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giovedì 3 marzo 2011

Riflessioni - di Enza Li Gioi

Spesso mi chiedo come mai la gente è così.
Questa sera la domanda me la sono posta dopo la visita nel mio caffè letterario (il già menzionato Lettere Caffè) di un piccolo campionario umano che è allo studio della sottoscritta da alcuni anni. La prima è una signora piuttosto congestionata che dal modo in cui tiene le gambe mentre mi saluta capisco che è entrata con l’intento di utilizzare la toilette in primis per poi, eventualmente (ma solo eventualmente), prendere qualcosa da bere. Uscita dal bagno, notevolmente rilassata, la donna si aggira per il locale e guarda con aria assente il banco su cui sono esposti i libri. Così, tanto per dimostrarmi che non è entrata solo per pisciare. Poi, non decidendosi ad andarsene e tuttavia risoluta nel non spendere ottanta centesimi per un caffè in modo da giustificare l’uso del nostro servizio, mi chiede: “Sono libri questi?” Mi devo mordere la lingua per non risponderle ‘No, sono salami’.
Il secondo è un signore che, come tantissimi altri dal lontano 1999 (anno di apertura del locale), si guarda attorno con l’aria smarrita e mi chiede facendo un gesto circolare che comprende tutto lo spazio: “Come funziona?”
Io continuo a guardarli incredula questi tipi. E’ un locale sulla strada, con due porte a vetri trasparenti, con un’insegna che dice: Lettere Caffè – il caffè letterario di Roma, con un bancone da bar dietro al quale ci stanno due persone, con una macchina per il caffè espresso, vini e liquori, dolci e un consistente aperitivo, esposti in modo inequivocabile e ben due spazi con tavolini e sedie. Ma come diavolo può funzionare secondo voi? Siccome lui è forse la cinque millesima persona che mi fa questa domanda e qualche volta mi girano le balle, gli rispondo proprio così: “Ma come può funzionare secondo lei? Eh? Come cavolo può funzionare?” Forse la mia faccia e la voce un po’ alterata lo spaventano un po’ perché se ne va senza replicare.
La terza persona è un’altra donna. Questa è proprio un classico. Entra, si dirige verso il bancone di un locale che, lo ripeto, si chiama Lettere Caffè (caffè!!!) e mi chiede angelica, con un sorriso disarmante: “Ché, per caso fate anche il caffè?” Questa la guardo proprio con disprezzo. Non so neppure se permetterò che le venga servito il caffè.
A questo punto bisogna fare una malinconica considerazione: in tutto il mondo i luoghi dove si consuma il caffè si chiamano ‘Caffè’ o ‘Café’ o ‘Coffee Lounge’. Solo in Italia, la patria del caffè, dove il caffè è mitizzato, celebrato, interpretato in svariati modi (normale, lungo, ristretto, al vetro, macchiato ecc.), solo in questo bizzarro ed esterofilo Paese (quando non si parla di immigrazione) il caffè si deve consumare in piedi, in luoghi frettolosi e scomodi chiamati esoticamente ‘Bar’. E si deve dubitare che in un posto denominato ‘Caffè’ si possa ottenere un espresso.
Mah!

Enza Li Gioi

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