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giovedì 3 marzo 2011

Ritorno di fiamma - Racconto di Enza LI Gioi

Fu cercando nell’elenco telefonico il numero dell’avvocato De Ritis che lo trovò. Gli sembrò un vero caso del destino perché lui raramente ricorreva all’elenco cartaceo ma quel giorno il suo computer aveva deciso di non collaborare e, dopo aver resistito alla tentazione di dargli un calcio, s’era deciso a togliere dal cellophan impolverato uno dei due grossi volumi che aveva messo sul ripiano più alto della libreria. Nello scorrere con il dito le centinaia di cognomi preceduti da un De, si fermò di colpo; De Rienzi Giocasta. Giocasta? Possibile che fosse… Ma certo. Chi altri poteva chiamarsi così se non lei?
Il cuore gli faceva strani saltelli nel petto mentre componeva il numero. Dopo qualche squillo ecco la segreteria telefonica. “Sono assente ma se volete potete lasciare un messaggio.” Stringata e con un ché di insofferente nella voce. Era lei, non c’era dubbio. Dunque era tornata e viveva a Roma. De Rienzi Giocasta, viale Angelico 45. E cosa significava quel numero di telefono a suo nome? Viveva sola?
E quel cazzone di suo marito allora che fine aveva fatto? Dov’era il bel Riccardo dal ciuffo dorato, sempre vestito come un manichino, snello e muscoloso, disinvolto e charmant, denti perfetti e abbronzatura da campi da tennis? Dov’era il rampollo dell’industria di mortadelle che tanti anni prima si era portato via la sua Giò? Che gli aveva distrutto la vita ammaliando con i suoi modi da stronzo gonfio di soldi, l’unica donna che avesse mai amato? Che l’aveva portata via con sé e l’aveva fatta diventare - lei che aveva ‘l’oro nei capelli e nei vestiti’ – la signora delle mortadelle?
Immaginò con un certo piacere che fosse morto e lei, vedova ancora giovane e bella – doveva avere una quarantina d’anni adesso o poco più – avendo sopportato fin troppo il puzzolente grasso suino che impregnava il denaro di famiglia, avesse deciso di tornare a Roma per rifarsi una vita.
Da quando? Da quanto tempo era a Roma la sua Giò? Mesi? Anni? E come mai non lo aveva cercato? Anche se il suo amore per lui era finito da tanto avrebbe potuto chiamarlo, no? Se non altro per curiosità o anche – perché no? - per dargli una spiegazione del suo comportamento di tanti anni prima. Andarsene così, senza una parola, lasciandolo nella disperazione.
Ma ormai era acqua passata ed era inutile ripensarci anche se in quel momento gli parve di sentire, lieve come lo sfioramento di un fantasma, una fitta dell’antico dolore.
Aveva forse un altro uomo? Se n’era andata con un amante facendo al marito lo stesso scherzetto che aveva fatto a lui? Ci sarebbe da ridere se fosse così,pensò. Ed era possibilissimo che lo fosse.
No, no, forse l’ammazzaporci non era morto dopotutto e lei si era semplicemente innamorata di un altro e lo aveva seguito a Roma. La immaginò bella da morire con in più quel tocco d’ombra che gli anni depositano sui visi perfetti e che li rendono ancora più affascinanti e sensuali.
La immaginò con i capelli d’oro sparsi sul cuscino e la fronte aggrottata come una bambina in quell’aspettativa che conosceva bene e aveva ricordato spesso in passato con un fremito in tutto il corpo. Era un’ anticipazione di piacere e paura che aveva visto solo in lei. Solo in lei tra tutte le donne che aveva frequentato e in alcuni casi creduto di amare.
Una fitta dolorosa di gelosia lo fece ritornare indietro di vent’anni come se fosse salito su una supersonica macchina del tempo. Si rivide nella stanza opprimente e sovraccarica di libri e tele incompiute, a piangere ubriaco sulle lenzuola sporchicce , nel fumo denso di sigarette e canne fumate conpulsivamente.
Giocasta e Riccardin dal Ciuffo, si ripeteva tra un singhiozzo e l’altro, Giocasta e Riccardin dal Ciuffo. Proprio una bella accoppiata. E poi scoppiava a ridere come uno scemo.
Ma in seguito Riccardo dal Ciuffo era diventato quasi di casa nella sua fantasia e non lo faceva più soffrire tanto. Era diventato come una malattia cronica, alla quale ci si rassegna appena si scopre che in fondo non è mortale. Con il tempo lo aveva esorcizzato e ridotto da brillante giovane dorato, erede di un’industria con cinquecento operai, la Lamborghini e un villone da far paura a imprenditorucolo di provincia con la sua ‘fabbrichetta’, la sua ‘macchinetta’ e la sua ‘villetta’. E aveva seguitato e rimpicciolirlo fino a ridurlo a guardiano di porci puzzolente di stallatico, a macellaio crudele e violento, zuppo di sangue dalla testa ai piedi. Gli aveva poi dato il colpo di grazia immaginandolo attratto sessualmente dai maiali e ormai indifferente alle grazie della sua Giò, la quale, disgustata, lo avrebbe certamente lasciato e sarebbe ritornata da lui. E lui l’avrebbe riavuta là, nel suo letto intriso di lacrime, con i fluidi capelli sparsi come oro fuso attorno al viso da madonna e la fronte aggrottata, in attesa.
No, Riccardo dal Ciuffo in quei primi lunghi anni di sofferenza non era stato più un problema. E poi, cosa che non avrebbe mai pensato potesse accadere, anche lei lentamente, aveva preso a impallidire fino a prendere quell’inconsistenza spettrale che spesso hanno i ricordi.
Ma adesso eccola di nuovo nella sua città, nella sua vita, e magari con un altro. Un temibile, inimmaginabile sconosciuto.
Ma no, che cavolate! Poteva darsi benissimo che non fosse così. Che Giocasta vivesse a Roma da sola, in un bell’appartamento tutto suo, godendosi la libertà riconquistata dopo vent’anni di vita sciagurata col porcaro.
Il telefono squillò ed era Amanda detta Mandy, la sua americanina del momento. Carina come uno zuccherino, poco più che ventenne, la ragazzina beveva come una spugna e lo divertiva parecchio. Ma adesso… adesso persino il suo accento lo irritò.
Le disse che quella sera no, doveva finire un articolo su un vino pugliese che… Ma cosa gli fregava di darle tutte quelle spiegazioni? Non erano mica fidanzati o sposati. Non sapeva nemmeno come si chiamava di cognome quella là. No, stasera non si fa niente.
Fuck off” disse lei e riattaccò.
Riprovò il numero di Giò e questa volta la voce, la voce di lei, solo un po’ più roca di come la ricordava, rispose al terzo squillo. Lei non diceva mai ‘pronto’ ma ‘sì’, un sì affermativo ma un po’ annoiato per cui il chiamante aveva sempre l’impressione di aver disturbato, di aver interrotto chissà quale importante attività o situazione intima. Provò l’impulso di riagganciare afferrato d’un tratto da una strana paura ma la voce, con una nota d’impazienza, ripeté “Sì?” e la forma interrogativa sembrava quasi minacciosa. Ma che cazzate! E’ solo Giò, si disse, quella che ti ha fatto molto male ma ormai è tutto dietro le spalle, no? Forza allora.
Ciao Giò… sono io… - ma perché cavolo gli tremava la voce a quel modo? – Sono…”
Sì, so chi sei.” Stringata a dir poco. E la voce non rivelava né sorpresa né contentezza, né disappunto. Era una voce neutra, distaccata. Era la voce di Giò con qualcosa di indefinibile dentro, come se il suo naturale distacco dalle cose si fosse ancor più radicalizzato in quei vent’anni.
Marco ridacchiò stupidamente mentre il cuore gli si dibatteva come un pipistrello impazzito nella gabbia toracica. “Ma dai – disse – mi riconosci? Dopo tutto questo tempo?”
Lei rimase in silenzio. Come allora rispondeva solo se si era detto qualcosa di intelligente. Lui temette che interrompesse la comunicazione facendolo sentire ancora più stronzo di come si sentiva adesso. Facendolo sentire stronzo e umiliato per mesi, forse per anni.
Si aggrappò al ricevitore. No, non deve succedermi questo! La donna che sta dall’altra parte del filo è Giò, la ragazza con cui ho fatto l’amore per tre anni, a cui ho dedicato poesie e canzoni. La donna che non ho mai dimenticato. Non mi farò sganciare così, ne va dell’autostima che ho fatto tanta fatica a rimettere assieme.
Giò non chiuse ma rimase silenziosa e quel silenzio era difficile da occupare.
Sai – disse Marco – è stato un caso ritrovarti… (mammamia come suonavano banali quelle parole). Non sapevo che eri a Roma. Ho visto il tuo nome sull’elenco telefonico mentre cercavo il numero del mio avvocato e… he he… Giocasta De Rienzi… non credo che ce ne sia più di una vero? Chi altri si può chiamare così?” E di nuovo quella risatina insulsa.
Hm” rispose lei. Incoraggiante davvero.
Come mai sei a Roma, se posso… sei… vivi da sola?”
Sì.”
E… e lui? Riccardo dal…” Non voleva chiederglielo, cazzo!
Abbiamo divorziato. Da molti anni.” Sempre quella voce. Come se parlasse del fallimento sentimentale di un’altra persona.
Da molti…?” Ma come? Lei era libera da tanto e lui si scopava le americanine alcolizzate. Pazzesco.
Sì.”
E vivi a Roma da molto?”
Da tre anni.”
Lei non gli chiedeva niente di lui. Come mai? Non gliene fregava un cazzo? Non era che un pallido ricordo riemerso dal passato? Tre anni. Tre anni senza averlo cercato, anche solo per salutarlo, per sapere se ancora campava o era crepato.
Sei da tre anni a Roma e sei sola?” Chiese lui cercando di mettere dello scetticismo nella voce.
Sì.” Rispose lei senza farci caso e senza spazientirsi per la ripetizione della domanda.
Capisco… beh, mi ha fatto piacere averti sentita, sono… sono contento che tu sia di nuovo qui. In fondo questa è anche la tua città, no?”
Hm.”
Vabbè, allora… ciao. Magari un giorno ci si incontra da qualche parte… no? E… non ti ho neanche chiesto come stai… stai bene?”
Sì.”
Per carità, non chiedermi come sto io, eh? – Pensò seccato Marco - Ci mancherebbe. “Bene, mi fa piacere. Allora… Ciao.”
Ciao.”
Senti…” No, non farlo. Non provarci, ti prego. Qualcosa dentro di lui sentiva odore di guai. Di roba già sperimentata che non aveva portato a niente di buono.
Sì?”
Non è che… non ti andrebbe di… beh, insomma, magari potremmo decidere di incontrarci… volontariamente, no? Invece di lasciare la cosa al fato. Che ne dici?”
Hm.” Cos’era quello? Un assenso?
Quando? – Dio com’era difficile e farraginoso quell’approccio! - Domani… per esempio? Ti andrebbe di vederci domani?”
Sì.”
Marco sentì un tuffo allo stomaco. Sentirsi dire di sì da Giò era sempre stato per lui come riuscire a farsi saltare in grembo un gatto forastico. Pura gioia.
E dove? – Quasi gridò - Vengo a prenderti dove vuoi…” Doveva darsi una calmata. Le cose stavano andando un po’ troppo in fretta. Era lui che stava imprimendo quella velocità alla faccenda. Non doveva farsi vedere così ansioso. Solo mezz’ora prima non ci pensava proprio a lei e ora gli sembrava che se non l’avesse rivista al più presto avrebbe potuto morirne.
No, vengo io. Dimmi tu.”
Questa frase lo spiazzò. Ma era tipico di lei. Dove potevano vedersi? A casa sua no, gli sembrava un po’ troppo audace e sfacciato per il primo appuntamento e poi avrebbe voluto andarle incontro e vederla da lontano mentre si avvicinava, voleva prepararsi a rivedere quel volto indimenticabile e quel corpo che aveva tanto desiderato e amato.
Voleva avere il tempo di osservare di nuovo la sua andatura lenta e regale, il capo eretto con i capelli che si muovevano fluidi e luminosi. Voleva vedere come il tempo aveva affinato e levigato ulteriormente quella straordinaria bellezza aggiungendovi fascino e carattere. Non gli passò neanche per la testa che vent’anni erano molti e che forse tutto quel tempo poteva aver logorato quella perfezione. O forse l’immagine di una donna stanca e delusa, un po’ ingrassata e con i capelli scorciati, gli attraversò la mente ma fu come un’immagine subliminale che non ebbe il tempo di impressionarsi dentro di lui. Lui era sempre stato così, non voleva mai vedere il peggio, e anche quando ce l’aveva davanti agli occhi, se riguardava qualcuno a cui teneva o amava, lo scacciava via e gli sovrapponeva un’immagine illusoria che giustificasse i suoi sentimenti.
Ma qui sarebbe stato obiettivo. Per questo aveva bisogno di osservare inosservato il suo arrivo. Comunque fosse stata, qualunque cambiamento ci fosse stato in lei, voleva avere il tempo di prepararsi a non mostrare sorpresa.
Dunque… in casa no ma… nel locale di fronte sì. Tanto lei non sapeva dove lui abitava. Sarebbe stato per lei un appuntamento in un locale carino di Trastevere, non molto lontano da piazza San Cosimato dove si trovava la stanza dei loro incontri ma nemmeno tanto vicino da sembrare un’allusione al loro ormai lontano amore.
Sì, quel locale era perfetto e lui, da dietro le persiane del suo appartamento, avrebbe potuto osservarla arrivare e avrebbe avuto così il tempo e il modo di prepararsi a incontrarla senza sentirsi troppo emozionato. Le diede il nome del locale e l’indirizzo e le disse: “Ci prendiamo un aperitivo e poi, se vuoi, ceniamo assieme. Ti va?”
Sì.”
Le diede il nome e l’indirizzo del locale: “Ti va bene alle sei?”
Sì.”
Ti do il mio cellulare nel caso…”
No no, non serve… ciao.”
Rimase a fissare il ricevitore muto che aveva in mano quasi chiedendosi se tutto quello era veramente accaduto. Cristo, come potevano arrivare subitaneamente dei colpi di scena nella vita. Era veramente emozionato e si rese conto di essersi illuso di aver lasciato dietro di sé la terribile esperienza dell’abbandono di Giò. Non aveva seppellito un bel niente, tutto era ancora vivo e palpitante come una ferita mai rimarginata. Ma adesso… chissà? Chissà quale carta del destino si stava giocando in quel momento. L’idea di invitarla in quel locale gli sembrava geniale. Gìò, che appariva così distaccata, aveva un rapporto strano con il tempo. Non portava mai l’orologio e temeva di essere sempre in ritardo, perciò anche domani sarebbe arrivata in anticipo all’appuntamento e lui avrebbe avuto tutto il tempo di riempirsi gli occhi di lei prima che andasse a sedersi a uno dei tavolini esterni del locale. Questo lo avrebbe fatto certamente perché Giò aveva anche uno strano rapporto con gli ambienti chiusi. Nella sua vecchia claustrofobica stanzetta in piazza San Cosimato, dodici metri quadri con angolo cottura e un patetico spazio doccia, lei pretendeva sempre le finestre aperte, anche d’inverno.
Il ricordo di loro due nudi sotto la pesante imbottita e alcune coperte militari comperate a Porta Portese lo afferrò con tanto realismo che rabbrividì nonostante il caldo di luglio.
Passò la serata in preda al nervosismo. Fece un numero spossante di flessioni. Si spogliò e controllò che il suo corpo fosse in forma come doveva esserlo quello di un quarantacinquenne che non fumava più da quindici anni, che beveva alcolici solo il sabato sera e andava a sudarsi l’anima in palestra tre volte alla settimana.
Sì, anche lui era bello. Era un bell’uomo, su questo non c’era alcun dubbio. Lei lo avrebbe trovato cambiato ma in meglio. Niente più capelli lunghi e unti, niente barba e baffi e denti precocemente ingialliti dalla nicotina. Niente pancetta da abuso di vino e birra. Niente sguardo stralunato dalle canne. Soltanto un bell’uomo in gran forma, un uomo dal moderato successo e dal discreto conto in banca, con un appartamento a Trastevere, quatiere che era di tendenza senza essere troppo borghese… un uomo dal fascino… come avrebbe potuto definirlo? ‘Understatement’ gli parve la parola giusta.
Sai dove me li metto adesso i tipi pacchiani come Riccardin dal Ciuffo? Pensò con una certa amara soddisfazione.
A quel punto della sua vita Riccardo non era che un’ombra, negli anni ridotta a zero dal suo odio e ora addirittura abbandonato dalla sua Giò.
Si concesse qualche minuto a immaginare il povero Riccardo con il ciuffo opacizzato dal tempo e forse anche un po’ sfoltito, grasso e con le venuzze rosse sul naso per le troppe mortadelle ingerite, solo e triste tra i maiali, ormai insoddisfatto anche della sua favorita, una scrofa enorme dalla pelle rosea e chiazzata, ormai vicina alla data della macellazione.
Rise istericamente anche se l’immagine chissà perché gli procurò una stretta al cuore.
Cercò di frenare la sua fantasia e di concentrarsi su quello che avrebbe indossato il giorno dopo. Passò in rassegna camicie di Armani e pantaloni di Dolce e Gabbana, giacche di Versace e cinture di Calvin Klein. Poi decise invece per un paio di jeans artisticamente usurati ,una semplice camicia botton-down, anonima ma costosa, e un maglioncino di cotone annodato con nonchalance attorno alle spalle.
A lei sarebbe piaciuto di più così, ne era certo. Come una versione ripulita di quello che era stato. Una volta a letto cercò di farsi ritornare in mente una poesia o una delle canzoni che le aveva dedicato. Ricordò il giorno in cui le aveva cantato, accompagnandosi con quella vecchia chitarra piena di scarabocchi, quella canzone che le era piaciuta tanto. Come faceva? Doveva averla scritta da qualche parte. Gli sovvenne la melodia e incominciò a canticchiarla nel buio. E così, con quelle note in testa, scritte da un altro lui vent’anni prima, si addormentò.
Sognò ininterrottamente Giò che gli veniva incontro, i capelli dorati ondeggianti attorno alla testa, gli abiti intessuti di fili dorati svolazzanti attorno alle gambe snelle in una suggestiva slow motion.
L’oro dei capelli, l’oro dei vestiti.
Si svegliò presto, stanco di un sonno agitato ma felice come un bambino. Durante quel travagliato sonno un’intera strofa della canzone che tanti anni prima aveva dedicato a Giò gli era ritornata in mente fondendosi con la melodia ricordata la sera prima. Andò all’armadio e ne estrasse la vecchia chitarra scordata e massacrata dai graffiti. Si schiarì la gola e cantò:
Gli idioti s’incantavano stupiti (*)
Chiedendosi perché una come te
Che ha l’oro nei capelli e nei vestiti
Amasse un ubriaco come me
Du du du dum, fece la chitarra stonata
Ma tu mi chiedesti
Nello spasmo di un momento
Se esiste il tempo
O se non c’è…
Du du du dum…

Non gli veniva in mente altro ma era bella quella canzone. Nel ripensare a quando gliel’aveva cantata per la prima volta gli venne da piangere. Lei era nuda simile a una Lady Godiva coperta solo dai suoi capelli, e con un pallido sorriso accoglieva sovranamente quel tributo d’amore, senza stupirsi né schermirsi. Non si aspettava da lei alcun commento perché Giò non parlava mai molto. E quando lo faceva diceva cose strane in una ragazza. Cose da donna matura e già disillusa. Diceva che lei non si illudeva mai troppo sul conto della gente… cose così. Anzi gli parve di ricordare che proprio quella mattina, quando le aveva dedicato quella canzone, lei avesse detto proprio così alla sua richiesta di un giudizio. Aveva detto assorta: “E’ bella ma… è solo una canzone… Tutto passa e… io non mi illudo mai troppo sul conto di nessuno.”
Lui aveva pensato che quel commento non c’entrava proprio niente. Ma quando si è innamorati si ascoltano davvero le parole di chi si ama? E se fosse così quanti rapporti sopravviverebbero?
Pensò a come avrebbe potuto cantare quella canzone a Giò quella sera, a patto che gli rivenisse tutta in mente. Scendere da casa con la chitarra? Ridicolo! Invitarla su per un drink? Sì, questo si poteva fare ma lei avrebbe forse pensato che quell’invito così vicino a casa sua era sospetto. Ci avrebbe pensato su.
Intanto le ore passavano. Marco non mangiò quasi niente a pranzo per non apparirle gonfio e per non incorrere in qualche strano effetto meteorico, disturbo di cui soffriva a volte quando si agitava. Ma comunque non aveva fame.
Le cinque. Incominciò a preoccuparsi di quello che le avrebbe detto. L’avrebbe raggiunta entrando nel giardinetto davanti al bar da un’entrata laterale dove c’era un diradamento della siepe. Le si sarebbe seduto accanto lasciandosi scivolare sullo schienale della sedia dicendole un semplice ciao. Prese una sedia e provò la scena un paio di volte. Sì, poteva andare.
O faceva troppo Marlon Brando?
Dava per scontato che lei sarebbe stata là con un largo anticipo. Era per quel suo rapporto con il tempo che per lei non era lineare ma vi si galleggiava dentro come in un immenso barattolo e per questo temeva sempre di essere in ritardo. Per sua fortuna il destino l’aveva preservata dal dover lavorare.
Era certo che sarebbe arrivata anche con mezz’ora di anticipo. Quindi aveva tutto il tempo di prepararsi.
Alle cinque e mezza incominciò il suo appostamento dietro le persiane. Ormai era vestito di tutto punto e si sentiva in forma perfetta anche se faceva un gran caldo e con i vetri aperti il condizionatore era praticamente inutile. Ai tavolini del locale di fronte non c’era ancora anima viva. Lei sarebbe arrivata certamente da sinistra. Sarebbe scesa dal tram numero otto, se ancora, come ricordava, amava passare il tempo sui mezzi pubblici per guardare la gente. Per guardarla e scrivere storie.
Chissà se scriveva ancora storie Giò? Chissà se gli anni trascorsi negli agi pacchiani che le aveva offerto Riccardin dal Ciuffo, le avevano lasciato inalterata quella verve narrativa? Sperò che, infiacchita da quei lussi provinciali, non scendesse invece da un taxi proprio lì sotto senza dargli il modo di vederla avvicinarsi con quella sua andatura da regina che certamente ancora conservava.
Le cinque e quarantacinque. Guardò ansioso verso viale Trastevere dove il traffico era intenso e i tram come grossi vermoni si incrociavano andando in direzioni opposte. Stazione di Trastevere da un lato, piazza Argentina dall’altro.
E d’un tratto… d’un tratto, eccola! A settanta metri di distanza la riconobbe come se l’avesse vista il giorno prima e il cuore gli sobbalzò nel petto.
Camminava lenta come sempre, eretta e distratta da ogni piccola cosa. Adesso guardava una vetrina che esponeva dei vini, la mano appoggiata sulla piccola borsa a tracolla. Adesso si abbassava per accarezzare il gatto randagio nero della strada e certamente gli parlava fitto fitto come faceva sempre lei con i gatti. Magari avesse parlato così tanto con lui, pensò.
Il suo cuore sembrava un assolo di batteria. Adesso si guardava attorno incerta cercando il locale. Poi fece una cosa nuova: guardò l’ora su un orologino da polso. Quello che vide dovette tranquillizzarla perché attraversò la strada e si mise a guardare le vetrine di un negozio di prodotti biologici.
Marco prese da un cassetto un vecchio binocolo. Una specie di giocattolo di plastica rossa che qualcuna delle sue americanine aveva lasciato lì dopo un concerto. Mise a fuoco e la figura di Giò gli balzò ingrandita davanti agli occhi. Indossava una gonna arricciata e fluida che le arrivava al ginocchio stretta in vita da una cintura elaborata e certamente preziosa e una camicetta aderente di seta nera con ricami dorati (Tu che hai loro nei capelli e nei vestiti...). Portava sandali bassi e riuscì a vedere persino che aveva degli anellini alle dita dei piedi. Le gambe erano lucide e abbronzate, snelle e muscolose come le ricordava. In testa portava un foulard annodato dietro che conteneva la massa meravigliosa dei suoi capelli. Fu contrariato da quel foulard. Avrebbe voluto rivederla con i capelli sciolti sulle spalle. Ma nell’insieme era così bella, così eterea, così elegante e piena di fascino che le perdonò quel trascurabile particolare. E inoltre quel foulard legato dietro, con due lunghe cocche che scendevano sul collo di alabastro, le mettevano in risalto lo splendido profilo, la fronte lievemente bombata e lucida, il piccolo naso altezzoso, la bella bocca perennemente imbronciata.
Con il cuore in tumulto la vide attraversare la strada nuovamente dirigendosi verso il locale. Erano le sei meno sette minuti. Si sedette a un tavolino appoggiato alla parete rivolta nella sua direzione. Ora la vedeva benissimo. Poteva osservare le sue mani lunghe e nervose, il grosso bracciale metallico al polso, le palpebre lievemente abbassate sotto le eleganti arcate sopraccigliari. Era talmente bella che a un tratto si sentì di nuovo insicuro ed ebbe quasi paura di scendere e confrontarsi con lei.
Una cameriera in jeans e pancia scoperta con un piercing all’ombelico le portò un menu. Quella cameriera gli sorrideva sempre e aveva già in cantiere qualche progettino su di lei ma in quel momento gli sembrò insignificante, quasi mortificata da tanta classe ed eleganza. Giò non aprì il menu ma ordinò comunque qualcosa perché dopo un po’ la giovane cameriera le mise sul tavolo un alto bicchiere pieno di un liquido arancione e di ghiaccio con due cannucce blu. Era tipico di lei anche questo: bere senza aspettarlo. Giò prese il bicchiere con entrambe le mani come se volesse rinfrescarsele, tolse le cannucce e diede un breve sorso prima di rimettere il bicchiere sul tavolo. Erano le sei meno tre minuti. Dal suo punto di osservazione Marco la vide guardare nuovamente l’orologino da polso. La vide guardarsi attorno con un’aria ansiosa e poi togliere dalla borsetta un piccolo specchio. Con la mano ornata dal grosso bracciale si sistemò il foulard che però si impigliò nelle maglie del monile e le si sfilò dalla testa. E… Dio! Dio santo! I suoi capelli! Cos’era successo ai suoi capelli?
Giò si guardò attorno con un’aria imbarazzata e forse addirittura impaurita che era strana in lei ma nessuno la stava guardando e la via era deserta. Rimise a posto il foulard ma la sua testa era rimasta scoperta il tempo sufficiente perché Marco vedesse la peluria rada e sottile, a chiazze irregolari, che ora si trovava dove un tempo cresceva rigogliosa quella indimenticabile chioma dorata.
Marco era annichilito. Stava là dietro le persiane con quel ridicolo giocattolo rosso attaccato al naso, incapace di muoversi. Ma allora Giò era… aveva… Forse tra sei mesi, tra un anno… forse lei sarebbe…
No! Non adesso che l’aveva ritrovata, non adesso che erano finalmente di nuovo liberi di amarsi. Non adesso, no!
Giò aveva sollevato gli occhi e sembrava ora guardare nella sua direzione. Naturalmente era impossibile che lo vedesse ma si sentì ugualmente un cretino con quel binocolo in mano. Cretino e persino brutto si sentì, e osceno e stupidamente infantile. Si tolse dalla finestra e si appoggiò alla parete con gli occhi chiusi dopo aver gettato con violenza il binocolo sul divano.
Una parte di lui stava scendendo le scale a precipizio, attraversava la strada correndo, la prendeva tra le braccia e la stringeva forte. Le toglieva il foulard e le baciava la bella testa disadorna incurante di tutto e di tutti. E le diceva tra un bacio e l’altro che tutto sarebbe andato a posto ora che erano di nuovo assieme Che lui avrebbe annientato il male con la forza del suo amore e sarebbero stati felici per sempre.
Una parte di lui.
Una piccola parte.
Ma la maggior parte di lui se ne stava appoggiata alla parete mugolando immobile, guardando davanti a sé nello specchio quella figura patetica ricoperta di muscoli e indumenti costosi, in attesa soltanto che la donna là sotto si alzasse e sparisse per sempre dalla sua vita.
L’orologio alla parete segnava le sei e dieci. Il tempo si era fatto insopportabilmente lento. Scivolò di nuovo verso la finestra e sbirciò attraverso le persiane. Lei era ancora seduta là e ora tamburellava sul tavolo con le lunghe dita. Con gli occhi pieni di lacrime e il naso pieno di muco Marco sbatté un piede per terra come un bambino contrariato. Non se ne sarebbe mai andata? Ma da dove le era spuntata fuori tutta quella pazienza?
Chiuse i vetri e tirò le tende escludendo dalla sua vista la scena sottostante. Aveva voglia di piangere e lo fece copiosamente, la faccia affondata nel cuscino.
Alle sei e trenta Giò guardò ancora una volta l’orologio. Mise cinque euro sul tavolo e fermò la banconota con il bicchiere ancora pieno. Si alzò e spense la sigaretta nel succo d’arancia.
Sulle belle labbra le aleggiava il sorriso dolceamaro di chi ha avuto l’ennesima conferma che non ci si deve mai illudere più di tanto sul conto di nessuno.

Enza Li Gioi

(*) Liriche tratte da una canzone del cantautore Michele Viviani

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