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mercoledì 14 dicembre 2011

Sylvester di Enza Li Gioi

Una storia metropolitana.

Sylvester urlava tutto il giorno. Urlava e manifestava fino a sfinirsi una disperazione nera e forse ormai oscura perfino a lui. Aveva due postazioni su viale Trastevere, una a pochi passi dall’enoteca Bernabei e l’altra sotto un muretto senza protezione, più o meno di fronte al Ministero della Pubblica Istruzione.
La prima era la postazione che aveva scelto per urlare e la seconda per andare a schiantarsi esausto e chiudere gli occhi dopo aver manifestato per un’intera giornata una rabbia cocente le cui lontane motivazioni si erano probabilmente ormai perse dentro di lui.
Gli faceva da controcanto dal marciapiedi di fronte, tra le bancarelle di merci cinesi e quelle dell’usato - mia meta quotidiana ed economico sollievo a un incoercibile impulso consumistico - un altro personaggio che, a differenza di lui che lanciava grida strazianti, rideva e rideva per tutta la giornata, di un riso meccanico e cattivo, simile agli sghignazzi del Jocker di Batman.
Quel concerto a volte irritava, lo ammetto, ed esauriva la pazienza di quei poveri cristi di immigrati che stanno là con la loro mercanzia dalle sei di mattina. E tra le casalinghe che sostavano attorno a quella ridondanza di oggetti e stracci - cascami di un’ iperproduzione di merci da far pensare a un’imminente catastrofe, a una fine di questa società soffocata e sepolta dal quel ciarpame inutile - le opinioni su quei due si sprecavano.
Li dovrebbero tené dentro st’infelici” diceva una.
A me me pare che quanno je facevano l’elettrosciocche, stavano mejo loro e stavamo mejo noi.”
Ma perché nun se li portano via? Checestàffà il commissariato qua dietro, me domando.”
Eh, addirittura arrestalli? E che je fanno de male, porelli?”
Parla bene lei, perché nun abita qua sopra…”
Mi marito dice che cianno la sindrome de… de Turé… Turet, me pare… na cosa così. Nun ponno fà a meno de fà ste cose, capito?”
Eccetera eccetera,
La notte, quando tornavo a casa dopo la chiusura del mio locale in via San Francesco a Ripa, trovavo Sylvester che dormiva esausto e svociato sul suo giaciglio costituito da un lurido piumone intriso di vecchie piogge e, immagino, di parecchi liquidi corporali. Accanto a lui - roba da straziarti il cuore - una sedia di vimini in miniatura, di quelle con lo schienale a ventaglio che si vedono sulle ricche terrazze nelle riviste di arredamento. Una sedia giocattolo, troppo piccola persino per una bambola, e sul sedile, un piattino con pochi centesimi.
Così, tutte le notti, gli facevo cadere dentro una moneta da cinquanta centesimi o da un euro.
Allora lui apriva gli occhi, che erano scuri e belli e dolcissimi, e mi faceva un sorriso stanco, formulando con le labbra un silenzioso ringraziamento.
Poi una notte non lo vidi più. C’era il suo piumone aperto a mostrare un ammasso di cartacce unte di cibo, pezzi sbocconcellati di pizza, un libro senza copertina girato con il titolo di sotto e la piccola sedia rovesciata sopra il piattino con alcune monetine da un centesimo sparse attorno.
Lì per lì non mi sono preoccupata e anzi, mi vergogno a dirlo ma il mio interesse, da quel topo di biblioteca che sono, era rivolto a quel libro, e avrei voluto rigirarlo per vedere di che si trattava se non fosse che sono una schizzinosa patologica e questo mi ha impedito di avvicinarmi e toccarlo, accontentandomi di andare a dormire con quella piccola curiosità insoddisfatta.
Nei giorni successivi di Sylvester neppure l’ombra. L’uomo che ride, si fermava ogni tanto perplesso, aspettandosi quelle urla provenire dall’altro marciapiedi, come il componente di un duo musicale a cui d’un tratto venga a mancare il partner o come un comico a cui venga a mancare la spalla. E poi giù a sganasciarsi dalle risate.
Di notte il giaciglio di Sylvester diventava sempre più piccolo. Qualcuno lo aveva ammassato tutto, probabilmente a calci, in un mucchio scomposto da cui spuntava lo schienale della minuscola sedia di vimini.
Poi ci furono dei giorni di pioggia, inattesi in un luglio romano. Il mucchio si è appiattito e dopo qualche giorno sembrava la carcassa di un animale schiacciato da un automobilista, come se ne vedono a volte sulle autostrade.
Cosa diavolo era successo a Sylvester? Mi domandavo.
E non ero la sola a domandarmelo perché, qualche giorno dopo la sua sparizione, decine di manifesti a colori con la fotografia di Sylvester sono comparsi su quel tratto di viale Trastevere. In alto c’era la scritta ‘Che fine ha fatto Sylvester?’ e in basso ‘Chi ha notizie scriva un messaggio’.
La cosa mi ha commosso e mi sono detta - un po’ rassicurata sulla bontà d’animo del genere umano su cui ultimamente ho molti dubbi - che Sylvester aveva degli amici, degli affetti, delle persone che si preoccupavano per lui. L’interrogativo era: chi aveva fatto stampare quei manifesti? Una donna alle bancarelle, tra le risate deliranti di ciò che restava del vecchio duo, mi ha detto che erano stati i barboni di viale Trastevere. Ma tu guarda, ho pensato, i barboni si preoccupano per la sorte di un loro compagno di sventura mentre nei nostri condomini, pieni di regole a volte demenziali di convivenza civile, non è raro che la gente muoia in solitudine, tra l’indifferenza di tutti.
Nei giorni successivi alcuni motti di spirito di dubbio gusto sono comparsi sulla parte bianca dei manifesti. Un simpaticone ha scritto: ‘E andato per qualche settimana a Porto Cervo’. Un altro ha scritto che era partito per Londra e da lì avrebbe preso un volo per Budapest. Poi una mattina è comparso un foglio bianco attaccato con il multi-fix che diceva: ‘A chi interessa avere notizie di Sylvester?’ Non ho resistito e ho risposto in calce ‘A me’ e ho scritto il mio numero di telefono.
Dopo qualche giorno il mio cellulare ha squillato e alla mia risposta qualcuno, una voce di donna gradevole e di buon accento ha chiesto: “Chi parla, prego?”
Beh, questo dovrei chiederglielo io, non le pare?”
Click.
Dopo qualche ora di nuovo: “Pronto?”
Sì? Chi parla?”
Click. E niente numero.
E così per un paio di giorni. Poi basta.
Famigliari di Sylvester? Coscienze sporche? Mah, chissà. Ogni ipotesi è valida e io forse tendo a scegliere la più letteraria.
Intanto l’AMA ha fatto sparire ogni traccia di Sylvester e ha lavato il marciapiedi.
Questa mattina soltanto uno dei manifesti pendeva miseramente dal muretto facendo sembrare il corpo seminudo di Sylvester inchinato come per un saluto.
Ma io me lo domanderò per un pezzo, sai? Che fine hai fatto Sylvester?

Enza Li Gioi

3 commenti:

  1. Oltrepassato il sommovimento di budella che mi ha smosso il racconto , mi sino iscritto ai feed dei commenti , per avere una notifica immediata sul mio reader se qualcuno commenta , "se" qualcuno esprime qualcosa , fastidio , empatia , incazzatura , osservazioni , perché non è fiction quella che hai scritto , è realtà quotidiana . Comaavedi ?

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  2. 'Sto racconto m'ha fatto letteralmente torcere le budella. Ho attivato i feed ai commenti, in modo da ricevere la notifica sul mio reader se qualcuno commenta. Vorrei sapere le reazioni, qualunque esse siano, a fatti come questo, perché, tristemente, quello che hai scritto non è fiction, ma realtà quotidiana, orrenda purtroppo, nelle nostre coloratissime città.

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  3. Giuseppe Cataldi14 marzo 2012 12:32

    quello che dobbiamo recuperare è l'attenzione a quelli che ci stanno intorno e condividono questo straccio di cielo, questo straccio di terra, questo straccio di città, questo straccio di politica (che centra sempre).solo per testimonianza...

    NON SA PIU’ CHI SONO

    E’ una donna anche lei dissero l’occhi ar cervello ma la verità non importava ne a questo ne a quello. Quando d’uscita da lavoro e dalla galleria mi fermai, sottraendo al futuro la stanchezza
    e le comprai una distratta sciocchezza.Capelli spinaci gialli, grassissima su una cassetta adagiata in vendita oggetti e carta dappertutto, mi disse: tu ufficiale medico? Risposi si ufficiale e mi gonfiai il petto ma non sono dottore sparo con i cannoni bum, bum non so guarire!Non, no tutti ufficiali dottori tu dottore capitano! Colpito dalla verità provai ma desistetti:
    Nel mio paese tutti ufficiali vanno al circolo.
    Quale paese?, Ungheria, mi feci più dappresso qual tesoro di sapere potevo carpirle adesso.Io girato tanto, nel mio paese nel circolo si balla, medici e ragazze ma solo in vestito bianco se non non si può entrare. Io guardo da fuori al circolo e vedo ballare ufficiali tutti belli ragazze belle lampade belle ma senza vesito bianco non si può entrare!
    Fui sorpreso dal pudore, quello mio, e volli interrompere la conversazione pensai, che presuntuoso! Tutti ce l’hanno nascosto un cuore ed m’allontanai e gonfiai il petto finalmente distratto dal mestiere.
    Vive alla stazione lei ed il compagno vende piccole cose che se cerchi di non comprare pur dandole denaro te lo vedi rifiutare, pensi che sia orgoglio ma può essere anche solo ragione o compassione di te che non sai che fare pur se vestito da militare. La logica ha un volto che stento a scoprire,
    ci devo pensare! Vivono in capanne di plastica e di cartone
    sigillate dal lavoro e dalla volontà di fare addossate ad un muro occasionale.
    L’ho vista un'altra volta sciacquarsi d’intimità sul marciapiede
    senza scandalo ho pensato: non sapeva dove! La riservatezza è un bene di consumo ed all’inespressione degli occhi spalancati, io tremo, perché dopo che ha parlato con me non sa più chi sono,
    m’ha visto al ballo del circolo Ufficiali ero un oggetto stretto da un vestito bianco, perché lei non c’era e come lei quante altre ancora.

    Ufficiale medico che non sa guarire,
    non sa capire chi stava fuori sul ciglio stradale,
    lui ballava……., preso dal ritmo musicale!

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