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sabato 18 giugno 2011

Cecilia - racconto di Enza Li Gioi - Prima puntata

Dalla raccolta: "Civico 38"

La sera in cui conobbe quella stravagante gattara, Cecilia era sfinita.
 Aveva vomitato tutto il giorno a causa di un’intossicazione alimentare e, tra un conato e l’altro, aveva di nuovo giurato al ritratto di sua madre che non lo avrebbe fatto mai più. Mai più nella vita avrebbe mangiato in un posto qualsiasi della roba preparata da chissà chi. Sapeva bene che sua madre non lo voleva. Quando era viva glielo aveva ripetuto un milione di volte, no?
 “Non mangiare nei posti che non conosci, dove non sai quello che succede in cucina. Gli altri non sono come noi. Sono sporchi: si mettono le dita nel naso e impastano le polpette. Vanno al gabinetto e non si lavano le mani. Si grattano la testa piena di forfora sopra le pentole, si spremono i foruncoli e…” Le sembrava ancora di sentirla. Le sembrava sempre di sentirla. E come aveva ragione! Però con questi moniti conficcati nella mente è chiaro che uno finisce per sentirsi sempre male, si diceva un po’ rabbiosa Cecilia mentre, in preda alla nausea e alla debolezza, entrava nell’ascensore come ubriaca, reggendo con grande fatica un sacchetto pieno di medicine e di limoni.
 L’anziana donna la raggiunse quasi di corsa prima che lei chiudesse il cancelletto dimostrando un’insospettabile agilità. Con lei entrò nell’abitacolo una zaffata di pipì, fumo di sigarette e una specie di inutile profumo.
 “Lei ha due gatti bellissimi.” Le disse la donna piantandole addosso due occhi bui, incastrati tra palpebre cadenti e borse bluastre.
 “Come fa a saperlo?” Chiese Cecilia la cui nausea stava aumentando in presenza di quell’orribile lezzo.
 “Li vedo dalla finestra quei due vanitosoni. Stanno sempre lì, sa? Appena trovano uno spiraglio, oplà! Come i miei. Io ne ho quattro.”
 “Ah, sì?”
 “Hu hu. Le piacerebbe conoscerli?”
 “Oh, sì, certo… magari un giorno…”
 “D’accordo. Vada su a portare quella roba, io l’aspetto. Ah, che cretina! Ho dimenticato di presentarmi. Mi chiamo Mariella e abito qui, al quarto piano, vede?” E la donna la tirò per la manica costringendola a uscire per mostrarle la porta del suo appartamento. “Quarto piano. Uno sotto a lei, ma di fronte, dal lato opposto, capito?”
 Le parlava come se fosse stata una bambina ritardata o una straniera, accompagnando le parole con una mimica eccessiva. “Io la vedo sempre mentre gira per la casa; lei vive sola, come me.” Cecilia provò una sensazione d’ansia a quell’affermazione. “L’aspetto, eh?” Le ripeté la donna chiudendo il cancelletto senza attendere la sua risposta. Cecilia salì nel suo appartamento fresco e silenzioso con un vago senso di allarme. Leonardo e Leonetto le vennero incontro e si strofinarono attorno alle sue caviglie con insolita voluttà.
L’appartamento di Mariella era uguale al suo. Erano tutti uguali del resto. Solo che là dentro si provava un senso di oppressione perché l’ambiente, essendo pieno di mobili e oggetti fino all’inverosimile, sembrava molto più piccolo. Pareva inoltre che ogni cosa fosse stata collocata nel punto in cui si trovava una volta per sempre, mettendovi persino delle radici. L’impressione era accentuata da uno strato uniforme di polvere che copriva ogni cosa e pareva saldare assieme, come una colata di cera grigia, mobili, suppellettili, stracci, pareti e pavimento. Cecilia immaginò con un brivido che, staccando un oggetto dal proprio posto avrebbe potuto uscirne del sangue. ‘Dacci un taglio!’ Si disse. Ma non appena la porta le si richiuse alle spalle, un attacco di claustrofobia la sopraffece e i suoi occhi brancolarono disperati verso le finestre schermate dalle tendine di merletto, talmente sporche da dare l’impressione di potersi dissolvere a contatto con l’aria, come gli affreschi di certe antiche tombe riaperte dopo millenni.
 Perché era scesa là sotto? Che ci faceva in casa di quella megera sconosciuta, in quella puzza tremenda e con quella nausea addosso? Era forse per il tono con cui le aveva parlato? Quel tono che non prevedeva un rifiuto? Bastava così poco dunque per farle fare le cose?
 “Ecco qui i miei tesori.” Disse Mariella con voce vibrante di orgoglio. Sul divano, adagiati su uno scialle lurido, c’erano quattro gatti di diverse taglie e colori che la guardavano con totale indifferenza.
 “Oh, che carini! - Disse Cecilia sinceramente avvicinandosi agli animali - Come li ha chiamati?”
 “Hmmmmm, gne, gne, gne, gneeeeee.” Le scimmiottò dietro Mariella.
 “Prego?” Cecilia si voltò di soprassalto con il cuore improvvisamente in tumulto.
 “Ma diamoci del tu, no?” Fece Mariella ritornando subito a una voce normale e mostrando sul viso un’espressione di timida e incerta aspettativa ma anche di imbarazzo per essersi lasciata sfuggire quello sberleffo infantile.
 “V… va bene, d’accordo.” Rispose Cecilia che però in realtà era imbarazzata a dare del tu a una persona così anziana.
 “Non sono vecchia come credi, sai? - Disse Mariella come se le avesse letto nel pensiero - Ho solo sessantasette anni. Sì, lo so che ne dimostro di più però… chi se ne frega. Sono stata bella per tanto tempo che la faccenda mi è venuta a noia.”
 Cecilia pensò, pentendosene subito, che di tanta bellezza era rimasto ben poco.
 Mariella le offrì del caffè che lei si affrettò a rifiutare con un brivido e le raccontò molte cose di sé mentre Cecilia stava seduta scomoda sul bordo di una vecchia poltrona sgangherata e tutta piena di peli di gatto. La donna era stata per quarant’anni una maestra elementare ma ormai era arrivata a odiare anche i bambini assieme al resto dell’umanità, che peraltro odiava da sempre. Facevano tutti schifo, gli esseri umani, in quella loro rincorsa vergognosa al denaro, ai consumi, alle cose materiali. Gli animali erano di gran lunga migliori! Gli uomini avrebbero dovuto prendere lezioni da loro. Cecilia si rilassò e ascoltò con un certo interesse quel quasi monologo che le faceva visitare, inaspettatamente, un mondo di solitudine, di rancore e di leggera follia che non aveva mai sospettato potesse esistere. Mariella le diede anche dei buoni consigli sui negozi dove si potevano comprare scatolette, lettiere e collari, le diede un coupon per sostenere la Lega Antivivisezione con un piccolo contributo e, infine, le chiese cosa aveva da fare quella domenica perché, se era libera, le avrebbe fatto vedere una cosa indimenticabile. Cecilia risalì al quinto piano in uno stato confusionale e vagamente ansioso.
La domenica mattina Mariella le fece conoscere Nadia. La venne a svegliare alle otto di mattina, un’ora pazzesca per Cecilia. Dopodiché la traumatizzò scarrozzandola attraverso la città su un Maggiolino giallo guidato con piglio piratesco. Nel tragitto fece schizzare ai lati della strada due extracomunitari che le volevano lavare i vetri della macchina, mostrandosi determinata a investirli se avessero insistito, e urlò parolacce irripetibili all’indirizzo di passanti e automobilisti.
 Nadia era la donna più grassa del mondo, almeno così sembrò a Cecilia appena la vide. Aveva un corpo enorme insaccato in una tuta da ginnastica blu e calzava sandali di gomma a infradito. I piedi erano gonfi, bluastri e pieni di calli e duroni, come la mano, umida di acqua e varechina, che la donna le offrì con un sorriso infantile e disarmante.
 Il Maggiolino di Mariella si rivelò una specie di magazzino ambulante, carico di derrate alimentari con una forte preponderanza di cibo per gatti. La grassona incominciò subito a scaricare incitata da Mariella, che le dava ordini secchi e perentori tenendo le mani sui fianchi in una posa autoritaria, con la sigaretta incastrata a un angolo della bocca.
 “Vuoi una mano?” le chiese Cecilia con poca convinzione, dopo che Nadia le disse di darle del tu.
 “No, grazie Cecì. Te pare che me faccio aiutà dagli amici di Mariella? Già quella me porta tutto ‘sto bendiddio… figuramose! Ma vieni, entra.”
 La donna le fece strada scendendo dei gradini e la introdusse in un piccolo appartamento seminterrato, dove decine di gatti sonnecchiavano sui mobili, sulle sedie, sui davanzali delle strette finestre a livello della strada, nelle scatole da scarpe piene di segatura disseminate qua e là in tutto l’appartamento. Gatti, gatti e gatti.
 Cecilia ebbe una specie di capogiro ma rimase affascinata da quella scena.
 “Mammamia – disse a bocca aperta – ma quanti sono?”
 “Sessantadue - rispose il donnone – L’ultimo è questo. Si chiama Cechetto perché qualche disgraziato maledetto gli ha cavato gli occhi. Vedi?” E mostrò a Cecilia il musetto del gattino in cui due profonde ferite rosso scuro sembravano guardarla da una profondità vertiginosa. Cecilia distolse lo sguardo con il cuore straziato dalla pietà.
 Quando Nadia finì di scaricare e richiuse la porta d’ingresso, Cecilia chiese a Mariella come si erano incontrate e lei le raccontò di aver conosciuto Nadia alcuni anni prima, quando ancora questa teneva in casa solo una dozzina di gatti e tirava avanti alla meno peggio facendo qualche servizio a ore. Da allora Mariella si era assunta l’onere di mantenerla completamente, purché si occupasse solo dei gatti e ne accogliesse in casa quanti più poteva.
 Debordando da una malsicura sedia di formica verdina, Nadia assentiva con una mezza dozzina di gatti addosso, simile a un grosso trespolo ricoperto di gommapiuma.
 “Mariella è tanto bona, sapessi! Nun me fa mancà niente, a me e a ‘ste povere creature… manco ‘na madre, guarda, farebbe quello che fa lei per me.” Due lacrime tentarono di uscirle dagli occhi subito riassorbite come per incanto, tanto che Cecilia non fu sicura di averle viste. Provò un certo disagio e un leggero brivido le corse giù per la spina dorsale. “Lo vuoi un caffè Cecì?” chiese poi la donna scuotendosi.
“No grazie! – quasi gridò Cecilia, terrorizzata all’idea di bere una qualsiasi cosa là dentro – Non prendo mai caffè, grazie, mi rende nervosa.”
 “Dalle qualcos’altro – intervenne Mariella. – Un bicchiere di latte, ti va? Non hai nemmeno fatto colazione…” Orrore! “Oh no, grazie, no…” 
“Daje quel latte, forza! Questa sta a fa’ i complimenti.”
 “No io… è che…”
 Nadia si alzò, prese un bicchiere opaco e tutto macchiato di calcare e vi versò del latte giallastro da un pentolino di alluminio tutto ammaccato che stava scoperto sul tavolo alla portata di tutti i gatti.
 Aiuto! Mamma, aiuto! Cecilia si sentì in trappola.
"Forza, bevi!” le disse Mariella con un sorrisino antipaticuccio.
 Cecilia, vergognandosi per la sua vigliaccheria, portò alle labbra il bicchiere sentendo già un violento conato salirle alla gola. Bevve un sorso di latte tiepido che sapeva vagamente di gomma. Sentì come dei granelli sulla lingua e quasi svenne dall’orrore.
 “Mi sa che tu sei un po’ schizzinosa, vero?” le chiese Mariella osservandola con quel sorrisetto ancora aleggiante sul viso.
Cecilia si sentì come se qualcuno le avesse alzato le gonne mettendo in mostra delle mutande non troppo pulite. Buttò giù il latte di colpo. Sarebbe stata male dopo, non ora. 
“Perché dovrei essere schizzinosa, scusa?”chiese con una certa aggressività.
 “No, così. Annamosene, và” tagliò corto Mariella alzandosi e scuotendosi di dosso una nuvola di peli. “Ah Cecilia, – riprese – non ti dimenticare di lasciare un contributo a Nadia, eh?” disse quando ormai era già sulla porta.
 “Ma… io sono uscita senza soldi, lo sai. Quando sei venuta a chiamarmi dormivo ancora e…” Cecilia era al colmo della confusione.
 “Vabbé, vabbé – la interruppe Mariella con un tono tra l’indulgente e l’impaziente – Vuol dire che per questa volta glieli anticipo io, poi me li ridai.” E così dicendo estrasse dalla borsetta una banconota da cinquantamila lire e la diede a Nadia. “Tiè, da parte di Cecilia. Date con il cuore. Ringrazia.”
 “Grazie Cecì” disse la donna strusciando un piede a terra in imbarazzo.
 “Figurati.”
 Ma Cecilia era arrabbiata. Non per i soldi a cui non dava alcuna importanza ma per un fatto di educazione. Mariella avrebbe potuto anche avvertirla, no? O perlomeno avrebbe potuto domandarle se e quanto intendeva offrire. Sulla strada del ritorno nessuna delle due parlò, ma Cecilia ebbe l’impressione che il silenzio di Mariella fosse più pesante del suo.




(Continua)






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