perdonandolo di piccole e grandi marachelle. Anche quelle grandi, sì.
Quel diffuso e un po’ ottenebrato benessere lo distoglieva a volte, per brevi lassi di tempo, dal motivo per cui si trovava là e gli capitava in quei casi di chiudere gli occhi e, anche nelle ore diurne, di addormentarsi beatamente lasciando che davanti alle sue finestre transitasse chi cavolo voleva.

La lunga e brutta primavera passò e quella tardiva estate gli procurò, attraverso la finestra ora spalancata sulle sbarre dipinte di bianco, rapide visioni di gente vestita con abiti leggeri e donne senza calze con gonne corte e talvolta svolazzanti attorno alle gambe abbronzate. Riprese a scrivere delle note sul suo quaderno. Così, tanto per passare il tempo. Il suo progetto lo voleva ancora portare a termine ma, suo malgrado, in quei mesi qualcosa stava continuando a cambiarlo. Niente di importante, un semplice… mah, non sapeva come definirlo.
Forse là, in quella solitudine, lontano dal suo lavoro e dalla sua autorevolezza, libero dalla sua corazza difensiva, in quella posizione… sì, diciamo pure sottomessa, e con un paio di umilianti e ridicole esperienze al suo attivo, tra una birra e una risata, tra un dolcetto e un pianterello, era la materia stessa del suo essere che era cambiata. Era diventato come di una sostanza più molle, più trattabile, quasi liquida. A volte si sentiva senza forze ma ben lungi dal preoccuparlo quella debolezza gli piaceva e vi si abbandonava come dentro un materasso di piume. Gli capitava di non voler più scendere le scale con le sue gambe ma di lasciarsi rotolare giù come un corpo morto, di stendersi sul pavimento con la consapevolezza che sotto quel parquet di rovere lucidato non c’era null’altro che la terra e le sue creature più umili e repellenti, delle quali gli sembrava di sentire, condividendole, le oscene e misere pulsazioni vitali. E in generale aveva la sensazione (tutt’altro che spiacevole si sorprendeva a constatare) di aver veramente toccato il fondo, posizione dalla quale non si può più cadere ma si può tutt’al più, volendolo (e lui non era certo di volerlo), risalire. A volte dei ricordi molesti e dolorosi tentavano di farsi strada riportandolo alle ragioni della sua presenza in quel posto ma erano come piccoli banchi di nebbia che sembrano accecare per un istante e poi svaniscono.
Il progetto c’era ed era ancora forte dentro di lui ma sul motivo per cui ci si era messo non voleva concentrarsi.

Fu di primo pomeriggio che accadde. Ma Rienzi non si preoccupava più da un pezzo di chiedersi a che punto fosse la giornata. Il suo tempo altalenava lento tra il sorgere del sole e l’arrivo della sera. Mangiava quando aveva fame, beveva quando aveva sete, si lavava poco, lo stretto indispensabile. Usciva quando aveva qualche necessità e spesso gli capitava di trovare i negozi chiusi e di ritornare a casa a mani vuote. In quei casi si buttava sul divano, accendeva la tivù a volume spento e fissando lo schermo ingoiava compulsivamente biscotti, cioccolatini o altro, annaffiando il tutto con l’ormai irrinunciabile birra doppio malto.
In quel pomeriggio, quel fatidico primo pomeriggio, si era appena messo sul letto con lo stomaco gorgogliante e il suo quaderno di appunti sulle ginocchia quando la vide. O per meglio dire ‘le’ vide. Vide ciò che stava cercando con tanto accanimento da mesi e per un pelo non se lo fece sfuggire.
Non era in forma quando accadde. Aveva la testa ovattata per le due birre bevute senza mangiare niente di decente. Si sentiva gonfio e un odore dolciastro come di frutta troppo matura promanava dalla sua pelle. Da qualche giorno il suo sudore aveva preso un tanfo strano, forse a causa di quella strampalata alimentazione. O forse per la scarsa pulizia e per quel dormire sempre vestito in barba al caldo opprimente. Ma doveva essere pronto all’azione, questo non l’aveva dimenticato.
Sulle prime pensò che non era giusto. Non era giusto che la cosa accadesse così. Tutti quei mesi a fissare quella finestra sveglio e scattante come un grillo e niente di niente, e poi d’un tratto, inaspettatamente, mentre non era neppure troppo in sé, eccola là. Ecco l’oggetto di tanta abnegazione. Ecco la sua preda. Ma tutto questo pensare ebbe tempi onirici perché già il suo corpo, automatico come un militare addestrato, era scattato verso la porta, l’aveva sbattuta dietro di sé, era volato su per le scale, aveva superato la porta a vetri e aveva tirato il pesante portone. Si era precipitato sul marciapiedi ammorbidito dalla canicola ed era corso giù per il vicolo dove la snella figura aveva già un discreto vantaggio su di lui. Accelerò il passo e le fu dietro. Non si era sbagliato, quello che cercava era là, davanti ai suoi occhi. Gambe lisce, toniche, abbronzate e solo leggermente storte sotto al ginocchio. Gambe rare e facilmente riconoscibili. ‘Quelle’ gambe.
Scusi signorina.”
Sì?” La ragazza poteva avere venticinque anni ed era evidentemente straniera. Ma non una turista bensì un’ immigrata, forse rumena, forse russa. La minigonna viola e la camicetta arancione, i sandali neri borchiati con un alta zeppa e i capelli legati a casaccio con una ricrescita più scura di alcuni centimetri, la collocavano subito nella sua casella sociale. Era una colf o forse una badante o forse anche una prostituta. Non era bella e il fatto che tanta mediocrità fisica fosse sostenuta da quelle adorabili gambe lo irritò. Tuttavia le disse gentilmente: “Le è caduto questo.” E le tese l’accendino Dupont d’oro.
La ragazza lo guardò con sospetto e poi guardò l’accendino. Non le passò neanche per la testa che potesse essere d’oro perché disse: “No, non è mio.”
No, aspetti, non se ne vada. Io… questo accendino è d’oro, sa? Se non è suo, magari le piacerebbe averlo…”
Dio come gli riusciva male quel discorso. Sentiva la lingua in bocca grossa e asciutta. Come avrebbe proseguito? Cosa avrebbe fatto adesso? E… come avrebbe convinto quella ragazza a seguirlo? Ci aveva già pensato a questo aspetto in tutti quei mesi? O no? Aveva sviluppato quella parte del suo piano? Non ricordava niente in quel momento. Non ricordava neppure quale ruolo quello stupido accendino avesse avuto nel suo progetto. Aveva la testa confusa e ronzante come un alveare.
Forse… avrebbe potuto invitare la ragazza in un bar e avviare con lei una conversazione mentre gli si chiarivano le idee. Era un bell’uomo, questo lo sapeva e non gli era mai stato difficile avvicinare una donna. Ma la vetrina di una libreria lì a fianco gli rimandò un’immagine di sé irriconoscibile. Scarmigliato, la barba di alcuni giorni, la faccia gonfia, i vestiti stazzonati, la cintola sbottonata, lo stomaco prominente.
Ma cosa vuole? Le ho detto che non è mio e non lo voglio. Mi lasci stare ha capito?” La giovane appariva spaventata e si guardava in giro nel vicolo deserto con un’espressione ansiosa.
Che problemi hai, amico?” La voce maschile dall’accento slavo gli arrivò da dietro le spalle. Si trovò davanti un giovane robusto di circa trent’anni paludato in una tuta da imbianchino tutta sporca di verde. “Perché importuni mia fidanzata?”
No, io…” Non sapeva cosa dire, la testa gli pulsava dolorosamente, le gambe gli vacillavano, un’inerzia assurda e inspiegabile si stava impadronendo di lui.
Sì invece - disse la ragazza -. Lui mi ha seguito. Poi mi ha offerto un accendino e chissà cosa voleva da me. Porco!”
Tu hai seguito mia ragazza?” Gli sputacchiò in faccia lo slavo afferrandolo per il collo. “Tu hai offerto lei un accendino? A mia fidanzata? Tu credi che lei mignotta?
Tutti italiani crede che nostre donne mignotte, no?”
No…” Rienzi voleva solo lasciarsi cadere a terra e dormire. Dormire lì proprio in mezzo al vicolo. Non aveva più volontà, niente. Sentiva che un’occasione unica e irripetibile gli stava sfuggendo di mano a causa della sua inettitudine ma non gliene fregava niente e non riusciva a capire il perché. E il giovane energumeno, tenendolo per il collo, non smetteva di scuoterlo come uno straccio, con un movimento regolare e ritmico, accompagnato da parole straniere e da spruzzi di saliva, e il tutto aveva uno strano effetto ipnotico che non gli dispiaceva per niente. Alla fine, come annoiato da tutta quella faccenda, il ragazzo gli assestò un pugno neanche troppo forte sotto il mento e si allontanò con la fidanzata urlando anche a lei qualcosa di incomprensibile.
Passò molto tempo prima che si riprendesse e trovasse l’energia sufficiente ad alzarsi e avviarsi barcollando verso casa. Il vicolo era deserto, il caldo insopportabile. Molta gente doveva essere andata al mare e Rienzi sospettò che fosse domenica. Mentre apriva la porta dell’appartamento la vecchia tedesca, in una vestaglia trasparente anni Cinquanta, fece capolino per mettere fuori un sacco di plastica pieno di bottiglie e vedendolo conciato a quel modo emise un suono come se sputasse per terra.
Questa volta non aveva voglia di ridere. E nemmeno di piangere. Aveva solo voglia di una birra e poi di dormire.

Gli ospiti se n’erano andati tutti e la casa era immersa nel silenzio. Amalia, la loro donna di servizio, aveva riordinato tutto e con gli occhi ancora arrossati dal pianto se n’era andata. Rienzi e Dionisia erano seduti uno accanto all’altra, lo sguardo fisso nel vuoto, senza lacrime. Antonia se n’era andata per sempre e in modo così assurdo e repentino che il suo profumo aleggiava ancora nell’aria e nel vaso sul tavolo c’erano ancora i fiori che vi aveva messo lei.
Dionisia era la copia di sua madre. Da lui non aveva preso niente. Stessi occhi, stessi capelli, stesso naso, stesse labbra, stesso corpo, stesse gambe.
Non ti pare che le mie gambe sembrano quelle di Jacqueline Onassis?” le aveva chiesto Antonia un giorno di tanto tempo prima.
Le tue sono più belle.” Aveva risposto lui.
Qualche anno dopo Dionisia gli aveva chiesto: “Papà, non ti pare che le mie gambe siano un po’ storte?”
No, sono identiche a quelle di Jacqueline Onassis.” E tutti assieme avevano riso. Erano tempi felici quelli, che ormai appartenevano al passato. Perché Antonia non sarebbe più tornata e non avrebbe mai più appoggiato le sue gambe nervose e piene di carattere sulle sue quando la sera si mettevano davanti alla televisione a guardare i vecchi noir degli anni Quaranta che entrambi adoravano.
Il dolore per la perdita di Antonia non si sarebbe sopito facilmente e la disperazione aveva riavvicinato padre e figlia dopo il difficile periodo adolescenziale in cui la ragazza sembrava disapprovare qualunque cosa Rienzi facesse o dicesse.
La prima domenica dopo il funerale li vide ancora una volta seduti sul divano in silenzio. Poi a un tratto Dionisia gli si avvicinò, lo abbracciò e scoppiò finalmente in un lungo pianto liberatorio. Lui le carezzò i capelli che erano così simili a quelli di Antonia e che avevano lo stesso profumo, la strinse a sé si lasciò sfuggire un singhiozzo. Non avrebbe voluto che sua figlia lo vedesse piangere ma lei lo sentì e alzò lo sguardo verso di lui e quegli occhi erano quelli di Antonia e quel viso, tutto, era la copia di quello di Antonia, e quelle labbra…
E così accadde che la baciò. Non come un padre bacia una figlia ma come un uomo bacia una donna. Una donna di cui è innamorato.
Fu come se nel tempo ci fosse stata un’improvvisa inversione, come se la Terra avesse incominciato a girare al contrario, come un segnale di qualcosa che avrebbe mutato le loro vite per sempre.
Fu un attimo e tutto precipitò. E ci fu una cesura netta e definitiva tra il prima e il dopo.
Adesso gli occhi di Dionisia non erano più quelli dolci e sognanti di Antonia ma lo guardavano pieni di fiducia tradita, di paura, di odio e di disprezzo. Il corpo dolce e cedevole abbandonato tra le sue braccia divenne un fascio di nervi d’acciaio. si liberò dal suo abbraccio, corse via mugolando. La porta sbatté e dopo qualche minuto la macchina rombò giù nella strada deserta e partì a tutto gas.
Poi le ore passarono lente e alle otto dell’indomani mattina Rienzi fu informato dell’incidente. Non ci fu alcuna possibilità di salvarle le gambe. Gliele amputarono tutte e due.
Quella che ritornò a casa dopo mesi di degenza era una creatura muta, lo sguardo pieno di accuse, il plaid rosso a coprire l’orrenda mutilazione. Rifiutava ogni visita, ogni chiamata telefonica. Chiusura totale nei confronti del mondo. Puro rancore concentrato e collocato su due ruote.
Rienzi si gettò a capofitto nel lavoro affinando il proprio cinismo e la propria spregiudicatezza e conseguendo successi economici e potere.
Poi una sera la trovò senza vita nel suo letto. Era riuscita a tagliarsi le vene con un piccolo temperino svizzero multiuso che lui stesso le aveva regalato tanto tempo prima, quando lui e Antonia le avevano permesso per la prima volta di andare al campeggio con delle amiche. Forse aveva scelto quello strumento in un estremo atto di accusa, per ricordargli che era lui che le aveva rovinato la vita, che era lui che l’aveva uccisa.
Rienzi non disse niente a nessuno. Prese semplicemente il piccolo corpo, lo avvolse nel suo plaid rosso e durante la notte lo portò nella casa di Fregene dove ormai nessuno di loro sarebbe più andato. Lo depositò nel seminterrato in un baule e ve lo lasciò per un intero anno dopo averle giurato che le avrebbe ridato le sue gambe dovesse essere quella l’ultima cosa che avrebbe fatto.
Per gli amici e i vicini Dionisia era andata in una clinica in Inghilterra e preferiva continuare a non vedere nessuno. Come darle torto del resto?
Passato un anno andò a riprenderla. Il corpo, esperiti tutti gli adempimenti fisici e chimici della morte, si era asciugato e si era fatto leggero. Lo mise nel baule di ciliegio rosso che aveva comperato apposta per lei e la riportò a casa.
Ora si trattava di mantenere la promessa.
Papà?”
Dionisia?”
Papà, guardami.”
No, tesoro, tu mi odi per quello che ti ho fatto e oggi mi odi ancora di più perché ho fallito e non ho mantenuto la mia promessa. Le avevo trovate, sai? Le avevo trovate le gambe per te. Le gambe di Jackie Onassis.”
Papà, guardami. Avresti ucciso quella povera ragazza per niente, sai?”
Rienzi guardò e di fronte a lui Dionisia si ergeva bellissima e diafana, sulle sue gambe.
Dionisia, tu puoi camminare?”
Certo papà, non lo sapevi?”
Allora è stato tutto inutile?”
No, papà, non è stato inutile. A te serviva.”
Mi perdoni? Io non volevo…”
Ciao papà. Non ha più importanza ora. Tutto accade perché deve accadere. Ti voglio bene.”
Ma cosa devo fare con… con te?” Disse lui indicando il baule di ciliegio.
Io non sono quella, papà. Sono questa adesso.”

L’elegante abito grigio gli tirava un po’ sullo stomaco ed era troppo pesante per quella temperatura ma nel complesso non stava male. Faceva caldo e aveva la camicia con il collo aperto. I capelli ancora umidi dalla doccia erano un po’ lunghi ma trovava che gli donassero. Anzi lo ringiovanivano. Si sentiva in forma, pulito e in pace con se stesso.
Tranquillo e perdonato.
Portò fuori il baule di ciliegio e la valigia Vuitton e chiuse la porta dell’appartamento con quattro mandate. Stava per avviarsi su per le scale quando la vecchia tedesca uscì di casa. Aveva un’espressione accigliata ma un mezzo sorriso sulle labbra. “Parte?” gli chiese in tono brusco.
Sì, lascio l’appartamento. Sarà contenta, no?
Beh, non fa mai piacere restare soli, anche se…”
Anche se…?”
Ah, niente.”

Il Tevere scorreva lento nel suo denso colore giallastro. A cento metri un pescatore solitario attendeva paziente che qualche pesce infetto abboccasse all’amo.
Rienzi si guardò attorno con circospezione e poi gettò nell’acqua il baule di ciliegio che sollevò alti spruzzi e per un attimo fu arrestato da un esile alberello acquatico. Maledetti imprevisti, pensò Rienzi. Quell’alberello era come la vecchia tedesca, una forza ostacolatrice. Ma poi con sollievo vide il baule fare una mezza piroetta, prendere la corrente e scomparire tra i flutti in pochi minuti. Rienzi si allontanò sorridendo, senza guardarsi indietro.
Cos’ hai gettato nell’acqua?” Gli chiese il pescatore solitario quando gli passò accanto, con una voce impastata dal sonno e dal vino.
Cose che pensavo avessero un valore.” Rispose Rienzi a bassa voce senza curarsi di essere udito.
Con passo svelto si avviò verso l’agenzia Case & Case a restituire le chiavi dell’appartamento e probabilmente a pagare una penale per la rottura del contratto all’avido Pizzuti. Ma chi se ne fregava dei soldi? Li avrebbe ammansiti dandogli il mandato per vendere l’appartamento di via Vittoria Colonna e la casa di Fregene. Tanto era quasi sicuro che quei due fossero soci.
La mattinata era scintillante e la giornata piena di promesse.
Si sentiva leggero e felice, pieno di energia e di forza vitale. Non c’era più niente di importante o di doloroso da fare nella sua vita e, una volta sbrigate quelle noiose incombenze con l’agenzia, avrebbe soltanto dovuto decidere quale regalo acquistarle e con quale volo raggiungere Dionisia a Londra.



1 commento:

  1. Arrivo in ritardo Enza , perdonami , ma non voglio rinunciare a dirti quanto mi è piaciuto sto racconto . Ritira tutti i sacramenti che mi hai indirizzato per il ritardo nel commento che t'avevo anticipato e ascolta . Guarda , penso che se avessi fatto il mio commento subito dopo la lettura avrei avuto qualche problema , perchè m'aveva emozionato parecchio e la mia capacità razionale ed espositiva era un pò in affanno . Come al solito qui il ritmo è perfetto . Il racconto scorre leggero con picoli particolari stranianti e volta a volta s'infila senza sforzo nei colpi di scena che si succedono quasi comici per poi tornare a scorrere più piano . E ci si rende conto solo dopo esserci entrati di stare dentro una follia , la sorpresa di aver seguito il percorso di una mente e di un cuore malato t'attanaglia e poi si riscioglie in un'alllucinazione "tranquilla" , ormai padrona . Insomma Enzina , a me pare che vai alla grande . Continua a emozionarci , te ne siamo grati .

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