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mercoledì 14 dicembre 2011

Cecilia - racconto di Enza Li Gioi - Seconda puntata

Nelle settimane seguenti Cecilia cercò di ostentare un atteggiamento  distaccato nei confronti di Mariella, specialmente dopo che questa, una sera, aveva rovesciato una scatola di segatura intrisa di piscia di gatto sullo zerbino della signora Sanna, la sua vicina di casa, il che equivaleva quasi ad aver fatto quello scherzo a entrambe.
La signora Sanna, arrabbiatissima, le spiegò che suo marito, avendo fatto le scale a  piedi a causa di un guasto all’ascensore, si era lamentato per la puzza orripilante che fuorusciva dall’appartamento di Mariella e le aveva consigliato di pulire più spesso la  casa. Cecilia non credeva che le cose fossero andate così conoscendo quel brutto ceffo del marito che una volta le aveva preso a calci la macchina solo per averla lasciata in seconda fila due minuti, ma non disse nulla. Tuttavia rimase scandalizzata dalla rappresaglia di Mariella.
Quella stessa sera, sul tardi,  aveva ricevuto una telefonata delirante  di Mariella che non riusciva a trattenersi dal ridere per lo scherzo fatto a quella ‘spocchiosa pezzentona della Sanna’. Quando Cecilia le aveva chiesto come mai avesse il suo numero telefonico Mariella le aveva risposto: “E’ lo stesso dell’inquilina di prima, no? Mica l’hanno cambiato. E poi non lo sai che hai il duplex con me?” Cecilia era caduta dalle nuvole perché non sapeva nemmeno di avere un duplex. “Certo che sei proprio tonta, eh?”aveva detto Mariella ridendo e tossendo:”Più tonta e imbranata di così non si può.” E giù a ridere.
Poi Mariella trovò quel cane in mezzo alla strada e la solidarietà verso gli animali assieme al disprezzo per chi li abbandona, le riavvicinò.
In fondo Mariella era una donna sola che si avviava verso la vecchiaia, pensava Cecilia per giustificare quella sua nuova disponibilità. Non doveva essere una bella vita, la sua: anni e anni a cercare di far entrare le tabelline nella zucca di migliaia di bambini per poi essere dimenticata come una vecchia ciabatta.
Però le tabelline non le dimenticava la gente, eh? Si diceva Cecilia. Bastava guardarsi in giro per rendersi conto di come tutti amassero i numeri. Solo il denaro contava in quella società, e il modo per moltiplicarlo. Anche lei stessa, Cecilia, quante volte aveva ricordato la sua maestra nel corso della vita? Pochissime. Ma se si trattava di fare sei per nove, eccome se ci riusciva! Povera Mariella. Così sola e abbandonata da doversi fabbricare una corazza di aggressività per difendersi dal mondo. Ma sì, le avrebbe perdonato quelle trascurabili manchevolezze e quelle piccole stravaganze.

Il cane venne chiamato Cocò e, con una certa frequenza, Cecilia si offriva di portarlo a spasso. Alcune sere, quando incontrava Mariella stracarica di borse mentre andava a dar da mangiare ai gatti randagi della via, Cecilia l’accompagnava reggendo il guinzaglio di Cocò.
Nei mesi successivi, durante un inverno particolarmente freddo, Mariella coinvolse Cecilia in alcune manifestazioni contro l’uso delle pellicce. Si trattava di distribuire macabri volantini alle signore impellicciate allo scopo di farle sentire colpevoli di strage, cosa che non accadeva mai. “Sono animali di allevamento” rispondevano alzando le spalle quelle poche che ritenevano fosse il caso di dire qualcosa a propria discolpa.
“Pure lei è di allevamento, mica è un animale selvatico. Le piacerebbe stare appesa al collo di qualcuno?” rispondeva Mariella in quei casi con una certa efficacia.
“Cecilia imparò ad apprezzare alcuni aspetti della personalità di quella donna, sebbene in lei ci fosse sempre qualcosa che le generava uno stato d’ansia. Si chiedeva se non fosse per quel suo passato di maestra, che la faceva stare sempre sul chivalà, in attesa di qualche domanda a bruciapelo, di qualche giudizio negativo, di qualche brutto voto. C’era qualcosa di autoritario in Mariella che quegli stracci puzzolenti con cui si copriva non riuscivano a cancellare. Anche sua madre era stata così, stracci a parte. Ma forse era solo lei che la percepiva a quel modo perché infatti, più di una volta, aveva assistito a scene in cui Mariella aveva dovuto abbassare la cresta. Per esempio con quella signora del terzo piano, quella Paulin. Una donna anziana anche lei, forse più di Mariella, ma curata, educata e piena di classe. Sempre elegante e ben pettinata  quella donna sembrava metterla in uno stato di soggezione canina.
Mariella l’aggrediva, come faceva con tutti, ma si vedeva benissimo che non aveva spazio con lei.
Alcune volte Cecilia accettò di ritornare con Mariella da Nadia e dai suoi sessanta gatti e, per farle capire che aveva dimenticato quella prima, brutta partaccia, lasciò sempre alla grassona un biglietto da cinquantamila lire.
In fondo non le dispiaceva di aver trovato quella strana amicizia, perché se fosse dipeso da lei, non avrebbe mai stretto rapporti con nessuno. La sua eccessiva riservatezza e le sue paure inconfessabili la portavano a essere spesso isolata dal mondo. Certo sarebbe stato meglio trovare dei coetanei ma, come aveva detto la Sanna quando aveva trovato la segatura davanti  alla porta alla sua ipotesi che potesse trattarsi dello scherzo di qualche ragazzino, in quel palazzo le inquiline più giovani erano loro due. Tutti gli altri erano dei vecchi.

Nel mese di marzo Mariella si ammalò. Una sera la chiamò con una voce bassa e roca mentre stava cenando con sua sorella. Aveva la febbre molto alta e non avrebbe potuto compiere, l’indomani, il suo dovere con i gatti della via. Poteva pensarci lei?
“Ma certo Mariella. Volentieri.”
“Bene. Allora ti aspetto alle sette e venti domani sera. Puntuale, eh? Quelli alle sette e mezza precise  devono mangiare, sennò se ne vanno, capito?”
L’indomani Cecilia ebbe una giornata davvero massacrante. Dovette ritornare a casa a prendere l’agenda in cui aveva annotato  i suoi appuntamenti quando già era arrivata quasi a destinazione. Fece tardi al secondo appuntamento perché ruppe un tacco tra due sampietrini e dovette farlo riparare da un vicino calzolaio che le fece un sacco di storie. Pagò il giornale all’edicola con centomila lire e ritirò solo il resto di diecimila, accorgendosene quasi immediatamente ma incapace di protestare a causa della timidezza perniciosa da cui era affetta come una malattia incurabile. Alla fine era veramente arrabbiata con se stessa e pensava, depressa, che tutto il mondo era contro di lei e approfittava della sua ingenuità e debolezza. Le capitava spesso di cadere in quegli stati di autocommiserazione e anche quella sera, in quel taxi che procedeva a singhiozzo sul Lungotevere congestionato di macchine, si sentiva a quel modo. E per di più era ansiosa perché erano già le sette.
“Aò, basta che fa du gocce e subito i romani pijano  la macchina, sti stronzi!” brontolava il tassista spazientito.  Infatti da qualche ora il tempo era cambiato e pioveva, cosa che aveva sempre un effetto paralizzante sul traffico.
Cecilia guardò l’orologio: ce l’avrebbe fatta a essere da Mariella per le sette e venti? Normalmente sì ma con quella velocità… Clacson impazienti ritmavano il tempo tutto attorno a lei. Alle sette e dodici minuti pensò di scendere e proseguire a piedi, ma l’idea delle fragorose proteste che avrebbero accompagnato l’operazione di pagamento la dissuase immediatamente. Un autobus che recava sulla fiancata la pubblicità di un cibo per gatti aumentò la sua ansia. Ma perché doveva sentirsi così? Si chiese Cecilia arrabbiata con se stessa. In fondo era un favore quello che stava facendo a Mariella, no? Voleva dire che i signori gatti della strada avrebbero mangiato un po’ più tardi e fine del discorso. Ma l’ansia non andò via, anzi aumentò. Era come una palla in mezzo al diaframma che diventava sempre più grossa. Ci era abituata ormai. Incominciava sempre con un vago senso di colpa o di inadeguatezza che si materializzava sotto forma di nuvolette dentro la cassa toracica. Poi, a una se ne aggiungeva un’altra, fino al concretizzarsi di quella intollerabile, enorme palla là in mezzo, che avrebbe voluto bucare con uno spillone e far esplodere in mille pezzi.
Quando il taxi arrivò finalmente sotto al suo portone erano le sette e trentatré. Cecilia era sfinita per la tensione e si sentiva, chissà perché, come se dovesse consegnarsi nelle mani del nemico. Tre volte come voleva lei, sennò non apriva a nessuno. Passò un tempo che le parve interminabile, dopodiché udì il lento ciabattare strascicato di Mariella. Più lento del solito, le parve. Mariella aprì con un lungo rumore di catenacci e comparve sulla porta liberando nel ballatoio una zaffata di puzza più acuta del solito. Indossava una vecchia vestaglia di raso nero aperta su una camicia da notte dal colore indefinito. Nella penombra, le orbite degli occhi sembrarono a Cecilia le strombature di due antiche finestre rinascimentali, in un viso altrettanto severo. Non le disse nulla né Cecilia riuscì a proferire parola. Mariella prese da terra due sacchetti contenenti frattaglie e scatolette e glieli infilò al braccio. Poi le diede il guinzaglio di Cocò che guaiva attorno alle gambe di Cecilia e con un cenno della testa le indicò di metterglielo lei. Cecilia eseguì, impedita dai sacchetti e imbronciata come una scolaretta punita ingiustamente. Nel silenzio assoluto uscì dall’appartamento ed entrò nell’ascensore che aveva lasciato aperto. Quando chiuse il cancelletto Mariella finalmente parlò: “I gatti – gridò – devono essere quattordici, chiaro? Non uno di meno. Contali! Ma sono sicura che per colpa tua questa sera non ci saranno tutti, perché quelli sono come orologi svizzeri; alle sette e mezza devono mangiare, non ci sono santi, sennò se ne vanno chissà dove…”
Cecilia li contò e li ricontò. Erano undici. Si sentì morire. Invano li chiamò  baciando l’aria a destra e a sinistra. Alla fine decise che avrebbe mentito a Mariella. Eseguì tutto a puntino e ritornò dopo che Cocò ebbe fatto i suoi bisognini.
Mariella aveva cambiato umore e atteggiamento. Le scandagliò il viso con gli occhi indagatori quando lei affermò che i gatti c’erano tutti ma non disse nulla. Le tese invece un sacchetto: “Senti, so che sei un’appassionata bevitrice di tè…”
Come lo sapeva? Non glielo aveva mai detto per timore che le venisse in mente di offrirgliene, magari in quelle tazze sporche e sbeccate.
“S… sì, infatti.”rispose Cecilia allarmata.
“non ti offendi se ti do questo?L’ho comperato in India prima di Natale ma io non ne uso ed è un peccato tenerlo qui inutilizzato, ti pare?”
“Oh grazie, grazie Mariella.” Cecilia prese con sollievo il sacchetto che conteneva un certo numero di bustine di tè di vari colori e lo mise nella sua capace borsa.
“Beh, io me ne torno a letto” disse Mariella. “Ci vediamo domani allora, eh?” Non fece menzione alla puntualità questa volta ma evidentemente sapeva che non ce n’era più bisogno.
L’indomani i gatti c’erano tutti e mangiarono di buon appetito, mentre parecchi passanti si soffermavano incuriositi a guardare quella strana gattara tutta elegante che trafficava sul marciapiede con piattini di carta e frattaglie sanguinolente. L’odore di quella roba le dava la nausea e la metteva nei piatti tenendo la testa piegata da un lato per evitarne gli effluvi. Cocò sorvegliò assieme a lei il pasto dei felini e, alla fine, solo dopo che Cecilia ebbe gettato tutti i rifiuti nel cassonetto, incominciò a tirare il guinzaglio per raggiungere qualche stuzzicante lisciatina di cane dove poter liberare la vescica con la dovuta voluttà.
L’ansia di Cecilia era notevolmente dimunuita e pensò che quella sera si sarebbe rilassata standosene davanti alla televisione a guardare un bel film. Prima di rientrare comperò Il promontorio della paura con Robert Mitchum e Gregory Peck, un film che era stato recentemente rifatto con Robert De Niro. Le interessava molto fare un paragone tra le due pellicole. La serata sarebbe stata piacevole.  

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