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domenica 10 aprile 2011

Il dopomercato. - Racconto breve di Enza Li Gioi

Ma cosa aspettava ad andarsene quella barbona puzzolente? Era mezz’ora che sceglieva le migliori bietole e scartava quelle un po’ avvizzite come farebbe una signora esigente e schizzinosa.
E guarda cosa stava facendo con quelle carote! Si era presa tutte quelle piccoline e tenere, la furbona, e adesso, come se non bastasse, si riempiva quella borsaccia lercia delle mele più belle, quelle meno sbatacchiate, lasciando a terra, nelle cassette ormai semivuote, solo delle Golden giallastre e raggrinzite che sarebbero state sicuramente farinose e immangiabili se non, forse, sotto forma di composta. Adesso ghermiva con quegli artigli nodosi anche quattro banane un po’ leopardate e quindi saporitissime che lui aveva adocchiato per primo.
Ma certo non poteva mica uscire allo scoperto, lui. Non poteva mica farsi vedere a razzolare tra i resti del mercato sia pure da una lordura umana come quella.
Lui aveva un’immagine e una dignità da conservare. E doveva anche guardarsi bene dal farsi scoprire da qualcuno dei suoi vicini, o peggio ancora dei suoi inquilini che già lo detestavano e che avrebbero potuto, in quella scoperta, trovare qualche appiglio, magari per autoridursi l’affitto o non pagarlo del tutto, o qualche altra diavoleria del genere. Con quella brutta crisi economica ci si poteva aspettare di tutto dalla gente incazzata.
Non che ci sia niente di cui vergognarsi, intendiamoci, a cercare di utilizzare tutto quello che la massa di cretini consumisti scarta sdegnosamente al mercato del mattino. Comunque, data la difficoltà che lo spiegare a quella gente le sue sacrosante e civilissime motivazioni avrebbe comportato, era meglio rimanere in incognito.
Erano anni che lo faceva e nessuno aveva mai sospettato nulla.
Certo, molti sapevano che alla chiusura del mercato i barboni andavano a raccogliere quelle rimanenze ma vedere uno come lui fare la stessa cosa avrebbe potuto suscitare sdegno e disgusto in quei borghesucci benpensanti.
E di questo in realtà non gliene fregava un bel niente.
Quello che invece temeva come la peste era l’emulazione. Quel fenomeno così tipico della piccola gente, che aspira a somigliare a quelli che ritiene stiano più sopra nella scala sociale. Se lo fa lui allora possiamo farlo anche noi, no? Se lo fa lui vuol dire che non c’è niente di vergognoso. Anzi, magari è addirittura chic. Magari è ecologico e facendo così si contribuisce alla lotta agli sprechi e alla fine alla salvezza del pianeta.
Sì, l’emulazione con tutto quello strascico di motivazioni pretestuose, lo terrorizzava più di ogni cosa. E non perché gli seccasse di essere preso a modello, cosa che non è mai spiacevole per nessuno, ma perché avrebbe a sua volta generato il temibile fenomeno della ‘concorrenza’.
Quindi non più solo sporadici barboni come quella vecchiaccia che gli stava portando via le delicatezze che aveva covato con amore dal suo appartato punto di osservazione , ma una folla di avide cavallette che si sarebbero organizzate in massa con appostamenti, turni, furgoni, divisione delle derrate in base al numero dei componenti della famiglia, e chissà che altra trovata pseudo socialista.
Mai, mai! Mai doveva accadere una cosa del genere.
Scacciò quei pensieri funesti e ricordò con un sorriso di nostalgia un’elegante cena di due anni prima (bisognava pur tenere vive delle relazioni) a cui erano stati invitati i loro amici Serpieri. Prima che il suo regno incontrastato vedesse comparire quei pezzenti affamati che si portavano via le cose migliori.
Che cena, mammamia! E non gli era costata un centesimo. Il menu era costituito da una vellutata di carote e patate con crostini al burro, delle deliziose barchette di melanzane al gratin, una fragrante ratatouille di patate, funghi e cipolle al forno e per finire da squisite pere caramellate. Tutto proveniente dal dopo mercato tranne il vino che elegantemente avevano chiesto ai Serpieri di portare (e quei noti spreconi pieni di debiti, pur di fare bella figura, avevano portato due bottiglie di Brunello di Montalcino d’annata), il Parmigiano per la vellutata, il pane dei crostini, il burro e lo zucchero che Melissa aveva sottratto alla raccolta per i poveri che si prestava a fare al supermercato come volontaria della parrocchia di San Francesco. Che ne sapevano i poveri se veniva loro a mancare una cucchiaiata di Parmigiano o una noce di burro? Figurarsi che differenza faceva per quei disperati.
I Serpieri erano rimasti incantati dall’armonia di quel menu, dalla prelibatezza di quei cibi e dalla loro elegante presentazione in cui Melissa era modestamente imbattibile.
Melissa proveniva da una famiglia di antica nobiltà e sposandolo aveva fatto un passo indietro nella scala sociale, sebbene il conto in banca di suo marito fosse molto più pingue di quello di suo padre. Ma che importava? Si può comandare forse all’amore?
No, naturalmente. E in maniera particolare quando si tratta di uno di quei rarissimi incontri tra due esseri che sono veramente l’uno la metà dell’altro.
Lui non se n’era accorto subito di quell’affinità. Lo capì veramente solo la prima sera del viaggio di nozze. Era un viaggio assai costoso per il suo morigerato stile di vita e lui lo aveva prenotato più che altro per colpire i genitori di lei perché Melissa, cosa che lo aveva piacevolmente sorpreso, avrebbe preferito starsene con lui a casa, a guardare dei bei film alla tivù stringendogli la mano in attesa di più intense manifestazioni d’amore, più tardi, nella vecchia camera da letto che era stata dei genitori di lui e che lui aveva aperto per amor suo, avendo sempre preferito continuare a dormire nel suo lettino da adolescente, che aveva lenzuola più piccole e quindi meno costose da lavare.
Quella sera in albergo il cuore quasi gli scoppiò nel petto dalla gioia quando la vide, nel bagno, raccogliere con il suo spazzolino un niente di dentifricio che era caduto a lui sul bordo del lavabo e usarlo per spazzolarsi quei magnifici denti da faina. Era ancora troppo intimidito da lei per chiederle ‘anche tu?’. E così non disse niente ma l’indomani mattina, quando non ce la fecero a finire l’esagerata colazione che il cameriere portò loro in camera e la vide mettere i croissant avanzati e persino due fette biscottate rotte in un sacchetto di plastica e infilare il tutto in borsa, non poté fare a meno di chiederle: “Perché?” E lei sorridendo con incantevole nonchalance: “Per dopo, no? Staremo fuori tutto il giorno per visitare questa città, non dovremo mangiare?” Che amore! Che donna stupenda gli aveva assegnato il destino. Proprio… proprio la ‘sua’ donna.
E quel viaggio fu meraviglioso perché anziché impoverirli li arricchì. Per una settimana mangiarono a pranzo i resti della colazione seduti su panchine appartate o sull’erba di splendidi prati verdi godendosi beati la gratuità di tutta quella magnificenza. E la sera… che donna geniale! Aveva scoperto lei – anche perché facilitata dalla conoscenza della lingua – quel posto dove davano da mangiare ai poveri completamente gratis. Aveva trovato per terra, alla chiusura di un mercatino delle pulci, due orribili giacche sformate con cui presentarsi a quella mensa vestiti in modo acconcio, e alle sette e mezzo in punto erano i primi in fila a ritirare il piatto di plastica e le posate. Facevano un pollo! Anche la minestra era buona a dire il vero. C’era qualcosina da ridire sulla pasta ma non si può pretendere troppo quando si è all’estero, no?
Poi, l’idea più luminosa. Quella che gliela fece amare e rispettare ancora di più.
Con un coraggio inusitato in una donna, una sera, al ritorno dalla mensa dei poveri, aveva catturato un grosso topo che agonizzava in mezzo alla strada evidentemente vittima di una recente derattizzazione. Con freddezza e senza ombra di repulsione, tenendolo per la coda, se l’era infilato nella borsetta dicendogli che da piccola quella era stata la sua principale attività. Catturare topi.
Le aveva chiesto perché e lei aveva risposto che le piacevano i topi perché avevano qualcosa in comune con lei, probabilmente la loro furtività, e anche perché potevano tornare molto utili in alcune occasioni. Glielo avrebbe dimostrato quella sera stessa.
Arrivati in albergo e saliti nella loro stanza, Melissa aveva estratto dalla borsa il topo che nel frattempo aveva reso la sua esile anima a Dio e l’aveva messo sotto il lavandino del bagno. Dopodiché con quel suo modo di fare da gran dama e quel suo accento perfetto (quei dissipatori di patrimoni secolari dei suoi genitori l’avevano fatta studiare in un costoso collegio in Svizzera) chiamò la direzione dell’albergo e, scandalizzata, fece le valigie e pretese di non pagare le otto notti trascorse in quell’inqualificabile bettola. Il direttore si sperticò in scuse e prenotò loro un taxi a carico dell’albergo per trasferirli, sempre gratis bien entendu, in un altro elegante hotel della catena dove restarono per una settimana, pasti inclusi.
Dopo il viaggio di nozze non ebbero mai bisogno di rivelare l’un l’altra quello che erano o di confessarsi il peccato capitale che li accomunava. Parlarne sarebbe stato volgare ma fare economia era lo scopo principale della loro vita. Risparmiare era la loro passione e il loro obiettivo era quello di non spendere mai un soldo. Ormai stavano ingaggiando un’ appassionante gara a chi aveva il maggior merito nel chiudere una giornata a costo zero.
Lui ammetteva facilmente, anche per quella sorta di galanteria che a una donna come Melissa spettava di diritto, che lei era più creativa, più disinvolta, più coraggiosa. Inoltre sapeva venire a patti con la sua coscienza e si perdonava quelle piccole disonestà nei confronti dei poveri per i quali faceva la raccolta di cibo. Il maltolto lo restituiva a modo suo, offrendo una volta più del pattuito il suo volontariato al superdiscount, dandosi al contempo un’occasione in più per far scivolare nella borsa un pacchetto di burro, una scatola di formaggini, un pacco di pasta. Glielo raccontava poi ridendo come una bambina birichina e facendogli venire certi pensieri molesti che preferiva tenere a bada da quando aveva incominciato a voler risparmiare anche quelle risorse che, come si sa, il maschio non possiede in quantità inesauribile.
Sapeva che la gente non ama i tipi come loro e quando incontrava per le scale qualcuno dei suoi inquilini (il palazzo era tutto di sua proprietà), questi si scostava per farlo passare, ma non con deferenza, quanto piuttosto con la repulsione che si prova di fronte a certi animali viscidi e striscianti.
Poveri imbecilli, pensava lui con disprezzo, ubriachi di merci inutili, sopraffatti dai debiti, con la pancia gonfia e lo stomaco inacidito dal troppo mangiare, ignari del piacere sottile di vedere scoppiare i propri forzieri o di infilare le mani tra le banconote fruscianti e fragranti di quell’aroma che solo pochissimi iniziati sanno apprezzare. Ignari del delizioso sapore del cibo gratuito, delle cene a scrocco, dei piccoli furti al supermercato con il loro brividino al coccige, delle giornate passate nella gioia di non vedere neppure un centesimo uscire dalle proprie tasche.
E che tasche! Tasche collegate al cervello più degli organi vitali del corpo. Tasche a prova di mendicante, di borseggiatore, di prostituta, di bambino morente dalla fame. Tasche invincibili.
Andate, andate per la vostra strada lastricata di succhiasoldi di ogni genere. Andate e fatevi vendere qualsiasi cosa inutile, fatevi turlupinare, fatevi succhiare il sangue e levare tutte le forze, idioti. Perché il denaro condivide con il sangue molte delle sue qualità. E’ liquido, quando lo si perde è un salasso, quando l’economia si ferma è un ristagno, quando lo si ritira è un prelievo, quando lo si deposita è un versamento. Proprio come il sangue. Per questo siete così deboli, perché non vi rendete conto che il denaro è come il sangue e voi ve lo fate togliere dal primo furbastro che incontrate. Non farete mai niente di buono, questo è poco ma sicuro. Continuerete a tentare patetici e maldestri voli ma cadrete sempre nel cortile di casa, scornati e spennati.
Così avrebbe voluto parlare con quella gente che si scostava quando passava. Ma non ne valeva la pena. Perché sprecare preziose parole? Meglio lasciarle per Melissa, per le loro conversazioni serali, per le loro esternazioni d’amore e di stima. Almeno anche quelle sarebbero rimaste in casa.
Era stata Melissa a scoprire che dopo le quattordici i mercati ortofrutticoli lasciavano per terra intere casse di roba invenduta che sarebbe stato poco conveniente riportare indietro sapendo che l’indomani nessuno l’avrebbe comperata. Tanto con i prezzi che applicavano potevano tranquillamente permettersi di buttare la roba. Ma era una fortuna le cose stessero così. Una fortuna per loro naturalmente.
Quando rientrò a casa reggendo la busta sgualcita e ingiallita che ormai usava da più di un anno per quelle missioni, Melissa non era ancora rientrata. Aveva scoperto un mercato più periferico, molto più grande e pieno di roba e ci andava ogni giorno. Con la metro ci metteva poco e non spendeva un soldo perché si metteva davanti ai cestini dei rifiuti e aspettava che i passeggeri buttassero i loro biglietti che spesso avevano ancora una fruibilità di qualche minuto e in alcuni casi addirittura di mezz’ora, cosa che le permetteva di prendere il treno, compiere l’operazione e riprenderlo per ritornare indietro senza rischiare una multa.
Al pensiero di Melissa e dei sacrifici a cui si sottoponeva per la loro felicità si commosse e una lacrima striminzita fece per uscirgli indecisa dall’occhio.
Mise le derrate in frigorifero e attese speranzoso che il bottino di Melissa fosse più ricco del suo in modo da poter coprire anche il fabbisogno dell’indomani che era domenica.
Dopo qualche tempo, per il protrarsi di quell’attesa, si addormentò e sognò che Melissa portava a casa un grosso melone il quale, tagliato in due, sciorinò sulla tovaglia un sangue scuro, misto a luccicanti monete da cinquanta centesimi. Provò nausea e piacere come gli capitava abbastanza spesso anche nella realtà, ma assaggiò il sangue che aveva un gusto dolciastro e insipido e prese a inseguire, ridendo con la bocca e i denti arrossati e sgocciolanti, le monete che rotolavano in tutte le direzioni.
Ma Melissa stranamente non partecipava al gioco e rimaneva ferma guardandolo con una specie di disapprovazione nello sguardo, scuotendo solo leggermente la testa.
Si sentì come quando, da piccolo, suo padre si distraeva durante la visione di un film che a lui piaceva e che voleva vedere in sua compagnia per poterne poi parlare assieme. Si sentì tradito e solo. Perché la perdita del terreno comune non è mai una cosa piacevole.
Poi il campanello suonò e Melissa gli fece cenno di andare ad aprire, sempre mantenendosi fredda e distaccata. Sentendosi profondamente infelice volle chiederle perché si stesse comportando così con lui. Cosa c’era che non andava? In fondo quel melone lo aveva portato lei. Ma il campanello suonò in modo ancora più insistente. Melissa scomparve e con lei il melone e le monete.
Si svegliò sentendo freddo in tutto il corpo e la bocca amara. Alla porta qualcuno stava ora bussando forte, con i pugni.
Corse ad aprire e si trovò davanti due uomini in divisa. Poliziotti.
Il signor Scaglia?”
Sì.”
Abbiamo una brutta notizia per lei signor Scaglia… si tratta di sua moglie.”
Mia… mia moglie? Cosa…?”
E’ morta, temo. E’ stata aggredita da…”
M… morta?”
Sì. Dei barboni l’hanno aggredita. L’hanno ammazzata di botte giù al mercato di…”
Ammazzata?”
Sì… sembra per… per dei problemi di territorio, sa? Quella faccenda del dopo mercato. Sua… sua moglie andava là a raccogliere le merci invendute, lo sapeva?”
Il poliziotto guardava perplesso l’elegantissimo appartamento che sembrava lontano mille miglia da quella sordida realtà.
Se… se lo sapevo? N… no. Non ne sapevo niente io. Ma… è morta per davvero? E’…?”
Purtroppo sì, signor Scaglia. Mi dispiace.”
Morta. Melissa era morta e lui non l’avrebbe rivista mai più. Non ci sarebbero più state le sue idee, le sue marachelle, le sue risate, le sue cenette a costo zero, il suo coraggio, la sua spregiudicatezza.
Morta. Quella parola, pronu nciata mille volte di seguito nel chiuso dell’appartamento invaso dalla penombra, gli sembrò dopo un po’ solo un suono senza senso. Morta, morta, morta. Ecco cos’era Melissa, morta. Cercò di ricordare quali erano state le ultime parole che si erano scambiati quella mattina ma non gli venne in mente nulla.
E adesso? Che ne sarebbe stato del suo corpo? Del suo bel corpo essenziale, levigato dalla morigeratezza e dalla misura. Dove si trovava ora e dove l’avrebbero messo?
Dov… dove…? Oh Dio!
Oh Dio! Il funerale! La bara, i fiori, la macchina, la Messa, i necro… necrofori o come diavolo si chiamavano, i necrologi, la sepoltura. Cavolo, era sua moglie. Era lui che doveva provvedere a tutte le… tutte quelle costose incombenze. I suoi genitori non avevano un soldo. Spettava a lui provvedere, non c’era via di scampo. Non c’era neppure la possibilità di richiedere l’intervento del Comune che provvedeva ai funerali dei poveri. Perché lui, accidenti, non era povero.
Che imperdonabile leggerezza! Cosa le era venuto in mente di farsi ammazzare a quella Melissa?
Non lo sapeva quanto costa un funerale? Come aveva potuto fargli una cosa simile?
Pianse amaramente per la fine ingloriosa del suo amore, sentendosi tradito da quella che aveva creduto la sua metà e che in vece si era rivelata soltanto una momentanea escrescenza.
E passò il resto della sera a fissare il vuoto pensando all’egoismo delle donne.  

2 commenti:

  1. "E passò il resto della sera a fissare il vuoto pensando all'egoismo delle donne" .L'ultima pennellata di un quadro perfetto , dai colori un pò sordidi , scuri , a riparmio di luce , due caratteri (nel senso narratologico)
    reali , che incontriamo davvero purtroppo , l'unico lampo è quello degli occhi bramosi della "robba" . Complimenti . Un bacio
    Giorgio

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  2. giuseppe cataldi5 aprile 2013 10:43

    Mentre il turbinio di poensieri stavano ancora succhiando linfa dalla disperazione, (pensa quando si sarebbe accorto come l'avrebbe sentita ancora camminare muoversi miagolare di gioia per un regalo, pur non presente se non nei suoi ricordi!) i poliziotti si levarono il cappello e mostrando una enorme zucca con occhi e sorriso gaudente (spettrale peraltro!) dissero, è uno scherzo di suo figlio..sa allunga la vita! gli colse un'infarto e morì

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