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giovedì 19 aprile 2012

Riflessioni

Del coraggio e della paura

Lo Spread. La sinistra parolina passa scoppiettante di bocca in bocca. Come molti termini dell’economia, quasi tutti in inglese, pochi la capiscono veramente ma tutti almeno una volta al giorno ne parlano. Ne parlano con rispetto perché è il presidente del Consiglio che la nomina di continuo, e se la nomina lui è addirittura inutile per i mortali capire cos’è. Perché lui, con il suo abito grigio, l’austero loden, i capelli candidi, la faccia seria, assomiglia al nostro più temibile professore del Liceo. Temibile e stimabile in quanto inesorabile, perché non aveva preferenze, lui, e chi doveva pagare, perlamadonna, pagava. E a gente così non si chiedono troppe spiegazioni.
Ci basti sapere che lo Spread è una cosa spaventosa, che è la causa di tutti i nostri guai, che ci mette in subordine rispetto a tutti gli altri stati di quel covo di serpi che è la cosiddetta ‘Unione Europea’. Ci basti sapere che a causa dello spread l’Europa potrebbe perfino ‘rifiutarci’ e che rischiamo di essere come la Grecia, spregevole e velleitaria nazione che osa ambire alla schizzinosa Unione pur essendo - orrore! - piena di debiti, e avendo in comune con noi perfino quell’imbarazzante ‘una faccia una razza’ con cui gli allegri ellenici ci accolgono quando - spregevoli e velleitari anche noi con i nostri lussi – ci permettiamo una settimana di vacanza nelle loro isole.
Complimenti tra miserabili straccioni ‘vogliomanonposso’, tra mandolini e sirtaki, tra spaghetti e moussaka. Non tra popoli con una storia e una cultura che le altre nazioni neppure se le sognano. In decadenza, certamente. Ma esiste forse la decadenza per chi non è grande?
Il significato di Spread, nella sua attuale, strombazzata accezione, non è sui dizionari di inglese se non appena accennato come ‘allargamento degli interessi’. Per il resto è un termine che riguarda il burro spalmato su una fetta di pane, formaggi molli e anche quelli spalmabili, diffusioni di microbi ed epidemie in generale e persino la pancetta della mezza età (middle-age spread).
Ma dobbiamo abituarci: in inglese le parole fanno più paura. E incutere paura, si sa, è il modo più sicuro per governare.
In una trasmissione delle Iene alcuni parlamentari fermati mentre entravano a Montecitorio, interrogati in merito al significato dello Spread hanno onestamente ammesso di non conoscerlo. E c’è chi ha apprezzato questa piccola onestà, perché in fondo il parlamentare deve rappresentare i cittadini, no? Non può mica metterli in soggezione con la sua cultura, che cavolo.
Io personalmente ci ho messo un po’informandomi di qua e di là e alla fine ho capito che l’Italia non è molto attendibile riguardo l’emissione dei titoli di stato (che sono un prestito chiesto ai cittadini) al contrario della Germania che lo è parecchio e per questo motivo può fare il bello e il cattivo tempo in Europa anche se in tempi non molto lontani ha sterminato sei milioni di ebrei e non so quanti zingari e omosessuali. Lo so che è assurdo e anche un po’ puerile passare così dall’economia alla storia ma io ho una mente femminile e ancora non capisco (e qualcuno me lo spieghi se può) come mai la Germania, con tutte le nefandezze che ha compiuto, invece di essere povera e squalificata come nazione, già pochi anni dopo la guerra era una superpotenza e gli Italiani ci andavano a lavorare come emigranti e venivano pure trattati a pesci in faccia. Boh? Non avevano perso la guerra tutte e due, la Germania e l’Italia? Non erano alleate?
Ma non è di questo che voglio parlare perché l’argomento avrebbe bisogno di approfondimenti vertiginosi e lo ‘spread’ sinceramente mi annoia molto, così come mi annoiano l’economia e la finanza con il loro quotidiano, grigio e totalizzante protagonismo.
Voglio invece parlare dell’uomo cosiddetto ‘comune’. Di colui che ogni giorno, a tutte le ore, viene accusato di essere l’unico generatore del disastro dell’economia. Di colui che, in primis, accetta senza protestare di essere definito ‘comune’ da gente che lui stesso mantiene in Parlamento con costi incommensurabili e la cui unica prerogativa è quella di essere esattamente come lui.
E cioè comune. E cioè inerte. E cioè privo di coraggio. Asservito a poteri occulti o palesi in cambio di privilegi. E cioè avido. Annichilito davanti alla dea Finanza e al mito del Mercato i cui meccanismi non capisce neppure del tutto. E cioè ignorante. E cioè anche un po’ disonesto in quanto occupante di uno scranno indegnamente assegnatogli.
Non importa che l’uomo che si fa chiamare ‘comune’ non sappia cos’è lo spread, basta che abbia chiarezza su un fatto: che è tutta colpa sua.
Basta che gli uomini comuni che stanno in Parlamento glielo ricordino in continuazione. Perché costoro, conoscendo bene se stessi conoscono bene tutti gli altri. E quando quelli che stanno sopra di loro - e solo un gradino al di sotto di Dio - glielo ordinano, loro sanno come dirglielo. Come dire all’uomo che si fa chiamare ‘comune’ che è lui il responsabile di tutto ciò che accade nella politica e nella finanza. Perché quando le cose vanno bene spende e spande oltre le sue possibilità, il libertino. Fa la cicala come se fosse sempre estate e non pensa ai tempi difficili, all’inverno, non pensa al domani. Non pensa alle povere banche che poi sono costrette a umiliarsi pubblicamente per essere risarcite dei danni di tanta spensieratezza
E per questo adesso deve pagare.
Per questo vengono gli uomini grigi con il loden e le donne rinsecchite con il foulard che piangono prima di mangiare le proprie vittime invece che dopo, per differenziarsi dai coccodrilli.
Povero uomo comune. A volte sull’altare e quasi sempre nella polvere.
Ma come non dare ragione ai mostriciattoli del potere che si nutrono della sua credulità? E della sua disponibilità e sottomissione generata dall’atavica paura dei potenti respirata in famiglia dove mai, tra l’inutile e vischioso ciarpame educativo, fa capolino anche per un solo istante il concetto di coraggio?
E’ lui che si fa di buon grado rapinare sistematicamente dando ragione ai potenti illudendosi di riceverne in cambio amicizia e protezione. E a volte accontentandosi come un cane di un loro sorriso o di una pacca sulla spalla in una manifestazione pubblica o di una coccola ai suoi bambini, che filmerà con il cellulare e mostrerà per sempre ad amici e conoscenti.
Come ha potuto - mi domando - l’uomo che senza mai un moto di orgoglio si fa chiamare ‘comune’ (a volte si fa chiamare anche ‘uomo della strada’ forse in una premonizione di quella che sarà evidentemente la sua sistemazione definitiva), farsi allettare da tutte le sirene del consumismo fino a rendersi responsabile dell’orrendo impoverimento di cui oggi viene sfrontatamente accusato da chi si è arricchito e ha costruito il proprio potere sulla sua bovina disponibilità a indebitarsi per riempirsi la casa di stronzate inutili e gli armadi di abiti inguardabili, ideati su modelli improponibili e ritoccati con il Photoshop?
Come ha potuto accettare di farsi espellere dalla propria casa dove la sua famiglia numerosa viveva da generazioni pagando un affitto e godendo di spazi umani per finire ‘proprietario’ di una casa di quaranta metri quadri in periferia, dove è persino impensabile l’idea di generare un figlio o immaginare di vederci invecchiare e morire i propri genitori come un tempo era semplicemente normale. E in cambio di questo loculo farsi gravare di un mutuo insostenibile mentre gli viene tolta ogni speranza di sopravvivenza?
E come ha potuto accettare che i centri cittadini, un tempo popolati di gente vera, portatrice di vere tradizioni popolari, animati da canti e profumi di buona cucina, venissero evacuati per fare spazio a miliardari stranieri, giornalisti d’accatto, prostitute di regime, politici unticci e panzoni, oscuri faccendieri di recente e facile ricchezza, che chissà perché si ritengono in diritto di aprire le loro finestre sui monumenti che testimoniano una grandezza passata di cui molto spesso non sanno nulla?
Come ha potuto farsi inebetire da programmi televisivi demenziali interrotti da continui spot pubblicitari ancora più idioti e farsi convincere ad assumere idee e comportamenti mai avuti prima scambiandoli per modernità, fino ad arrivare a eleggere in Parlamento il portatore di tutta quella spazzatura culturale?
Come ha potuto scambiare per libertà sessuale la pornografia gratuita offerta a piene mani dopo secoli di repressione sessuale quando il potere, gratuitamente, non ti dà nient’altro che quello e anzi, appena può, ti leva anche diritti acquisiti con anni di lotte durissime e senza quartiere?
E ancora, come ha potuto farsi convincere ad appestare l’aria destinata anche ai suoi figli e ai suoi nipoti con gli scappamenti delle auto comperate con dissennatezza arricchendo chi non ha esitato un momento ad andare a investire poi all’estero dove la manodopera costa meno, privandolo dei mezzi per vivere pur non rinunciando alla riscossione delle rate restanti?
E come ha potuto permettere ai propri figli, nati nel paese dove si mangia meglio al mondo, di andare ad abbuffarsi di hamburger al McDonald’s votandosi all’obesità ed esponendosi a malattie di ogni genere?
E come può, ogni giorno, salire sull’autobus o sul treno facendosi assordare dall’I-pod infilato nelle orecchie fissando il cellulare come se fosse un’immagine divina? Come può vivere senza ascoltare né guardare il mondo che lo circonda? Senza comunicare con il suo vicino? Isolandosi dalla realtà? Come può non leggere mai un libro, non sfogliare mai un giornale che non sia quella porcheria inguardabile della stampa free press con le sue notizie di seconda mano e tutta quella nauseante pubblicità?
Come può prendersela con il suo vicino per ogni rumore, per ogni briciola caduta dalla sua finestra sul suo balcone, invece di arrabbiarsi con chi lo deruba dei suoi diritti e delle sue conquiste sociali e ha l’improntitudine di sfrecciargli davanti nell’auto blu pagata da lui?
Ma come può? Come può?
E si potrebbe continuare a infierire all’infinito perché troppo insopportabile è in questi giorni amari la tiepidezza con cui gli uomini che si fanno chiamare ‘comuni’ assistono alle sfrontate iniziative dei nuovi potenti che hanno rovesciato la padella e ci fanno ora assaggiare la brace.
Perché tanta rassegnazione, perché così poca indignazione, perché così poca rabbia?
E’ per l’addestramento all’obbedienza e alla sottomissione respirata in famiglia? O a scuola, dove l’istruzione obbligatoria ha ottenuto perlopiù replicanti diplomati e laureati che non si ricordano neanche un verso della ‘Cavallina Storna’? Per me questo è un grande mistero che forse soltanto una più approfondita ricerca sul fenomeno della reincarnazione potrà spiegarmi.
Una cosa è certa, quarant’anni fa si è creduto, per quello che nella Storia è da considerarsi una frazione di secondo, che la gente si fosse svegliata e avesse rinunciato alla cieca obbedienza e alla sottomissione. E abbiamo visto come è finita.
Intanto l’austero Monti con quel suo ghignetto sornione è andato in America a stringere la mano al presidente che solo quattro anni fa ci ha fatto illudere che qualcosa stava cambiando sotto il sole ma che già ha le ore contate. Ha stretto la mano a un democratico di colore preparandosi senza batter ciglio a stringerla a un repubblicano bianco e reazionario. Sa bene il professor Monti che non ci saranno altri uomini di colore alla presidenza degli Stati Uniti, né neri, né gialli, né rossi. E niente donne. E niente omosessuali. Con Obama gli Usa hanno già sfoggiato tutta la loro grande e strombazzata democrazia. Ma per Monti, il tecnico che fa regali alle banche e depreda i lavoratori e i pensionati, che differenza fa? Lui deve svolgere il suo mandato.
E l’uomo che si fa chiamare ‘comune’, dal suo sofà davanti allo schermo a cristalli liquidi, lo ammira. E’ uno che sa il fatto suo, un esperto, un competente, un professore. Uno che insegna ma sa anche obbedire. E si vede. Da uno come lui le sberle si accettano di buon grado.
Ed ecco Monti, instancabile giramondo secondo solo al Papa, che va in Cina a vendere il nostro Paese e stringe mani e sorride mesto e modesto come sa fare solo lui. E si abbottona la giacca per fare le foto ufficiali imitato da quelli che posano con lui, in quel gesto virile che è tutto ciò che resta della gestualità dei grandi condottieri (tutti gli uomini di stato, quando posano per i fotografi, si abbottonano la giacca, l’avete notato?). Gli uomini a cui stringe le mani forse non lo fanno personalmente ma sanno e tollerano che in alcune regioni del loro grande paese quando nasce una femmina è peggio di una morte in famiglia e non è raro che la neonata venga uccisa alla nascita e gettata chissà dove. Neppure Mao è riuscito a rimuovere questa simpatica consuetudine o forse non ci ha neanche provato. E sanno anche, gli uomini che si abbottonano la giacca con Monti in quel gesto così corale e unificante (globalizzato, direi) che le merci che già invadono il nostro Paese e che lo seppelliranno da questo momento in poi, vengono prodotte in orridi sottoscala, da bambini in età scolare, da donne sottopagate e denutrite, con materie prime scadenti e nocive, con le pelli di milioni di animaletti innocenti come ornamento. E anche Monti lo sa. Sa anche che i prezzi assurdi con cui si possono comperare le merci cinesi sulle bancarelle trovano solo in questo la loro giustificazione.
E’ di Adam Smith, non di Karl Marx, la frase “I padroni dell’umanità applicano sempre la loro ‘vile massima’: tutto per noi e niente per gli altri.
Ma il nostro uomo, che permette di buon grado a questa gente di chiamarlo ‘comune’, dal suo divano Ikea approva ammirato. Anche se da poco è diventato magari buddhista e invece di pregare il severo e burocratico Dio cristiano per far trovare un lavoro ai suoi figli, si è messo a recitare ‘nammioorenghechiò’ tutti i giorni per mezz’ora perché pare che acceleri le pratiche.
E il Tibet? Beh, sì, vabbè… solo gli stupidi sono coerenti, no? Non l’ha detto anche coso, lì… come si chiama?
Eh sì, è inutile negarlo, ciò che si ha è ciò che si merita. E la maggioranza tace e acconsente.
Chi non è ‘comune’ - o crede di non esserlo - si sfoga scrivendo, dipingendo, cantando la propria disapprovazione. Si sfoga non comprando merci inutili, rifiutando le lusinghe del capitalismo (forma di sfruttamento ancora umana, sostituita ormai dall’aliena Finanza), non mangiando animali, pregando, facendo manifestazioni, attentati, rapinando banche, drogandosi, protestando nelle piazze, gettandosi dalla finestra. Facendo il baratto. Comprando solo merci a chilometro zero.
Arrampicandosi su una torre per protesta. Aprendo blog.
E l’industria dell’informazione, cibo quotidiano dell’uomo che si fa chiamare ‘comune’, trova la giusta casella per ogni fenomeno, per ogni peculiarità. Promuove statistiche, inventa nuovi format televisivi, organizza forum dove una serie di sfigati falliti che passano per esperti di qualunque cosa e che vivono di questo presenzialismo mediatico aprono la bocca e le danno fiato.
E incassa contratti pubblicitari che gonfiano le vele di tutta questa follia e ne garantiscono la continuità. Per la triste gioia quotidiana dell’uomo che chiamano ‘comune’.
Amen.

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