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venerdì 6 maggio 2011

La visita. Racconto di Enza Li Gioi

Quando il Diavolo si presentò nella sua bella cucina recentemente arredata Scavolini – regalo che si era fatta con parte dei cinquantamila euro della defunta zia Nilde - Margherita non ne fu particolarmente sorpresa né impressionata. Probabilmente in qualche suo recondito anfratto se l’aspettava quella visitina prima o poi.
Infatti tentò invano di far sorgere in sé la paura o almeno di simularla ma l’unica sensazione che provò fu quel misto di ripugnanza e rassegnata liberazione che in genere si sperimenta davanti ai propri escrementi. In un modo o nell’altro, prima o poi, quella minestra bisogna rivederla. E’ la necessaria e vitale umiliazione quotidiana dell’uomo, alla quale nessuno può sottrarsi.
Più che altro per una questione di forma o forse… di rispetto, cercò di alzarsi e fuggire ma il fatto che fossero le dieci di una bella mattinata di aprile e che da fuori giungessero le voci e i rumori famigliari della strada, la tennero relativamente tranquilla sulla sedia fresca di fabbrica e ancora ricoperta di vinile, di fronte alla tazza di caffelatte d’orzo e al piattino di biscotti integrali.
Finse anche di chiedersi da dove fosse entrato, dato che la porta d’ingresso era sbarrata e non aveva ancora aperto le inferriate delle finestre e del balcone. Le avrebbe aperte di lì a poco per annaffiare le piante prima di andare a pagare alcune bollette all’ufficio postale e a fare il solito controllo periodico all’ospedale.
Ormai erano passati i cinque anni cautelativi dopo l’operazione e si sentiva abbastanza tranquilla ma, tutto sommato, quelle visite semestrali non le erano del tutto sgradite.
Vedere i medici, sentirsi rassicurata e protetta contro il male, era diventata una routine per lei. E si sa che le routine sono un po’ come la droga. Difficile liberarsene. Doveva quindi ammettere che in fondo le piaceva l’odore dell’ospedale, i lindi camici dei medici e delle infermiere, il ricordo di un letto in cui giacere come in un ruvido grembo materno, tra lenzuola rigide e perfettamente sterilizzate.
Niente rischi, solo sicurezze. E la certezza che, in caso di bisogno - anche di un piccolissimo bisogno - una spiccia ma simpatica ragazzona, fresca e inamidata, sarebbe accorsa con le sue scarpe silenziose lungo il corridoio lucidissimo e asettico e l’avrebbe rudemente coccolata, magari anche dandole del tu. Che c’è Margherita? Tutto bene Margherita? Facciamo i capricci oggi, Margherita? E così via.
Eh, lasciare l’ospedale, sebbene guariti, è sempre come uno strappo. E’ un ritornare all’indifferenza del mondo esterno, che vive i suoi giorni ottusamente, facendosi scivolare addosso come pioggia tiepida i drammi altrui e sentendosene immune. E’ un ritornare all’arroganza e all’egoismo dei sani, o presunti sani, o provvisoriamente sani, che ascoltano le tue disgrazie con distaccata comprensione, ma solo una volta o due al massimo.
Poi incominci a rompere.
E si vede benissimo quando incominciano a distogliere lo sguardo, a sbuffare impercettibilmente, a dimostrare una gran fretta di allontanarsi da te, di sottrarsi alle tue lamentele, di ritornare alle loro faccende.
All’ospedale invece è tutto un raccontarsi i propri sintomi, le proprie preoccupazioni, le proprie analisi sulle cause del male, i propri timori o le proprie speranze per il futuro, in un clima disteso, di attenzione e di comprensione umana.
Tra malati c’è la solidarietà e la compassione, merci rarissime al giorno d’oggi. Anche se a volte, a forza di descriversi a vicenda i propri mali e di sfidarsi a colpi di cartelle cliniche, tra loro una certa, comprensibile, competitività può instaurarsi. E’ umano. Bisogna ammettere che c’è sempre, anche là dentro, il primo della classe, il più malato, quello che vuol sempre vincere tutte le gare. Ma si sa che la perfezione assoluta non esiste da nessuna parte, figurarsi se esiste in quel luogo, dove il male la fa da padrone.
E poi… e poi c’è l’assistenza. Ah, l’assistenza! Che parola magica era quella per Margherita. Una parola musicale, bella da pronunciare con tutte quelle esse che scivolavano fuori dai denti in modo così ritmico.
Di cui una addirittura impura.
Come si sentiva bene Margherita davanti a quel bel medico gentile che le sorrideva sempre. Specialmente l’ultima volta, quando le aveva detto: “Va tutto bene, tutto molto bene, Margherita. Possiamo ringraziare il Signore.”
Possiamo, aveva detto. Aveva detto proprio possiamo. Era un problema anche suo dunque, e questo era davvero molto bello. Questo voleva dire onorare per davvero il Giuramento di Ippocrate, altroché chiacchiere!
Quel giorno, il giorno in cui il suo medico le aveva dato quella bella notizia, Margherita era uscita sotto la pioggia senza ombrello e s’era lasciata bagnare fino all’osso come per lavarsi via una volta per tutte ogni traccia della malattia. Anche se - perché non ammetterlo? – prendersi una piccola, curabilissima broncopolmonite, non le sarebbe dispiaciuto.
Per poter tornare là dentro almeno qualche giorno… una cosina breve, giusto una piccola appendice a quella lunga degenza ormai lontana. Una specie di commiato, insomma, tanto per levarsi di torno quella strana nostalgia una volta per sempre.
Un po’ come quando – e il paragone le sembrò azzeccato - era ritornata per due giorni ad Alassio nello stesso albergo dove andava da adolescente con i suoi genitori. Anche in quel caso vi era stata ricondotta dalla nostalgia di un tempo in cui si era sentita protetta e assistita.
Ma quei due giorni erano bastati a dissipare ogni rimpianto e a darle una decisiva spinta verso una maggiore maturità.
Era con lei Mario, l’uomo che aveva sposato qualche giorno prima e con cui stava andando in viaggio di nozze in Spagna.
L’hotel le era parso decaduto, le stanze anguste e ancora arredate con mobili degli anni Sessanta, i tappeti logori. La terrazza sul mare, che ricordava enorme, s’era come rimpicciolita e mostrava crepe nel pavimento di piastrelle smaltate che erano state lucide, verdi e cangianti a gareggiare - le pareva allora e ci aveva scritto anche una brutta poesia - con il colore del mare. Anche la spiaggia s’era ristretta a una striscia di sabbia nerastra dove prendevano il sole donne anziane in pudichi pareo e invalidi sulle sedie a rotelle.
In quell’albergo Mario rivelò fin dalla prima sera l’orrendo carattere e la crudeltà mentale che avevano portato allo sfascio il loro matrimonio. Dopo una cena mediocre e qualche bicchiere di troppo era uscito dal bagno con un piccolo scarafaggio nero tra il pollice e l’indice e, benché non ignorasse il suo orrore per gli insetti, glielo gettò addosso dicendo: “Bell’albergo quello della sua infanzia, contessa. I miei complimenti.”
Quella sera gli girava male, d’accordo, e in seguito cercò anche di rimediare, ma fu difficile continuare il viaggio accanto a quell’estraneo. Fu però inaspettatamente facile decidere che in quell’albergo non ci sarebbe ritornata mai più. Chiuso.
E’ così che ci si libera a volte di inutili e perniciose nostalgie.
Poi il matrimonio andò come andò. Non aveva senso indugiare ancora su quel periodo breve e infelice.
Non ne aveva mai sofferto troppo di quella rottura. Anzi, ciò che a volte la turbava era l’estrema indifferenza con cui la sua anima aveva accolto quel fallimento. La solitudine era assai meglio di quel rapporto che non le garantiva alcuna sicurezza ma che anzi la esponeva a rischi e paure. Chi era quel Mario, in fondo? Uno che voleva soltanto una specie di madre-fantesca, sempre lì a consolarlo, a nutrirlo, a soddisfarlo persino sessualmente. Via, via, per carità! E per fortuna che non c’erano figli a ricordarglielo.
I suoi ultimi quindici anni di vita, se non fosse stato per quella brutta faccenda del seno, ora guarita grazie alla sua fede in Dio e in una schiera di santi - ma, soprattutto alla bravura del suo medico - erano stati se non felici almeno sereni per lei.
Casa, lavoro, qualche amica con cui far due chiacchiere, la chiesa, i gruppi di preghiera, il volontariato, le belle gite in pullman organizzate dalla parrocchia, assieme a persone come lei, oneste, pulite, semplici.
Non certo come quella specie di… quel… quell’essere, insomma, che era venuto ad abitare al terzo piano, proprio sopra di lei, da qualche mese. Un… un transessuale, lo chiamavano, figurarsi. Una specie di camionista coi capelli lunghi e tinti di un rosso assurdo, con un seno enorme e una voce tutta contraffatta. Un vero orrore. Un affronto alla perfezione della natura. E tutti quei disgustosi individui che andavano a trovarlo, poi! Non parliamo di quello! Uno scandalo. E aveva anche un… un compagno, così lo chiamava quello sfrontato. Un tizio che… - beh, bello era bello, non si poteva dire di no… - e anche piuttosto virile a dire il vero ma… aveva ragione il signor Lubrano, a non volerceli lì. E aveva fatto benissimo a promuovere quella petizione per cacciarli via.
I condomini avevano aderito tutti in blocco. Ma per forza! Lubrano aveva due bambini sui nove, dieci anni e quel palazzone pullulava di mocc… di bambini innocenti. Come faceva un povero genitore a spiegare loro quella roba là? Non che quei ragazzini fossero dei simpaticoni, perché erano degli insopportabili saputelli muniti di computer e cellulare fin dalla più tenera età ma anche loro avevano il diritto di vivere la loro infanzia in modo sereno e non traumatico e di crescere tra gente normale e rassicurante. Quella… quella cosa per un bambino doveva essere un’autentica mostruosità. Anche se a onor del vero la televisione ormai non risparmiava più niente a nessuno e i ragazzini potevano trascorrere ore a spaziare nella Rete e fare le scoperte più inusitate.
Comunque aver firmato quella petizione era una cosa giusta e sacrosanta e la faceva sentire tranquilla e certa che il fastidioso problema sarebbe stato rimosso dalla buona volontà e dalla determinazione delle persone perbene che abitavano in quel condominio.
Dove sarebbero andati quei due non era affar suo. Niente sensi di colpa con tipi come quelli! Avrebbero trovato sicuramente un altro posto dove andare a esercitare le loro perversioni. Se li prendessero in casa quei ceffi che li andavano a trovare, per esempio. Sai che risate, con la famigliola e tutto?
E adesso che voleva il Diavolo da lei? Perché non le passò neppure un attimo per la mente che il personaggio seduto di fronte a lei nella sua cucina potesse essere qualcun altro.
Infatti, benché si presentasse con sembianze dissimili da ogni rappresentazione classica del Maligno, lo riconobbe subito.
Bella cucina, complimenti”, disse il Diavolo con un’aria salottiera .
Aveva la voce di un ragazzo sui tredici o quattordici anni, quando l’infanzia tenta di resistere agli attacchi dell’incombente virilità facendo passare attraverso la gola toni striduli e sgraziati che fanno accapponare la pelle. Per qualche verso le ricordò anche la voce di quell’orrido transessuale.
Margherita non rispose, non per maleducazione ma perché non sapeva come comportarsi essendo quella la prima volta che il Diavolo in persona le compariva davanti. Sarebbe stato davvero surreale rispondergli come se niente fosse: “Le piace? E’ una Scavolini, sa?”
Così tossicchiò un po’ a disagio ma neppure troppo. Il Diavolo aveva ora adocchiato la sua colazione e una smorfietta di disgusto gli si disegnò sul viso bruttarello. “Salutista, eh?” disse.
Anche questa volta Margherita non seppe cosa rispondergli e si limitò ad agitarsi sul vinile della sedia che produsse un suono imbarazzante. Il Diavolo incominciò a ridere prima piano e poi sempre più sgangheratamente come un bambinaccio maleducato che avesse sorpreso la maestra seduta sulla tazza del cesso. Rideva e rideva battendosi la pancia con una mano e indicandola con l’indice dell’altra come se ci fosse là dentro un pubblico incerto e disorientato circa la natura e la provenienza di quel rumore. A quel punto Margherita, risentita, si decise a dire qualcosa. Eh, quando ci vuole ci vuole! E disse: “Non faccia il maleducato! Sa benissimo che non sono stata io. Voglio dire… non ho fatto quella cosa… quello che crede lei. E’ questa copertura di vinile. Guardi se non mi crede.” E alzò il sedere di lato producendo nuovamente lo stesso suono.
Le risate del Diavolo rallentarono con degli stridii simili alle sgommate di un’auto guidata da un pirata della strada. Aveva le lacrime agli occhi. Se li sfregò con entrambe le mani tozze e glabre, munite di sei dita ciascuna e dalle unghie curatissime.
Ma non era peloso il Diavolo? E non aveva unghie simili ad artigli, arcuate e nere?
Certo che se ne dicevano di cose imprecise su di lui.
Dopo tutte quelle risate il Diavolo sembrò d’un tratto diventare triste.
Margherita, imbronciata, non sapeva di nuovo cosa dire né dove volgere lo sguardo. Alla fine decise che la cosa più naturale da fare fosse semplicemente guardare il suo ospite.
Naturalmente aveva già notato che era completamente nudo ma non si era certo soffermata sui dettagli. La irritava un po’ che si fosse seduto in quelle condizioni sulla sua sedia immacolata ma il vinile ancora intatto la tranquillizzò molto. Abbassò lo sguardo sulle gambe accavallate del Diavolo e, en passant, notò con stupore che aveva un sesso femminile situato nel punto giusto e uno maschile posto un po’ più sopra, circa all’altezza dell’ombelico. Che peraltro non aveva.
Era senza ombelico, che stranezza. Anche se a quel punto nulla poteva più veramente stupirla.
Tsk, tsk, tsk”, fece il Diavolo aspirando aria tra lingua e palato in segno di bonaria disapprovazione, vedendo lo sguardo di Margherita indugiare per una frazione di secondo sulle sue insolite pudenda. E così facendo arrotolò con una grazia vagamente repellente la lunga coda da topo attorno alle gambe snelle e ben depilate che terminavano in due piedi grassottelli e infantili. Muniti anch’essi, come le mani, di sei dita ciascuno.
Lo sguardo di Margherita risalì di colpo e superò sdegnoso i piccoli seni discretamente torniti per andare a piantarsi in due occhi ironici, scuri e profondi. Profondi, liquidi e neri. Neri come laghetti di catrame con al centro una specie di risucchio, come se ci fosse, in fondo a ciascuno di essi, una macchinetta che produceva il vuoto.
Margherita si sentì sull’orlo di un abisso e istintivamente si aggrappò al bordo del tavolo. Come per aiutarla a sottrarsi a quella forza di risucchio irresistibile il Diavolo incominciò a fare delle smorfie velocissime, facendo vibrare dei sottili baffetti neri e ben curati.
Se quello era un tentativo di spaventarla ce ne voleva! In realtà il risultato di tutta quella mimica era soltanto buffo e infatti le scappò da ridere, cosa che tentò di mascherare portandosi educatamente una mano alla bocca e fingendo di tossire. Per un diavolo dev’essere deprimente far ridere la gente, questo Margherita lo capiva.
Non ti preoccupare Margherita – disse il suo ospite – Ridi pure. Lo faccio apposta, sai? Tu non ridi mai. Sfogati tranquillamente, se ti va. Come vuoi che faccia? – chiese sollecito – Così?” E fece una smorfia davvero sorprendente e irresistibile che creò uno spazio di almeno dieci centimetri tra un baffetto e l’altro spostando le orecchie fin quasi dietro la testa.
Margherita rise timidamente. Il Diavolo, incoraggiato da quel piccolo successo, lo ripeté e questa volta fece anche saettare tra le labbra una lingua biforcuta un po’ inquietante ma sorprendentemente rosea e sana. Poi annodò tra di loro le due biforcazioni formando una specie di corta treccina. Roba da circo equestre, davvero. I bambini si sarebbero divertiti un mondo con un tipo del genere.
Margherita stessa, pur tentando di mantenere una certa compostezza, non poteva non ammettere che era davvero uno spettacolo di altissimo godimento. E non era finita, perché adesso il Diavolo incominciò a parlare in tedesco e a imitare Adolf Hitler in un modo talmente magistrale da far impallidire Charlie Chaplin. Si alzò, tese la mano in avanti nel saluto nazista, fece il passo dell’oca, fece di tutto urlando come un ossesso e infastidendosi contemporaneamente i baffetti con la punta della lunga coda da topo. L’effetto comico era irresistibile. Alla fine si girò mostrando un piccolo sedere rossastro, fece un rigido saluto militare e concluse la performance con una perfetta mossa da sciantosa napoletana e con un peto breve e impertinente ma senza alcun dubbio autentico, perché quasi subito un odore di zolfo misto a pachouli si diffuse nella cucina. Una mistura davvero peculiare.
Margherita tentò di frenarsi il più possibile ma dopo un po’ non poté più resistere e attaccò a ridere come non faceva più dall’infanzia e come forse non aveva mai fatto neppure allora. Rise e rise incurante di ogni inibizione, battendosi i palmi sulle ginocchia come una di quelle femminacce da osteria tanto invise ai suoi genitori, arrivando persino a liberare per lo sforzo, nelle immacolate mutande di cotone, alcune gocce di urina.
Poi, di colpo, il Diavolo si zittì, raccolse la coda a spirale attorno a una gamba e con aria di nuovo malinconica si riaccomodò sulla sedia ricoperta di vinile che recava ancora l’impronta dei suoi piccoli glutei imperlata da un sudorino sulfureo.
Margherita continuava a produrre risatine sciocche ma ormai non c’era più niente da ridere perché quel povero Diavolo era diventato talmente triste che quasi le fece pena.
Non voleva chiedergli perché fosse passato da tanta euforia a una così tetra malinconia – meglio non dargli tanta confidenza – ma la cosa la incuriosiva parecchio.
Stettero per un certo tempo a guardarsi così, quasi imbarazzati, come due estranei che si fossero abbandonati a delle sfrenatezze sessuali dentro a un portone. Poi il Diavolo disse con voce accorata: “Perché mi combatti tanto, Margherita? Ti sembro così antipatico? Ce l’hai forse con me?”
Cosa rispondergli, poveretto? “Ma no, io…” Margherita non sapeva proprio cosa dirgli perché un conto è il concetto di diavolo e un altro è il Diavolo in carne e ossa che viene a trovarti alle dieci di mattina nella tua cucina e ti fa quasi morire dal ridere.
No! Nononò! Non dire niente senza prima riflettere!” La interruppe lui con un gesto aggraziato e al contempo autoritario che sembrò a Margherita la quintessenza della femminilità. “In realtà tu mi odi. Tutti mi odiano e mi sfuggono, questa è la triste verità. - Disse sconsolato scuotendo la testa e quasi piangendo. Che commediante! “Eppure – continuò – come hai potuto vedere, non sono antipatico e… e mi sento tanto solo. Ma si può? – urlò all’improvviso facendo sobbalzare Margherita: - Ma si può isolare a questo modo un poveraccio che non chiede altro se non di essere riconosciuto come l’unico generatore di divertimento e allegria del mondo? Eh? Qualcuno ti ha forse fatto ridere quanto ti ho fatto ridere io? Avanti, dillo! No, non ce n’è bisogno, te lo dico io! E invece di ringraziarmi la gente mi detesta, mi scaccia, mi isola, finge che io addirittura non esista… ingrati! Ingrati e… e cattivi, ecco!” Il Diavolo mise su un broncio infantile davvero toccante.
Ma no, via…”, tentò Margherita ma il gesto elegante della mano di nuovo la zittì.
Io faccio tutto per piacere alla gente, sai? Mi curo le unghie, mi depilo, cerco di coprire l’odore di zolfo che non è gradito a tutti con il pachouli, mi regoli i baffetti, tengo quasi sempre la coda arrotolata attorno a una gamba perché so che da fastidio. Specialmente alle donne. Mi tengo informato, sai? So benissimo che non è più tempo di andare in giro con l’aspetto tradizionale del Demonio. Il trasformismo è tutto, oggi. Bisogna avere un certo appeal, questo l’ho imparato ma… nonostante tutti i miei sforzi, niente. Mi attaccano tutti. Anzi, magari mi attaccassero, questo sarebbe onorevole. Fingono di ignorare la mia esistenza, il che è la cosa più umiliante che esista. Eppure se sapessero…” Il Diavolo si morse il labbro inferiore come per impedirsi di dire troppo. Margherita non voleva dargli molto spago ma ugualmente chiese: “Se sapessero cosa?”
Eh, se si rendessero conto…”
Ma… di cosa?”
Se vi rendeste conto, anzi.”
La prego, mi dica di che cosa. Lei mi ha veramente incuriosito adesso.”
Il Diavolo ci mise parecchio a rispondere. L’espressione del suo viso avrebbe anche potuto commuovere una persona meno forte di Margherita. Meno corazzata dalla fede.
Niente è più triste di un diavolo triste si rese conto Margherita. Un diavolo triste è la fine. Solo la Santità e la Virtù hanno il diritto di essere tristi. La tristezza è territorio esclusivo della Santità e della Virtù. O no?
E’ noto che i grandi iniziati non ridevano mai. Bah, a quel punto Margherita non ci capiva più nulla.
Lei comunque, che era sempre stata orientata verso la Virtù - ed eventualmente verso la Santità – s’era vista accompagnare dalla tristezza per tutta la vita come da una solerte guida turistica.
Ti confondi con la serenità Margherita. – Disse il Diavolo leggendole il pensiero. I santi non ridono e non piangono mai. Sono sereni, capisci? Noiosi ma sereni. Loro lo sanno che io esisto e semplicemente mi accettano se-re-na-men-te. E questo è già qualcosa per me. Ma quelli come te Margherita… quelli come te… che fanno sempre finta che io non esista dentro di loro, che pur di non guardarmi mai in faccia si fanno venire le peggiori malattie… quelli sì che sono tristi. Accettami Margherita e non avrai più bisogno di rimpiangere l’ospedale e le mani sicure di medici e infermiere. Tanto, se tu mi ignori io esisto lo stesso, sai? Sbuco fuori comunque. Perché ciò che esiste sbuca sempre fuori e io posso farlo in tanti modi… sotto forma di foruncoli, eritemi, allergie, asme, ulcere, stitichezze, attacchi di panico, depressione, emorroidi, glicemia alta o bassa a seconda di come mi gira… cancro.”
La parola finale, quasi sussurrata dal Diavolo fece sobbalzare Margherita: “Cancro? Vuol dire che lei…?”
Eh sì Margherita - assentì il Diavolo gravemente, come un giudice che disapprovi la durezza di una legge ma sia costretto ad applicarla suo malgrado. – Il Male è il Male. E’ sempre uno, non lo sapevi? Ed è mio come ben sai. Ma non è colpa mia, eh?Se tu e la gente come te continuate a far finta che io non esista dentro di voi, io ve lo devo ricordare in qualche modo. E non posso mica ricordarvelo facendovi star bene, no? Mi fate venire un nervoso, guarda! Siete così testardi! Non capite mai il messaggio e mi costringete sempre a tornarci sopra. A ripetervi la lezione, capisci? Sono venuto da te per questo Margherita, perché se continui a non capire il significato di quello che ti è successo, sarò costretto a…”
Che cosa? Mi minaccia adesso? Come osa lei, in casa mia…?”
Adesso quel Diavolo esagerava proprio! A chi le voleva raccontare quelle fesserie comunque? A lei? Che pregava Dio dalla mattina alle sera? Se ne faceva un baffo, lei, delle sue minacce senza fondamento. Andasse a raccontarle al suo medico quelle assurdità.
L’avrebbe proprio voluta vedere la scena: un diavoletto di serie C seduto di fronte a quell’uomo di scienza a dire assurdità mentre l’occhio clinico del medico già trovava le soluzioni chirurgiche più idonee a sistemare quelle strane faccende del doppio sesso, della coda di topo e delle ventiquattro dita. E nel contempo cercava sulla sua agenda il numero di telefono di un buon psicoterapeuta.
Le scappò da ridere all’idea. Anche il Diavolo sogghignò come se avesse trovato lui stesso la cosa piuttosto divertente. La doveva piantare di leggerle nel pensiero. Era un atteggiamento molto indiscreto da parte sua.
Tu preghi sempre Dio quando stai male, Margherita. E Padre Pio e i santi. Non ti rivolgi mai a me. Eppure in fondo lo sai che sono io il giusto interlocutore. E sai anche che non è finita. Ecco perché provi quella strana nostalgia dell’ospedale. Altro che assistenza e tutte quelle fregnacce che ti racconti. Non esiste l’assistenza perché nessuno vi può difendere da me. Basterebbe così poco Margherita. Basterebbe che tu mi accettassi come parte di te. Se io sto bene stai bene anche tu. Fammi contento. Guarda cosa mi avete fatto: sono costretto a fare il pagliaccio per farmi prendere in considerazione. Hai visto come ti ho fatto ridere? Da quanto tempo non ridevi così?”
Beh, in effetti…”
Ti sei divertita, eh?” Le chiese il Diavolo con una faccia speranzosa come quella di un comico insicuro del proprio repertorio.
Sì, molto ma… ma non è vero che tutti la ignorano. Si parla molto di lei invece. E… e se vogliamo guardare in faccia la realtà è solo il male che trionfa nel mondo. Dovrebbe ritenersi soddisfatto e godersi i suoi risultati invece di venire a minacciare una donna onesta.”
Oh Margherita! Ancora non capisci, testona! E’ vero che il male ha un certo successo, cosa credi, che non lo sappia? E’ lavoro mio quello, e lo so io l’impegno che mi costa. Ma quello che mi fa venire i nervi è l’ipocrisia della gente. La tua ipocrisia, Margherita.”
La mia… ipocrisia? Oh, senta, la smetta di offendere, sa? Io non sono un’ipocrita!”
Lo sei, lo sei mia cara, carissima amica. Però di questo parleremo dopo. Ma non vedi come si comporta la gente? Il male lo fanno, sì, però subito lo travestono da quello schifo di bene. Io suggerisco loro di fare una guerra e quelli subito si inventano uno scopo umanitario. Uccidono la gente – e questo naturalmente mi piace assai – ma si convincono di farlo nel nome della Legge e quindi a fin di bene. Rubano ai poveri per dare ai ricchi – e questo è perfetto - ma poi fingono di devolvere il maltolto a scopi sociali o benefici. Ehi, io mi sono stufato, eh? Tutto questo bene!
Tutto il male che riesco a far fare alla gente esce sempre fuori travestito da azione necessaria per il bene dell’umanità. Io voglio ripristinare la mia ufficialità. Mi spetta!
Voglio semplicemente che mi vengano attribuiti i miei misfatti. Ho torto, forse? A te piacerebbe lavorare come una schiava e poi vedere tutto il merito attribuito a una tua sdolcinata collega?
Ma io che c’entro? – Piagnucolò Margherita – Non sono nessuno io…”
Oh, sì, tu sei qualcuno, Margherita. Tu sei qualcuno per me.
Beh, detto così non era male. Quasi quasi scaldava un po’ il cuore.
Tu mi rendi molto infelice. – Continuò il Diavolo – La gente come te è quella che mi rende più infelice. La gente comune che da sempre sottovaluta e disprezza, o addirittura ignora, il dono che le ho fatto.”
Che dono? Lei non mi ha fatto proprio nessun dono.”
Ah no? Solo perché non lo usi? Pensare, Margherita. Io ti ho dato il dono di pensare. Guarda il tuo gatto.”
Oh Dio, che c’entrava il gatto adesso? Quel Diavolo passava di palo in frasca. Era difficilissimo seguirlo.
Beh? Che c’entra il mio gatto, scusi?”
Si sta lavando.” Disse il Diavolo assorto come se avesse fatto chissà che scoperta.
E allora?”
Ti sembra bello e decoroso che si lavi il… pardon - pisello – a quel modo, leccandosi davanti a noi due?”
Ma che…? Oh, insomma! E’ solo un gatto.”
Esatto mia cara. E’ solo un gatto. Non pensa, capisci? E quindi non si vergogna. Ma se volessi… se proprio lo volessi …”
Cosa?” Non le piaceva quel tipo quando faceva quel sorrisetto.
Beh… se proprio lo volessi… e forse lo voglio… hi hi hi… potrei insinuare anche in lui la malizia. Potrei togliergli l’innocenza. Potrei… farlo andare a lavarsi in bagno con la porta chiusa. Potrei… fargli indossare delle mutande. Potrei fargli sorgere la vergogna e… e addirittura la morale. - Nel pronunciare questa parola il Diavolo fece un grande gesto teatrale con le mani - E poi potrei… potrei fargli venire voglia di infrangerla e di trasgredire. E potrei anche… - un’espressione birichina e infantile si dipinse sul suo volto, repentina come tutti i suoi cambiamenti di umore – Potrei…Hahahahaha! Potrei… hahahahaha! Questa sì che sarebbe fantastica!”
La smetta di ridere a quel modo per piacere! Non mi fa capire niente! Cosa potrebbe?”
Il Diavolo si asciugò gli occhi lacrimosi e tirò su alcune volte col naso pieno di muco:
Potrei… fargli indossare un impermeabile alla Humphrey Bogart… ha ha ha… e… andare a mostrare il pisello a quei graziosi cuccioletti sul terrazzo di sotto e alla loro avvenente mammina tutta zinne e leccatine. I casti gattini della Santa Famiglia Lubrano.”
Margherita ci mise un po’ a capire. “Oh ma… ma è scandaloso! Non … non farebbe mai una cosa simile, vero? Non lo farebbe, eh?”
Dammi del tu Margherita – disse il Diavolo dolcemente - Sì che lo farei. Se solo tu lo volessi. Per caso lo vuoi?”
No! No, per piacere no! I gattini no!”
Però ammetti che sarebbe uno spasso?”
Proprio per niente! La smetta subito!”
La verità, Margherita! Me lo devi questo. La verità è mia.” Il Diavolo era adesso di nuovo serissimo e neppure la sua bizzarra nudità poteva togliere niente all’autorità portentosa che si sprigionava dalla sua persona. “La verità, Margherita! Sarebbe uno spasso o no?”
Uffa! Sì! Sì, si, si! Sarebbe divertente. Divertentissimo. Ma… solo per i gattini di Lubrano, non per tutti i gatti. Per piacere! Non per tutti i gatti. E adesso basta. Mi dica che cosa vuole da me e facciamola finita, le ho dedicato abbastanza tempo. In fondo lei è il Diavolo, cosa diav… insomma che cavolo ci fa qui? Lei è il responsabile di tutti i mali del mondo, di tutte le nostre disgrazie, per sua stessa ammissione. E’ il Tentatore. Ci ha fatto perdere il Paradiso e io non dovrei nemmeno parlarle. Lo faccio solo perché sono una persona educata.”
Ma piantala anche tu con questa storia della tentazione, Margherita! Lo sai benissimo che eravate già programmati per cedere. Non mi è costato nessuna fatica e non ne ho tratto alcuna soddisfazione. Tutto è filato liscio come l’olio. E per questa stronzata sono stato punito anche troppo duramente. Guarda solo come sono brutto… ti sembra giusto?”
Beh, adesso non esageri, non…”
Margherita, l’ipocrisia!”
Beh, sì. Effettivamente non è molto attraente e… devo dire che puzza parecchio. Anzi… potrei aprire ancora un po’ la finestra?”
Oh, così mi piaci, cara. Niente balle. Tra i peccatori quelli che mi sono più antipatici sono i bugiardi e gli ipocriti. Scherzavo sui gatti, sai? Non ho questo potere, purtroppo. A volte mi piace pavoneggiarmi un poco. Sono vanitoso, del resto, questo si sa.” Il Diavolo assunse un’aria pensosa, poi guardò Magherita con un’espressione nuova negli occhi nerissimi: “Guarda i miei organi sessuali, adesso.” Disse.
Ma non ci penso proprio! La smetta!”
Ma se non riesci a pensare ad altro da quando mi hai visto. I tuoi occhi si posano dappertutto tranne che qui.” Disse circondando con un gesto della mano i suoi attributi.
Non è vero! Li ho visti, certo, non sono mica cieca! Ma questo non significa che li devo guardare con un interesse morboso, no?”
Morboso no ma… ehm… scientifico sì. Guardali, su, e capirai molte cose di me… e anche di te. Forza!”
Margherita li guardò. Se non l’avesse fatto chissà quanto l’avrebbe fatta lunga quel rompiscatole. “Li sto guardando – disse con le guance lievemente imporporate - E allora?”
E… non ti dicono niente?”
No, cosa mi dovrebbero dire?”
Lo vedi come sono disposti? – Disse giocherellando con il pene come avrebbe fatto con un sonaglino per neonati. – Sono separati. Ho tutti e due gli organi sessuali umani e mi potrei divertire un casino in piena autonomia e invece…”
E invece?”
E invece a causa di questa separazione, di questo scherzo che mi siete costati, sono costretto a desiderarmi disperatamente senza potermi mai congiungere con me stesso. Capisci a cosa mi avete condannato con tutta quella manfrina della tentazione? Falsi e ipocriti che non siete altro!”
Questa storia non l’ho mai sentita. Se l’è inventata adesso. Comunque volendo potrebbe…”
Ssssssiiiiiiiì?”
Niente.”
Ah, senti senti la santa Margherita! Cosa volevi suggerirmi, eh?”
Ho detto niente!”
Vuoi che te lo dica io che cosa volevi suggerirmi, Margheritina?
Io non volevo suggerirle proprio un bel niente. La smetta e se ne vada.”
Credi che basti avere un cazzo o una fica per…”
Non dica queste parolacce in casa mia, ha capito?”
Oh, le parolacce!Non vuol sentire le parolacce, lei! Le ignora le parolacce, lei! Eppure esistono, sai? Quante cose che esistono fingi di ignorare, bellina, eh?”
Mi ha stufato! Vada via!”
Non ho ancora finito con te, mia cara.” Disse il Diavolo sorridendo enigmaticamente alle sei unghie della mano sinistra. Poi, di colpo, facendosi serissimo e quasi minaccioso disse: “Dì cazzo!”
Cosa? Ma è matto? Fuori!”
Ha ha ha! Mi diverti troppo Margherita! Dì cazzo, avanti, dillo!”
No, mai!”
Ricordati Margherita che ti resta ancora un seno e tanti begli organi sani che potrebbero d’un tratto incominciare a generare un esercito di piccole cellule anarchiche, senza patria e senza bandiera. Sono io che dirigo quell’esercito, sai? Ti conviene dire cazzo, Margherita, credimi. Sarà un piccolo passo avanti, per te. Piccolissimo. Ma si procede sempre molto lentamente in questo genere di cose. Forza!”
Come osa? Mi minaccia, adesso? Mi ricatta? Non si vergogna?”
Io? Ha ha ha! Questa è buona! A modo tuo possiedi dell’umorismo, sai? E dì cazzo porca Eva! Starai meglio dopo!”
Cazzo! Ecco! Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo e cazzo! Ecco fatto. Contento? E ora per piacere, mi ha umiliata abbastanza. Se ne vada!” Margherita era sull’orlo delle lacrime.
Hm, bravina, non c’è male. E adesso…”
No, basta, la prego! Vada via! Mi lasci sola!”
Sola, Margherita? Rifletti prima di parlare, no? Se me ne andassi non farei che rientrare dentro di te. E quando sono là dentro, sono molto più pericoloso. Su da brava, dì fica.
Basta, basta e basta! Vai via maledetto!” Margherita scoppiò a piangere senza ritegno. Si abbandonò con la testa sul tavolo scossa dai singhiozzi. Le narici le si riempirono di muco e incominciò a smoccolare sulla tovaglietta di lino.
Tieni - le disse dolcemente il Diavolo tendendole una salvietta di carta che aveva preso dal cassetto del tavolo. Come faceva a sapere che stavano là? Si chiese vagamente Margherita. – E grazie per aver rinunciato a quella noiosa forma di riguardo. Meglio darsi del tu, non credi? Soffiati il naso e asciugati le lacrime, dai!”
Margherita obbedì più che altro per liberarsi il naso ma ricominciò subito a piangere disperatamente mentre il suo ospite le accarezzava i capelli producendo un rumore come di scariche elettriche. “Un piccolo sforzo, su, non è difficile. Ripeti con me, fi…?”
No, no, per piacere, no!”
Fiiiii…?”
Oh Dio! Dio, aiutami tu!”
Lascia stare Dio Margherita! Ha altro da fare, Lui. Io curo il mio settore e Lui il suo. Dì fica e facciamola finita con questo strazio! Elasticizzati, puttana Eva!”
Margherita si accasciò di nuovo con la testa sul tavolo e tra i singhiozzi biascicò: “Fica.”
Non ho sentito molto bene, come hai detto?”
Ho detto fica. Fica, fica, fica ficaficafica! E adesso basta per piacere. Per piacere, vada via di qui. Cosa devo fare? Vuole che mi inginocchi? Lo faccio se vuole.”
Il Diavolo sorrise e parve rilassarsi. Si appoggiò allo schienale della sedia mentre una nuova espressione si dipingeva sul suo viso. Cosa aveva in mente adesso? Le due biforcazioni della lingua rosea giocarono con gli angoli della bocca. Gli occhi parvero velluto nero. La coda fremette. L’odore di zolfo e di pachouli si intensificò. Scavallò le gambe e le riaccavallò al contrario. “Sssssiii – sibilò – Sì, sì, sì, non sarebbe una cattiva idea.”
Co… cosa?”
Se ti inginocchiassi davanti a me.”
Do… dopo se ne andrebbe?” Chiese speranzosa Margherita tirando su col naso.”
Sei bella, Margherita. Ma non te lo fai più dire da nessuno, vero?” Le accarezzò una mano con le tozze dita e Margherita quasi cadde dalla sedia per ritrarsi.
Tranquilla, cara. Non aver paura di me. Siamo amici. Sei bella, dicevamo, ma nessuno te lo dice più da tanto.”
Non è vero! Me lo dicono invece!”
Ah! Vanitosa, eh? Lo vedi che hai della stoffa? E… chi te lo dice, carina? Il parroco? O forse… il vedovo Cencetti che prega con te in chiesa e nel frattempo ha messo gli occhi sul tuo piccolo capitale? Quel sant’uomo conosce a menadito l’ammontare dei tuoi risparmi, vero? Perché si da il caso che faccia il cassiere nella tua banca. Questo lo sai, no? E… e quante volte, così, come per caso, ha accennato al valore attuale di questo tuo bell’appartamento?”
Non è vero! Non è per questo che me lo dice! Lui…”
Può darsi, può darsi. Ma tanto a te non piace. A te non piace nessuno veramente, non è così Margherita? Eh? Ti piace qualcuno?”
Adesso basta, la prego. Mi inginocchio, vuole? Poi però se ne va… eh?”
Okay, inginocchiati e fammi un pompino.” Il Diavolo scivolò un po’ in avanti sulla sedia sporgendo il bacino.
Cosa? Come… come osa lei… in casa mia…”
Ridammi del tu, Margherita. Dai su, non farti pregare. Fammi un pompino. Mi aiuterebbe molto.”
Io non voglio aiutare proprio nessuno!”
Oh, lo so bene questo. So che sei una piccola carogna travestita da beghina ed è proprio per questo che ti voglio aiutare. Però ora tu fai una piccola eccezione, abbandoni per un attimo il tuo naturale, delizioso egoismo, e aiuti me. Fammi un pompino, cosa ti costa?”
Basta, la prego! Basta! Vada via! Vada… via di qui.”
Scherzavo, sù! Non hai poi un gran senso dell’umorismo tutto sommato. – Disse il Diavolo scuotendo la testa. Poi riprese amaramente: - Cosa vuoi che faccia un pompino a uno come me! Cosa vuoi che mi cambi? Però… potresti almeno dirlo, dire quella parolina, insomma. Rispondere a modo. Con un diniego, okay, ma come si deve: ‘No, grazie, non intendo farle un pompino’. Così, in un modo civile.”
No, mi rifiuto!” A quel punto Margherita fu sopraffatta dall’ira: “Se non se ne va subito di qui, m… me ne vado io, ecco! Anzi, guardi, esco subito. Resti pure qui, se le va, non me ne frega un cazzo! Resti qui a farsi i pompini da solo se crede, si faccia anche delle seghe, infili quel ridicolo uccello nel buco della serratura, si inculi con il manico della scopa. Bastardo, frocio, stronzo rotto inculo e… oh! Dio, ma… ma cosa mi fa dire brutto…”
Brutto…? Ha ha ha! Facciamo progressi, Margherita! Facciamo proprio dei bei progressini, brava! Francamente non pensavo che ci sarebbe voluta una sola seduta con te. Ah, mia cara, cosa vuoi che sia un pompino in confronto alla gioia di sentire quanto presto il tuo stitico e compito vocabolario si è arricchito di nuove e più colorite espressioni. Queste sono le soddisfazioni di un povero Diavolo. Hai visto com’è facile? Ti ho forse chiesto qualcosa di difficile, io? Io sono l’emblema di tutto ciò che è facile. Su, torna qui. Vieni a sederti ancora con me.”
Ma cosa vuole da me? Mi dica soltanto cosa vuole!”
Adesso te lo dico, Margherita. Su da brava. Vieni a sederti qui.”
D… devo andare… devo andare dal medico, io…”
Hai guardato l’ora, Margherita?”
L’ora? Oh… O Dio mio, sono le sei di sera! E adesso, come faccio per il controllo?”
Il controllo! Il controllo del tuo bel medico… che ti da degli appuntamenti regolari, ti costringe a essere puntuale, ti insinua il dubbio di non essere mai del tutto guarita, di avere sempre bisogno di lui… no?”
Non è vero! Lui mi ha guarita! E ne è felice.”
E’ diventato il padrone della tua vita, stupida donna! – Le urlò - E tu… forse ne sei anche un po’ innamorata, vero?”
Non dica cavolate! Come avrei fatto senza di lui?”
Molto Margherita. Avresti potuto fare molto senza di lui. Ma questo lo capirai piano piano. Adesso mandalo a cagare, va bene? E con lui tutti quelli che ti dirò di mandare a cagare in seguito. Dedicati a questo invece di firmare petizioni per sfrattare i transessuali.”
Ah! Ecco perché è qui! Ecco dove voleva andare a parare! Avrei dovuto immaginarlo!”
Ma per qualche ragione la rabbia di Margherita si era come sopita. Era esausta e non aveva più tanta voglia di combattere contro quell’ospite inatteso.
Già. – Disse il Diavolo con una voce stanca. – Ecco dove volevo andare a parare. E adesso ascolta Margherita… Ascoltami attentamente.”
Quel mattino Margherita dormì fino alle undici. Mai successo in vita sua. Sul momento si sentì quasi spaventata da quel fatto così insolito ma l’inusuale benessere che tutto il suo corpo le trasmetteva la tranquillizzò. Aveva dormito per dodici ore e si sentiva tutta languida e sensuale. Durante quel sonno aveva fatto strani sogni di cui ora sentiva solo il retrogusto senza ricordare niente. Dovevano essere stati sogni importanti e le dispiaceva di non poterne afferrare almeno qualche inconsistente lembo come le accadeva a volte al risveglio dei suoi brevi e agitati sonni.
Si stiracchiò a lungo nelle lenzuola che sapevano di candeggina e avevano la famigliare ruvidezza di tutto il corredo che era appartenuto a sua madre. Pensò vagamente che forse era l’ora di comperare lenzuola più morbide, magari di seta o di raso. Pigramente si alzò e si diresse verso la stanza da bagno per la doccia del mattino. Davanti allo specchio esaminò con attenzione la sua figura e il suo corpo, indugiando senza imbarazzo sulla brutta cicatrice lasciatale dall’operazione. Non l’aveva mai guardata attentamente. Perché guardare ciò che è brutto? Aveva sempre pensato. Ma ora… ora le parve quasi affascinante quello sfregio rossastro e lucido che testimoniava una sua sofferenza ormai passata.
In fondo è bello che le sofferenze siano passate. Altrimenti come godere del benessere o anche soltanto del non-malessere presente?
Vabbé, c’era quella cicatrice ma tutto il resto del corpo era sorprendentemente bello e intatto, e forse proprio quella piccola bruttura ne esaltava la perfezione. Si domandò che ne sarebbe stato della bellezza senza che la bruttezza la mettesse in risalto. Si sentì come un’amazzone, così si sentì.
Una guerriera. In fondo si era soltanto liberato lo spazio per la tracolla del fucile. Simbolicamente, s’intende.
Si vestì lentamente, guardando ogni suo movimento allo specchio. Niente male. Niente male.
Si sentiva stranamente soddisfatta di se stessa e quasi contenta di aver sacrificato quell’organo a qualcosa che non capiva ma che si riprometteva di capire, un giorno.
C’era stato un tempo in cui aveva avuto due seni ed era stata perciò una donna normale. Cioè simmetrica. Ma era stata felice? Era stata perlomeno serena?
Uscì da casa senza dare le solite otto mandate alla porta e senza guardarsi attorno furtivamente come faceva sempre quasi temendo un’aggressione alle spalle. Si diresse verso l’ascensore che proprio in quel momento arrivò al piano rigurgitando un trionfante signor Lubrano seguito dalla signora Bellucci più paonazza del solito e forse anche un tantino più grassa.
Strano, non la vedeva da una sola settimana. Cosa poteva aver mangiato in un tempo così breve?
I due erano talmente felici che tentarono di parlare assieme dandosi sulla voce e vedendosi costretti a ricominciare più volte come in una scenetta comica, finché un autoritario raschiamento di gola del Lubrano non tacitò del tutto la donna che gli lasciò la parola ma assunse un’aria offesa.
Ce l’abbiamo fatta, signora Margherita! – Gridò quasi Lubrano agitandole davanti alla faccia alcuni fogli: - Abbiamo vinto anche le resistenze dei comunisti del quinto piano. Eh, signora Bellucci?”
La donna fece per dire qualcosa aspirando aria e gonfiandosi come una rana ma Lubrano riprese ignorandola: “ Un vero trionfo! Eh, i comunisti non avranno Dio ma hanno bambini anche loro. Lei, la moglie, non voleva sentirne parlare. Una testarda, guardi! Ma lui, dopo un paio di discorsetti che gli ho fatto, ha capitolato. Eccome se ha capitolato, vero signora Bellucci?”
E…” Ma Lubrano non la lasciò proseguire. “C’era di mezzo anche un discorso di emarginazione, no? Ed è su quello che ho puntato. Neppure ai comunisti fa piacere essere ignorati da tutti. E speriamo che d’ora in avanti si stia più attenti a dare in affitto gli appartamenti a chicchessia. La gente onesta vuole dormire sonni tranquilli, che diamine. E i nostri bambini hanno il diritto…”
Signor Lubrano?” Lo interruppe Margherita.
Eh? Cosa?” L’uomo assunse un’aria confusa per essere stato interrotto da lei anziché dalla Bellucci su cui aveva evidentemente un maggiore ascendente. Derivato da chissà ché, si chiese maliziosamente Margherita incapace di respingere rapide visioni di fugaci incontri clandestini tra i due. Le scappò da ridere ma si trattenne.
Signor Lubrano, io… vorrei togliere la mia firma da quella petizione.”
Oh, madonna santa!” Esclamò la Bellucci portandosi una mano grassoccia davanti alla bocca.
Co… cosa? Non ho capito. Vuole…?” Il povero Lubrano sembrava davvero smarrito. Lo si umiliava nella sua dignità di presidente di tutte le riunioni di condominio nonché di caposcala. E per giunta in presenza di una sua… di una sua…
Sì, ha capito benissimo. Ho cambiato idea. Non voglio più partecipare a questa iniziativa.”
Ma lei… non può. Lei… ha già firmato.” Lubrano si strinse al petto i fogli come un bambino che non voglia prestare a un altro il suo giocattolo preferito. Era davvero patetico.
Mi dia quei fogli, prego. Io ho tutto il diritto di cambiare idea, se voglio. Avanti, me li dia!”
No. No, lei non può buttare all’aria una così completa adesione a un’iniziativa condominiale solo perché… solo perché…”
Perché è anche lei come certa gente! – S’intromise la Bellucci approfittando della confusione di Lubrano per avere il suo momento di protagonismo. – Io l’ho sempre sospettato, se vuole saperlo. Una gatta morta che è diventata una scaldabanchi di chiesa solo perché ha perso un seno. Altrimenti chissà cosa sarebbe stata. Si vede lo stampo di certe persone. Lasciala perd… la lasci perdere signor Lubrano. La cancelli, tanto siamo lo stesso in maggioranza. Faremo anche senza di lei. Quei porci se ne andranno dal nostro palazzo, questo è garantito. E sarà bene che se ne vada anche lei perché dopo questa cosa dubito che qualcuno le rivolgerà più la parola.
Davvero? – Rispose Margherita: - Dio, che peccato!”
Rimasero un lungo secondo in silenzio tutti e tre con la porta dell’ascensore ancora aperta. Lubrano scuoteva la testa umiliato da quella inaspettata defezione che gettava un’ombra sul pieno successo che pensava di aver ottenuto. A Margherita fece un po’ pena.
Lei non capisce perché non ha figli… - le disse sconsolato – Come faccio? Come fa un padre a spiegare ai propri bambini una cosa come quella?”
Qualcuno al pianterreno tirava calci alla porta dell’ascensore e urlava come un ossesso: “Ascensore! Ascensore! Chiudete quella porta, maledetti stronzi!”
Anche quello aveva certamente firmato la petizione.
Ci riuscirà signor Lubrano. Ci riuscirà, vedrà. Forse sarà più facile che spiegare loro il comportamento di questo gentleman. E… a proposito di bambini… dica a sua moglie di rimproverare il piccolo Martino… Martino, vero? Il più grande…? Mi confondo sempre tra i due perché hanno nomi simili… ehm, perché… è un peccato che giochi con le sue scarpe con quello che costano oggi delle calzature di marca. Mi riferisco a quelle che sua moglie indossava al matrimonio della ragazza Cencetti… quelle bianche col tacco a spillo e la punta di vernice, sa? Se le ricorda lei, signora Bellucci? Le piacevano tanto! E poi… i cosmetici! Io non mi trucco mai ma so che sono una cosa veramente costosa. Si sa che i bambini giocano con qualsiasi cosa ma… in alcuni casi è meglio intervenire, no? Beh, arrivederci signor Lubrano. Signora Bellucci. Statemi bene.”

La merceria di Elvira Zappalà, stesso pianerottolo dei Lubrano, non faceva mai i saldi di fine stagione. Potevi comperare un paio di calze di lana a luglio che costavano come a dicembre. Ma nell’isolato era l’unica merceria esistente e tutte le donne ci andavano lo stesso, un po’ per pigrizia, un po’ per mantenere un buon rapporto di vicinato e un po’ perché la Elvira, nonostante la sua tremenda avarizia e ingordigia, o forse proprio per quello, aveva un senso dell’umorismo davvero irresistibile che applicava con grande successo al pettegolezzo. Nessuno sapeva criticare come lei. Nessuno come lei era capace di trasformare un’insignificante notiziola in uno scoop di quartiere arricchendola di particolari spesso inventati ma assolutamente verosimili. Era specializzata soprattutto nelle imitazioni e le riuscivano benissimo sia quelle delle donne sia quelle degli uomini.
Pur essendo una donna bassina e segaligna riusciva a imitare perfettamente la signora Bellucci, per esempio, che era alta e grassissima, camminando attraverso il negozio con lo stesso passo da elefante e parlando con la stessa voce querula e petulante. Alla fine si aveva l’impressione che lei stessa fosse alta e grassa e l’effetto era davvero esilarante.
Elvira non aveva mai grandi notizie da dare, in realtà, perché quello non era certo il quartiere dei colpi di scena. Ma riusciva a trasformare qualunque inezia in uno spettacolino divertente. Così imitava la signora Borsi che era andata a comperare un metro di elastico per mutande trasformando questo semplicissimo atto d’acquisto in una vera chicca.
Un fatto era certo: qualunque cosa si comperasse da Elvira veniva immediatamente risaputo da tutte le clienti successive e adeguatamente spettacolarizzato. Quei suoi piccoli numeri divertivano tutti ed erano l’espediente che Elvira aveva trovato per superare l’imbarazzo che lei stessa provava al momento di sparare i suoi altissimi prezzi, immotivati e fuori mercato, da dietro il vecchio registratore di cassa. Quel momento sembrava temerlo più lei dei suoi clienti e si vedeva, perché quando incassava tirava su con il naso e sbatteva gli occhi dicendo: “Oh, diodiodio che ridere!” E giù a battere i tasti dell’infernale macchinetta.
Margherita comperava parecchie cosa da Elvira da quando era stata operata e i suoi orientamenti in fatto di biancheria intima erano cambiati. Era disposta a sopportare quei prezzi esosi piuttosto che andare fino a un’altra merceria meno cara ma magari con qualche commessina stupidella che avrebbe potuto suggerirle il tale modello di reggiseno perché era l’ultimo grido in fatto di seduzione umiliando la sua femminilità frustrata. Però intimamente non perdonava a Elvira di averle venduto delle mutande di cotone, ordinate dalla defunta madre negli anni Sessanta e che nessuno voleva più, a un prezzo esorbitante.
Per Elvira non esistevano le rimanenze di magazzino, non esistevano gli sconti, non esistevano i trattamenti speciali per i clienti affezionati. Esistevano solo quei pettegolezzi e quelle sue feroci battute con le quali sperava di far dimenticare alle clienti la sua prepotenza commerciale.
Lo sa che ci sono i saldi da Salvetti, Elvira?” Le disse Margherita riferendosi a una nuova, grande merceria, non troppo distante ma un po’scomoda da raggiungere.
Ah sì? Lo credo bene, con quelle porcherie che vendono. Lo chieda alla moglie del signor Lubrano che ha comperato da loro delle mutande per suo marito. Alla prima grattata di sedere quel poveretto si è strappato un’emorroide con le unghie. Provi a strapparsi un’emorroide con i miei boxer di cotone mercerizzato e super rinforzato. Guardi! Guardi che cuciture, guardi che tessuto! Che popeline da sogno! A voglia a grattarsi con questi!”
Margherita distolse lo sguardo immaginando l’emorroide di Lubrano intridere di sangue il tessuto a righine grigie.
Adesso le cerco le calze allora, eh? Ma non le ho qui. Capirà, chi vuole che chieda più calze in questa stagione? Le ho di là. Può aspettarmi un momento? Non ci metterò molto. Intanto pensi al signor Lubrano in boxer. Ha ha ha!”
Seguirò il suo consiglio. Faccia pure con comodo.”
Mentre Elvira rovistava dall’altra parte facendo cadere scatole e altri oggetti soltanto per non voler accendere la luce, Margherita adocchiò un cestino pieno di mutandine di cotone con un delizioso merletto confezionate nel cellofan. “Tutto a posto, Elvira?”Chiese mentre infilava una manata di quegli irresistibili manufatti nella sua capace borsa.
Sì, sì, stia tranquilla. Sono proprio qua sotto. Accidenti, sto diventando ogni giorno più cieca.”
Perché non accende la luce?” Chiese Margherita mentre le sue mani afferravano una confezione di fili da cucito multicolori e dei cartoncini di costosi bottoncini di madreperla.
La… luce? Oh, che stupida! Ma certo… la luce. Adesso l’acc…” E qualcosa dovette farla inciampare perché dopo un po’ si sentì dall’altra parte un fracasso infernale e Margherita la sentì imprecare: “Macché luce e luce! Sempre con questa luce tutti quanti! Io mi muovo molto meglio al buio… in fin dei conti qua dentro ci ho passato la vita, io… La luce de ‘sto c…”
Margherita approfittò del fracasso per infilare in borsa un’elegante scatole di fazzoletti ricamati con la sua iniziale che aveva già adocchiato qualche giorno prima.
Finalmente, spettinata e sudata ma trionfante per essere riuscita a trovare le calze di Margherita senza rimetterci un milionesimo di kilowatt, Elvira sbucò dal magazzino: “Eccole! – disse – Di queste così pesanti me ne sono rimaste solo due paia. E’ fortunata.”
Beh, allora potrebbe farmi uno sconticino, no?”
Un che? Ma… come le viene in mente signora Margherita? Con quello che costano a me? E poi… sono sorpresa, lei non ha mai toccato l’argomento sconti. Ho sempre pensato che lei fosse davvero una gran signora per questo fatto. Che succede? Quel cacciatorpediniere della Bellucci l’ha influenzata? Cosa le ha detto? Che sono cara? Ma se ci vuole un’intera piantagione di cotone per farle un paio di mutande a quella là. Senta signora… quando si chiede la qualità, non si può non spendere. Le mutandine che le vendo io non sono la robaccia che si trova in giro, sa? Sono state fatte da operaie a cui veniva richiesta una perizia artigianale e…”
E vabbé, però ormai quelle operaie sono in pensione se pure sono ancora vive. Comunque non ha importanza. Quant’è?”
Ventidue euro mia cara.” Sparò la donna ridacchiando per qualche suo intimo pensiero nella speranza che Margherita gliene chiedesse il motivo alleggerendo quel difficile momento. Ma Margherita non lo fece e le tenne invece gli occhi fissi addosso mentre batteva i tasti del registratore di cassa sbattendo gli occhi e tirando su col naso. Era avara e ingorda e se ne vergognava lei stessa. Forse presto anche lei avrebbe fatto strani sogni.

Buongiorno Margherita. Come stai? Lubrano mi ha detto…”
Cencetti stava uscendo dal portone con il cane che tirava disperatamente il guinzaglio e sembrava volersi strozzare. La guardava con una certa malcelata disapprovazione ma manteneva quel sorrisetto da impiegato ignavo sulla faccia da ex belloccio da mezza periferia urbana.
Te l’ha detto? Oh, ma non doveva…”
Beh, tra poco sarà difficile tenerlo nascosto a chicchessia, temo.”
Ma davvero? A questo punto stanno le cose? E io che pensavo di essere l’unica a saperlo…”
L’unica a...? Ma… ma di cosa…?”
Beh, pensavo di averlo scoperto io. Comunque non la prenderei tanto sul serio questa cosa. Sono bambini, in fin dei conti. Il fatto che un dodicenne abbia una… diciamo… inclinazione per il travestismo non mi pare che sia poi così grave… io stessa, da piccola… te l’ho mai detto? Sai da cosa mi piaceva travestirmi? Da…”
Ma di cosa stai parlando? Vuoi dire che il bambino di Lubrano…? Vuoi dire che lui si…?”
Beh, sì… si veste da donna e si trucca ma… non credo sia il caso di farne una tragedia. Anzi, io se fossi in Lubrano, ne approfitterei per spiegare ai ragazzi quella faccenda del… del… mi spiego? Quale occasione migliore per trovare le parole giuste, no? Ma… mi ascolti, Pierpaolo?”
Ma Cencetti non l’ascoltava proprio. Era diventato cinereo e fissava con un’espressione preoccupante il cane che, sotto quello sguardo, smise di tirare il guinzaglio e si accoccolò ai suoi piedi rassegnato.
Su, su Pierpaolo! – Disse Margherita – Io pensavo che tu lo sapessi. Che fosse questo che ti ha detto Lubrano, essendo tu il padrino di quel ragazzo. Lo hai tenuto a Cresima o a Battesimo? Me l’hai detto ma non mi ricordo…Ma riprenditi, dai! Non farne una tragedia pure tu! Il bambino si riprenderà, vedrai. Con qualche annetto di terapia… e sennò, pazienza. Il mondo è bello perché è vario, no? Speriamo soltanto che a qualcuno non venga in mente di fare qualche altra petizione. Hanno fatto tanti sacrifici i Lubrano per quell’appartamento… Ma tu naturalmente sei una persona discreta, vero? Non lo dirai a nessuno, ne sono certa. Esattamente come farò anch’io. E stato per un puro misunderstanding che mi è scappato… Vabbé… ciao Pierpaolo.”
Cencetti non menzionò l’invito a cena che le aveva fatto per sabato sera a casa sua e Margherita non vi alluse. Del resto, se proprio doveva dirla tutta , non era più molto entusiasta delle sue lasagne al seitan e da un pezzo si domandava vagamente come mai, dopo vent’anni di cucina macrobiotica, tisane di tiglio e di verbena, caffè d’orzo, zucchero di canna, riso integrale, miglio e sale marino, Cencetti avesse ancora quella pelle verdastra, i denti giallognoli e un’incipiente alopecia. E anche perché sullo scaffale del bagno facesse bella mostra di sé un tubo di pomata omeopatica contro le emorroidi assieme ad alcuni flaconi di pastiglie di erboristeria contro la stipsi. E in quel momento si domandò anche, piuttosto seccata, perché diavolo tenesse quella roba in vista a quel modo, senza un minimo di riguardo per la sua persona.
Gli uomini! Sempre lì a proporsi senza un po’ di pudore con le loro miserie e addirittura con i loro problemi anali. Che noia!

Signora Margherita!” La portiera le venne incontro asciugandosi le mani nel grembiule. “Il signor Cencetti mi ha detto di… di quella cosa incredibile!”
Beh? Cosa c’è di incredibile? Una persona non può cambiare idea, forse?” Margherita frugò nella cassetta della posta trovandoci soltanto materiali pubblicitari che gettò senza guardarli nell’apposito cestino imposto l’anno prima da Lubrano e approvato all’unanimità da tutti i condomini.
Cambiare idea sì, ma… cambiare addirittura…”
Beh – disse Margherita – Non credo che quella sia la cosa più giusta, ecco tutto.”
E non è giusta nò! Come ha potuto succedere una cosa simile? Una persona così rispettabile…”
La rispettabilità non ha niente a che vedere con certe scelte… E’ una questione di sensibilità, ecco tutto. Sensibilità femminile, mi spiego?”
Sì vabbé… ma pure troppa sensibilità femminile… non sta bene, ecco. Io… io se fossi in… quel povero Lubrano… non la butterei giù. Credo che impazzirei, ecco. Dev’essere un dolore terribile per lui.”
Uuuuh! Addirittura un dolore terribile! Per una firma in meno con quel plebiscito che ha in mano. Ma andiamo! Vedrà che si riprenderà.”
Ma io… Ma allora… Lei non sa niente di…? Cencetti non le ha detto…? Io credevo che voi due…”
Arrivederci signora. Ho un appuntamento al terzo piano. Mi stia bene.”

Driiin!
La porta si aprì e dopo qualche secondo e l’altissima figura si stagliò contro lo sfondo lilla chiaro della parete di fronte illuminata fiocamente da una lampada Art Deco. Indossava un paio di short mostrando delle gambe muscolose ma francamente belle. La massa enorme di capelli rossi era trattenuta alla sommità del capo da un vistoso mollettone argentato. Il viso era privo di trucco tranne le grosse labbra che erano dipinte di un rosso scarlatto e atteggiate a un sorriso gaudioso che si afflosciò appena vide chi era la sua visitatrice.
Con l’aria di una dark lady dei Quaranta , la mano su un fianco, chiese freddamente: “Sìììì?”
Posso entrare un momento, per cortesia?” Chiese timidamente Margherita.
La trans esitò un momento bloccando il vano della porta, incerta tra una naturale gentilezza d’animo e il rancore per quella donna che osava venire a suonare alla sua porta probabilmente per informarla ufficialmente, a nome di tutto il condominio, che se ne dovevano andare.
Chi è amore” Gridò una voce probabilmente dalla cucina.
Niente. Una signora del comitato dei condomini. Credo che abbiano finito di raccogliere…”
No, si sbaglia – disse Margherita – Io non ho firmato.”
Lei non… ma allora, cosa…?”
Posso entrare un momento?” Ripeté Margherita. La trans si scostò per farla passare e le indicò con una mano il salotto da cui proveniva una luce soffusa e un profumo di incenso al pachouli che le evocò qualcosa di recente ma non seppe ricordare cosa. “Prego – disse – Si accomodi. Cosa… cosa possiamo fare per lei?”
Margherita entrò nella stanza arredata con un gusto un po’ retrò e si sedette in una comoda poltrona di fronte a un tavolino in legno di rosa che aveva l’aria di non essere costato poco. “Bello – disse sfiorando il delicato intarsio dei bordi. “Grazie” Rispose la trans rimanendo in piedi in tutta la sua impressionante statura.
Si chiederà… - Esordì Margherita. – Ma… perché non si siede anche lei? Oh, brava. Si chiederà la ragione per cui sono scesa qui da voi.”
Beh… effettivamente sì.”
Vede… io è da tanto che la osservo… che l’ammiro, anzi. Quando… quando stende la sua biancheria sul balcone non posso fare a meno di… di ammirare i suoi capelli. Il colore, capisce? E così mi sono chiesta… non si offenda, sa? Mi sono chiesta: sarà naturale?”
Beh…”
No, aspetti. Non mi prenda per una maleducata ma, tra… tra donne ce le possimo anche fare certe confidenze, no?”
Beh, certo. Solo che… così, all’improvviso…Lei non mi ha mai neppure salutato. E’ sempre stata così scostante…”
Lo so, è vero. Lei ha ragione. Ma a volte sa… un po’ la timidezza e un po’…”
Il quieto vivere, forse?” La trans aveva un sorriso ironico sulle labbra rosse.
Insomma… niente. Se riesce a mettere una pietra sul passato io… io sarei qui per chiederle un consiglio.”
Oh… che consiglio?” Un’espressione di vera curiosità infantile e disarmante si dipinse sul viso della trans.
Lei crede… crede che quel colore di capelli potrebbe stare bene anche a me? Io sa…? Sono meno giovane e… anche meno bella di lei ma…”
O no, no, no. Lei è bellissima! Davvero. Io l’ho sempre ammirata, sa? Ha una classe, guardi!Una classe naturale. Solo che dovrebbe… insomma, mi scusi se glielo dico ma… a volte mi sembra che per qualche ragione lei si mortifichi un pochino. Che mortifichi il suo corpo, la sua femminilità. Capisce? Senza offesa, eh?”
No, che offesa? Si figuri. Ha proprio ragione, invece. Il fatto è che… ma… non so se le va di ascoltare una brutta storia… le andrebbe? Non… non l’annoierebbe?”
Annoiarmi? Per niente! Anzi, mi piace molto ascoltare le storie tristi. Sono una sentimentale, sa? E’ una storia d’amore?”
No, non direi proprio. Io… non ho mai veramente conosciuto l’amore. Cioè quello vero. A patto che esista.”
Uff! Eccome se esiste!”
Sì, eh?” Margherita la guardò con un’ombra di invidia. “Comunque, sa, non è facile per una donna come me che ha subito una brutta operazione… una… una cosa deturpante e…”
Un’operazione? Che genere di operazione?”
Beh, tanto vale che glielo dica. Io… sono senza un seno.”
Senza un seno?” La trans la guardò perplessa per qualche secondo e poi scoppiò in una gran risata, mettendo in mostra stupendi denti da animale sano. Margherita ne fu offesa. “Beh, - disse imbronciata – Se la cosa la fa tanto ridere…”
No, no, mi scusi. Mi scusi. Solo che… che problema sarebbe il suo? Io non ne avevo neanche uno e… e adesso guardi… ta-tà!” E con un gesto velocissimo spalancò la camicetta di cotone sciorinando davanti agli occhi esterrefatti di Margherita due tettone da balia ciociara. Perfino un po’ allentate dal peso e percorse da sottili venature blu. “Ha visto? Il bello delle cose che non ci sono è che si possono sempre fare… ehm, nel suo caso, rifare.”
Oh… io non… non ci avevo mai pensato. Non ci avevo mai pensato. Come mai? Io…”
Beh, ci posso pensare io, se vuole… se vuoi. Ti posso dare del tu, vero?”
Eh? – Margherita era frastornata. Ma davvero le cose erano così semplici? – M… ma certo. Ma certo che puoi.”
Vuoi prendere qualcosa? Un caffè? Un tè? Scusami se non te l’ho chiesto prima ma… oh, che sbadata! Io mi chiamo Diamante. Ho scelto un nome un po’… come dire? Ambiguo, no? Sai, il lavoro esige… Il tuo nome lo so già. Margherita, vero? Bello.”
Anche Diamante è un bel nome. Mi piace. Ti sta bene. Sì, prenderò un tè, grazie.”
Salvatore! Salvatore! - Chiamò ad alta voce. – E’ il mio fidanzato, sai? Fa tutto lui in casa. E’ gelosissimo della sua cucina, io non mi posso nemmeno avvicinare. Eppure – disse abbassando leggermente la voce – non c’è un uomo più maschio di lui. Dunque dicevamo del colore dei capelli… il mio parrucchiere…”
Dimmi amore.” Il bellissimo ragazzo bruno dal fisico muscoloso e abbronzato comparve sulla porta del salotto. Indossava un grembiule di plastica con la gigantografia di un gatto grigio che si lavava i genitali e anche questo evocò qualcosa di recente nella mente di Margherita. Aveva un mestolo in mano e sfoggiava un largo sorriso.
Tesoro, ti presento Margherita. Questo è Salvatore. Ne hai mai visto uno più bello?”
Sì è… è molto bello infatti.” Ammise margherita arrossendo.
Portaci del tè, tesoro, vuoi?”
Subito. Quale preferisce, Margherita? Earl Grey? Ceylon? Japan Sencha? Orange Peckoe? Lapsang Souchong?”
Margherita si rilassò nella poltrona. Com’era comoda! Stese le gambe sotto al tavolino. Socchiuse gli occhi e sorrise. Da tanto tempo non stava così bene. Tra non molto avrebbe avuto una massa di capelli rossi e due tette nuove. Aveva appena trovato due amici e chissà…? Chissà che altro c’era per lei nella sporta del futuro?
Lapsang Souchong – disse convinta – Grazie.”

1 commento:

  1. Beh..siamo nel magistrale credo...anche se penso che lo leggerò ancora sto racconto perchè so che spesso proprio per il mio coinvolgimento non colgo tutto ed è nelle letture successive , più fredde , che trovo altri sapori e colori , che nella prima lettura intravedo soltanto , come profumi sottostanti che comunque danno fascino al racconto , al prossimo "assaporarti" vecia . Un gran bacio
    Giorgio

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