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domenica 10 aprile 2011

Il Furto.- Racconto breve di Enza Li Gioi

Sbam. La porta sbatte e se ne va anche lui. Per sempre, naturalmente.

Lo capisco proprio da come sbatte, sono un’esperta ormai. Quando uno esce per tornare il rumore della porta che sbatte è diverso. Non è ‘sbam’, è più… c’è più… Boh? A che serve parlarne e disquisire sui diversi suoni prodotti dalle porte nel caso uno se ne vada per sempre o voglia tornare?
E’ andato via e basta. Del resto era sempre stata nell’aria questa sua partenza. Da sempre doveva andarsene. Non è mai stato mio. E io che so perdere così bene le cose mie figurarsi se non perdo quelle che non lo sono.
Paolo era di Gilberto. Non ha aveva mai transitato dentro di me. Me l’aveva portato lui già bell’e fatto.
Dentro di me ci si trattiene poco e i bambini seri, quelli che vogliono veramente nascere e vivere, col cavolo che vengono a ficcarsi in questa trappola. Solo quelli che fanno finta vengono da me. Fanno finta di voler nascere ma in realtà non gli va proprio. Stronzetti! Ma chi potrebbe dar loro torto del resto?
Insomma, Paolo se n’è andato per sempre. Non lo rivedrò mai più, questo è certo.
Prima suo padre e adesso lui.
Solo che suo padre è uno stanziale, uno a catena corta. Non si allontana mai troppo, lui. Ma Paolo è diverso da suo padre e se ne andrà via chissà dove e non ne saprò mai più nulla. D’altronde perché dovrei? Non sono mica sua madre.
Ho fatto in tempo a pulirgli il culo, questo sì. A imboccarlo nel seggiolone. Ad alzarmi di notte per consolarlo quando aveva gli incubi e si aspettava che venisse sua madre e invece gli apparivo io. Penso che abbia incominciato a odiarmi già allora. Chi era quella moraccia scarmigliata e disperata che si materializzava dal buio al posto della bionda eterea che lui si aspettava? Era la continuazione dell’incubo?
Come urlava! Com’eravamo entrambi inconsolabili, io con l’utero ancora sanguinante da un recente aborto, lui con il piccolo cuore sanguinante per la scomparsa incomprensibile della donna che amava e che continuava a non accorrere ai suoi strazianti richiami.
A volte non sopportavo quel suo non amarmi. Quel suo non volermi che mi faceva sentire brutta e rozza e inadatta a stare al mondo come donna. E così lo costringevo a tenersi abbracciato a me. Gli bloccavo le manine dietro la schiena, gli tiravo i capelli, gli sibilavo minacce all’orecchio.
Non mi ha mai amata. E forse nemmeno io ho mai amato lui. A volte, lo ammetto, gli ho portato rancore per essere vivo mentre i frutti precari dei miei incontri notturni con suo padre venivano grattati via dalle mie pareti uterine come fastidiose escrescenze.
Suo padre, com’era prevedibile, l’ho rivisto un paio di volte prima di oggi. In entrambe era con lei e non si sono accorti di me. Come oggi stavo prendendo un tè in un bar di Prati che ha delle vetrate da cui si può guardare all’esterno mentre da fuori sembrano specchi. Evidentemente abitano da queste parti.
In una carrozzina aerodinamica ultimo modello si agitava il fagottino urlante che hanno chiamato Peter, chissà perché. Nessuno dei due è inglese ma lei è una coatta e i suoi gusti in fatto di nomi lo conferma. Forse non sa che in Italia poteva benissimo chiamarlo Pietro.
Ho notato con una certa, agra soddisfazione, che ha già perso la sua bellezza e la sua grazia. La bellezza delle donne molto procaci è spesso destinata a una rapida decadenza, diceva mia madre da quel legnoso stoccafisso che era sempre stata fino alla morte. Io per fortuna da lei ho preso soltanto l’ingovernabilità dei capelli. Lei, che li aveva rossi, li teneva sempre stretti in una severa crocchia che sembrava fatta di fili di rame, mentre io ho scelto di lasciare i miei liberi di ondeggiare nell’aria come un’aureola scura che si mescola con l’aura che circonfonde tutta la mia persona. Un’aura nera come la pece.
Vedendoli così, lui patetico nella sua nuova esperienza di padre attempato e lei che si è già fatta succhiare da lui la giovinezza, mi sono rattristata. Sono così comuni, così anonimi che parrebbe impossibile a chiunque credere che quei due possano aver sconvolto così tanto la mia vita.
La mia vita.
Mi è seccato molto dover fare la constatazione che quell’uomo stanco, con il cappotto di cachemire che abbiamo comperato assieme un secolo fa (io ho buttato via tutti gli indumenti che mi ricordavano lui), un po’ sgualcito e un po’ troppo imbottito sulle spalle, possa aver rapinato i miei anni più belli per gettarli nella spazzatura senza neanche girarsi a guardarli.
Quell’uomo comune, medio, quasi un pittogramma nella sua normalità. Sembra il personaggio di un corso illustrato di italiano per stranieri: Il signor e la signora Brancati con il loro figlioletto si recano al supermercato per la spesa settimanale.
Due pittogrammi. Il signore e la signora Brancati non immaginano certo di essere osservati.
No, non lo immaginano proprio. Altrimenti farebbero movimenti più eleganti, simulerebbero una maggiore felicità, lei si ravvierebbe i capelli e starebbe più eretta e lui si farebbe sparire dalla faccia l’atteggiamento servile che hanno tutti gli uomini non più giovani verso le donne giovani anche se un po’ stropicciate.
Anche oggi sono in quel bar. Ed eccoli di nuovo lì fuori. Non li sto seguendo, non ci penso proprio. Ci vengo da anni in questo posto perché sanno come va servito il tè e non si dimenticano mai di accompagnarlo con dei deliziosi biscottini.
Lei ha i capelli raccolti un po’ così, a casaccio. Si vede la ricrescita. E’ nervosa, discute con lui. Gesticola. La cosa dev’essere seria perché lui si fa venire una di quelle incazzature che conosco bene.
Guarda guarda! Adesso mostra con l’indice il fagotto nella carrozzina. Le piazza lo stesso dito sotto al naso con aria minacciosa. Poi se lo punta addosso e glielo risventola sotto al naso facendo nononò, non te lo sognare proprio, carissima. No!
Lei sbatte il piede per terra stizzita. Fa freddo e non ci sono quasi passanti. Anche il bar è semivuoto. Lui prende e se ne va. Lei rimane lì in piedi con l’aria incazzata. Gli grida dietro qualcosa. E… si prende e se ne va. Da sola! Lasciando il pupo in mezzo al marciapiedi.
Che succede? Vuole sfidarlo? Tipo ‘se non fai quello che dico mollo il pupo e me ne vado’?
No, non l’ha abbandonato, ti piacerebbe!
In realtà si sta dirigendo dal parrucchiere di fronte. Era questo che voleva da Gilberto quindi, che andasse in giro col pupetto mentre lei si ritoccava la tinta. Eh, hai trovato il tipo, bellezza.
Rimane sulla porta del negozio chiedendo probabilmente la disponibilità per una tinta e una messa in piega. La testa all’interno e il corpo di fuori come se questo potesse tranquillizzare Peter qualora si svegliasse e non vedesse nessuno attorno a lui.
Perché non si sia portata dietro la carrozzina non si sa. Stranezze della vita.
Ho capito tutto di quel film muto senza didascalie. Lei voleva andare dal parrucchiere e lui non voleva farle da baby-sitter. Tipico. Mi pare di sentirlo. Io con la carrozzina in giro da solo? Vecchio e innamorato sì ma rimbambito no eh?
Così adesso lei, se riesce a convincere il parrucchiere, andrà a farsi la tinta con il bambino che respirerà vapori di ammoniaca e altre schifezze.
Che leggerezza!
Possono fargliela subito la tinta? Eh no, doveva prenotare cara signora, siamo spiacenti.
E dai, sia gentile, insiste lei con il broncetto da bellona intrigante. Ho il bambino qua fuori.
La cosa si fa lunga. Lei non si volta mai. L’ex culetto d’oro, ora una po’ abbondante, si agita impaziente nel cappottino striminzito come lo portano adesso le ragazzine. Una gamba è piegata all’indietro e sollevata come la tengono certe donne del cinema quando baciano un uomo. Deve sedurre il parrucchiere ma ci mette un po’ più del solito. Non è abituata a queste resistenze e così si intigna.
Il barista è andato nel retrobottega o forse in bagno. Le altre due clienti se ne sono andate, il locale è vuoto. Il tè l’ho già pagato. Il cappotto ce l’ho già addosso. Il mio tavolo è proprio attaccato alla porta. E’ un attimo.
Speriamo che non si volti. Speriamo che non si volti. Speriamo che non si volti.
Sono fuori. Il pupo dorme beato sotto la trapuntina di piuma d’oca. Non lo guardo neppure, potrebbe essere Rosemarie’s Baby. In un unico gesto lo strappo dalla carrozzina avvolgendolo al tempo stesso nella trapunta azzurra.
Che brava. Chi me l’ha insegnata quest’economia di gesti da madre consumata? Dal tiepido fagotto neppure un lamento.
Dio, fa che non si volti! Ti prego, fa che non si volti!
A volte Dio è imprevedibile ed evidentemente ha una morale che non è mai stata capita bene dagli uomini. E’ morale, non moralista. Ed è anche spregiudicato. Infatti adesso mi sta ascoltando e ha deciso di collaborare.
Via! Via di qui subito. Il fagottello morbido e leggero, profumato di talco, mi solletica il mento. Ho girato l’angolo. Rallento impercettibilmente per sentire se qualcuno grida. Niente. La trattativa col parrucchiere è ancora in corso? Le sta spuntando tutte le armi seduttive? Probabilmente è gay.
I passanti sono pochi, infreddoliti e concentrati sui cavoli loro. Sono passata davanti all’ex Caffè Ruschena e nessuno mi ha visto. I camerieri che di solito stanno sempre davanti alla porta oggi per il gran freddo preferiscono stare tappati dentro al locale.
Ho attraversato il ponte con calma. Niente fretta, potrebbe dare nell’occhio. Cos’ho da perdere, in fondo? La liberta? La libertà di continuare a convivere con il mio utero secco e improduttivo? Con quella trappola per bambini chiusa nella mia pancia?
Il bimbo è tiepido e dolce abbandonato contro il mio petto.
In via di Ripetta entro in un portone aperto per guardarlo un attimo. Non resisto dalla voglia di vederlo. Lo so che è un rischio ma ho il diritto di vedere il mio bambino. Dorme ancora, beata innocenza. Non so che colore d’occhi abbia ma è di una bellezza splendente. Le palpebre percorse da un fremito, la piccola bocca imbronciata, le narici trasparenti come di roseo vetro.
E’ mio.
Arrivo a casa con calma. Non voglio agitare il mio bambino. Non incontro nessuno. Tutti i vecchi bacucchi che abitano in questo palazzo non mettono mai il naso fuori di casa.
Metto il bambino sul letto con delicatezza. Apre gli occhi, mi guarda, sorride.
Sorride a me. E a chi sennò? Gli sorrido anch’io. Quante volte hai provato a raggiungermi? Gli chiedo. E lui allarga il sorriso come a dire: che importa, ora? Ora sono qui con te. E non me ne andrò più.
Un piccolo lamento gli sfugge dalla deliziosa boccuccia e la faccina si fa rossa. Subito un odorino inequivocabile si mescola a quello del borotalco. Oh amore! Ci pensa la mamma! Ci pensa la mamma! Ci pensa la tua mamma! Io sono la tua mamma e tu sei Tommaso, sai? Il mio piccolo Tommaso.
Lo spoglio e lo lavo con cura. Acqua tiepida e un panno morbido. So come si fa. Il borotalco ce l’ho perché lo uso anch’io. Marca Robert’s. Va bene, vero? E adesso un bell’asciugamanino tenero tenero. La mamma non è ancora troppo equipaggiata, sai? Mi hai fatto troppi scherzetti in questi anni. Ma domani… eh, domani non ci sarà niente al mondo che questo bambino non avrà.
E poi… sai cosa? Poi partiremo. Andremo a stare in quella bella casetta di Cottanello che ho comperato e non ci sono mai andata. E’ là che andremo io e te. Accenderemo il camino e io ti canterò delle ninne nanne . Nessuno ci troverà mai lassù. E saremo così felici, mio piccolo, adorato Tommaso.
Dormiamo un po’ adesso, eh? La mamma ha bisogno di un sonnellino perché avere un bambino è molto stancante, sai? Ci vuole forza, coraggio, passione. Dormiamo assieme, dai. Ti piace dormire con la tua mamma?
Lui continua a sorridermi e a emettere piccoli, deliziosi versi.
Nella penombra confortante e protetta tengo il mio bambino stretto a me e mi sento al settimo cielo.
E di quelle sirene che ululano in lontananza da qualche minuto non me ne può fregare di meno.

Enza Li Gioi

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